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Diritto all’oblio: quali notizie devono essere cancellate?

10 Febbraio 2022 | Autore:
Diritto all’oblio: quali notizie devono essere cancellate?

Quali dati vanno rimossi dai motori di ricerca e dai siti che li hanno pubblicati? Quali informazioni possono, invece, rimanere sul web e restare consultabili?

Chi è stato coinvolto in una brutta vicenda giudiziaria o in qualche spiacevole episodio di cronaca sa bene che quella notizia, anche se era stata riportata solo a livello locale, sopravvive per anni su Internet: è sufficiente andare a cercare su Google, o su un qualsiasi altro motore di ricerca, digitando il nome e il cognome di una persona per ritrovare tutti gli articoli che la associano a quell’inchiesta, a quell’arresto, a quel processo. E poco conta che in seguito ci sia stato il proscioglimento, l’assoluzione, la declaratoria di estraneità a quei fatti: la notizia iniziale rimane comunque presente sul web, come informazione storica, e questo può pregiudicare notevolmente l’immagine e la reputazione dell’interessato, a livello sociale e lavorativo.

Per tutelare chi si trova in queste situazioni penose esiste il diritto all’oblio, che consente di ottenere la cancellazione dei dati non più attuali e ormai privi di interesse pubblico. Ma in base al diritto all’oblio quali notizie devono essere cancellate? La domanda non è di facile soluzione perché bisogna contemperare gli opposti interessi del privato, che intende tutelare la propria riservatezza personale anche facendo scomparire i dati che lo riguardano, e della collettività, che invece pretende di mantenere le informazioni reperibili sul web il più a lungo possibile.

Così i motori di ricerca di solito si oppongono alle richieste di cancellazione che gli vengono rivolte (e che più propriamente vanno definite come richieste di deindicizzazione: la differenza è notevole, perché – come vedremo – non implica l’eliminazione totale), e spesso si incontrano resistenze a rimuovere le notizie anche da parte dei siti che le avevano pubblicate.

Allora, bisogna rivolgersi al Garante privacy o alla magistratura specificando i link di cui si chiede la rimozione e il perché, ma le soluzioni variano da caso a caso: la più recente sentenza della Corte di Cassazione sul tema [1] ha accolto la richiesta di un provider che si opponeva alla cancellazione totale ed ha stabilito che la deindicizzazione è possibile, ma l’informazione deve permanere negli archivi e così può essere consultata dagli utenti attraverso altre chiavi di ricerca.

Diritto all’oblio: cos’è e come si esercita?

Il diritto all’oblio è un’espressione del diritto alla riservatezza dei propri dati personali: viene chiamato anche «diritto ad essere dimenticati» e consiste nella facoltà di chiedere l’eliminazione delle notizie non più attuali che riguardano un soggetto. Tecnicamente, sul web l’eliminazione consiste in una cancellazione delle informazioni associate ad una persona dagli archivi, e questa operazione può essere fatta in due modi:

  • la deindicizzazione, che fa scomparire i dati dai risultati forniti dal motore di ricerca su Internet, come Google, ma le informazioni rimangono comunque presenti e consultabili attraverso altre chiavi;
  • la cancellazione, che elimina direttamente i contenuti pubblicati sui vari siti, così intervenendo alla radice del problema: quelle notizie non appariranno più, perché è scomparsa la fonte che le rendeva disponibili sul web.

Cancellazione e deindicizzazione: differenze

La Corte di Cassazione, nella sentenza che abbiamo anticipato all’inizio [1], ha detto sì alla deindicizzazione dei risultati forniti dal motore di ricerca, ma non ha consentito la cancellazione completa della notizia, che era rimasta presente sulla “copia cache” degli archivi. Cosa vuol dire? Qual è la differenza? Chiariamo con un esempio.

Pinco Pallino è stato coinvolto in una clamorosa inchiesta giudiziaria, battezzata The Monsters, ed è stato arrestato insieme ad altri soggetti: sono stati tutti ritenuti componenti di una banda criminale. La notizia ha avuto ampio risalto ed è stata pubblicata da parecchi siti. Dopo qualche tempo, però, emerge la sua estraneità alla vicenda: viene così scarcerato e prosciolto da ogni accusa. A questo punto, Pinco Pallino chiede la cancellazione dei dati che lo associano a quella notizia. La richiesta viene accolta solo per la deindicizzazione, così mantenendo il contenuto base. Significa che da quel momento in poi chi cercherà su Google “Pinco Pallino” non troverà la notizia del suo arresto, che rimarrà, invece, cercando il nome dell’inchiesta “The Monsters”: chi la compie troverà ancora il suo nome inserito in quella vicenda, così come chi consulterà un sito specifico – ad esempio l’archivio online di un quotidiano che aveva dato quella notizia – potrà ancora trovare gli articoli che ne parlano.

La “copia cache” è la fotografia dei contenuti pubblicati in un determinato momento sulla rete. I motori di ricerca attingono ad essa per restituire i risultati cercati dagli utenti. Il motore – ad esempio quello di Google, che è il più utilizzato – scandaglia periodicamente il web andando alla ricerca dei testi pubblicati; quindi, se il proprietario o il gestore del sito non è intervenuto per rimuovere un determinato contenuto, Google lo ritroverà e lo inserirà nuovamente tra i risultati di ricerca che appaiono a chi ha formulato la query, la sua interrogazione. Perciò una richiesta di deindicizzazione a Google è sostanzialmente inutile senza un intervento diretto del proprietario dei contenuti, cioè dei siti di cui Google si limita a riportare l’url, l’indirizzo, il link.

Come ottenere la cancellazione delle notizie

Dall’esempio fatto avrai capito che c’è una grossa differenza tra deindicizzazione e cancellazione completa. La prima non elimina la notizia, che rimane reperibile sia pure in maniera difficoltosa, perché bisogna andare a consultare uno per uno i siti che l’avevano pubblicata in rete e la mantengono online. Per questo motivo è più efficace indirizzare le richieste di cancellazione ai proprietari dei siti che ospitano le notizie anziché ai motori di ricerca che le reperiscono sul web e le forniscono in modo immediato agli utenti; anche se in molti casi la deindicizzazione consente già di ottenere un importante risultato pratico, perché almeno le informazioni non appaiono più visibili a chi compie una ricerca superficiale.

Se la richiesta di cancellazione non viene accolta dal sito o se la domanda di deindicizzazione viene respinta dal motore di ricerca (come accade frequentemente), bisognerà rivolgersi in prima battuta al Garante privacy e in seconda battuta all’autorità giudiziaria, oppure direttamente a quest’ultima, invocando il diritto all’oblio. Si otterrà così, in entrambi i casi, un ordine di cancellazione dei dati personali non più attuali e ormai privi di interesse pubblico (per maggiori informazioni leggi l’articolo “Si può cancellare una notizia da Internet?).

Il Garante privacy è un organo titolare di un potere amministrativo, non giudiziario. Questo significa che non soggiace ai classici limiti di territorialità della giurisdizione e perciò può decidere anche nei casi in cui la società proprietaria del motore di ricerca che deve effettuare la cancellazione dei dati personali ha sede all’estero: lo ha affermato la Cassazione nella sentenza che abbiamo riportato e riguardava Yahoo!, la società proprietaria di un motore di ricerca molto in voga negli scorsi anni, e con sede in Irlanda.

Diritto all’oblio e cancellazione delle notizie: come decidono i giudici

L’accoglimento delle domande di cancellazione, o di deindicizzazione, non è automatico poiché – come afferma la Suprema Corte – occorre effettuare un «bilanciamento», una «ponderazione» degli interessi contrapposti: da un lato il «diritto della persona a non essere trovata facilmente» attraverso le ricerche su Internet, e, dall’altro lato, l’interesse pubblico «a continuare ad essere informati sulla vicenda di cronaca nel suo complesso, per come accessibile attraverso l’attività del motore di ricerca».

Ecco perché, applicando questo criterio, le richieste di deindicizzazione possono essere accolte con più facilità rispetto a quelle di cancellazione con eliminazione totale dagli archivi. Già in precedenza la Cassazione [2] aveva adottato questa soluzione, disponendo la deindicizzazione e al contempo garantendo la permanenza della notizia negli archivi dei siti che la ospitano, consentendo di trovarla ancora a chi fa una ricerca apposita in essi. Così – osservano i giudici di piazza Cavour – si raggiunge questo risultato: «l’eventuale sacrificio del diritto all’informazione non ha ad oggetto una notizia raggiungibile attraverso una ricerca condotta a partire del nome della persona, in funzione del richiamato diritto di questa a non essere trovata facilmente sulla rete, quanto la notizia in sé considerata, siccome raggiungibile attraverso ogni diversa chiave di ricerca».

In conclusione, secondo l’orientamento attuale dei giudici di legittimità, ogni richiesta di eliminazione dei dati – sia in forma di cancellazione sia attraverso la deindicizzazione – va valutata caso per caso, in quanto «esige una ponderazione del diritto all’oblio dell’interessato col diritto avente ad oggetto la diffusione e l’acquisizione dell’informazione, relativa al fatto nel suo complesso, attraverso parole chiave anche diverse dal nome della persona».

Così, se permane un interesse pubblico, la notizia va mantenuta, sia pure “oscurando” i riferimenti a uno specifico personaggio o rendendo più difficile agli utenti acquisire le informazioni con una chiave di ricerca mirata sul nome e cognome, in modo che utilizzando questo metodo esse non saranno visibili pur essendo ancora presenti nell’archivio del sito proprietario.

Per maggiori informazioni su questi aspetti leggi “Come ottenere la cancellazione dei propri dati su Google” e “Diritto all’oblio: come far cancellare i propri dati sul web“.


note

[1] Cass. sent. n. 3952 del 08.02.2022.

[2] Cass. sent. n. 7559 del 27.03.2020.


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