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Mettere «like» su un post razzista: cosa si rischia?

10 Febbraio 2022 | Autore:
Mettere «like» su un post razzista: cosa si rischia?

Si può considerare istigazione all’odio cliccare su «mi piace» per mostrare il gradimento su un contenuto antisemita? Quali sono le conseguenze?

Dicono sia stata colpa della pandemia che, costringendo i cittadini a restare a casa, ha aumentato a dismisura le ore passate su Internet e amplificato i malumori fino al punto di trovarseli a sproposito sui social. Più probabile che si tratti di un fenomeno di malcostume culturale proprio di chi non ha ancora capito che commentare dei post su Facebook, Instagram o Twitter insultando l’autore non è affatto obbligatorio. C’è anche chi si accontenta di cliccare sul pollice in su per esprimere il proprio consenso ad un commento offensivo verso qualcuno, pensando di non restare coinvolto in alcun modo per un semplice «like». Per la Cassazione, però, accade l’esatto contrario: anche quello che può apparire come un banale «mi piace» può diventare istigazione all’odio e, pertanto, va punito. Ad esempio, per mettere «like» su un post razzista, cosa si rischia?

Secondo la tesi sostenuta dalla Suprema Corte, si rischia la galera. I giudici di legittimità, infatti, ritengono che scrivere un post razzista su un social network e mettere «mi piace» sotto quel contenuto abbiano pressappoco lo stesso effetto: quello di contribuire alla diffusione di un messaggio dal contenuto perseguito dalla legge perché istiga all’odio razziale. Vediamo il ragionamento espresso dalla Cassazione e cosa rischia chi si macchia di questo delitto.

Istigazione all’odio razziale: cosa si rischia?

Il Codice penale [1] punisce l’istigazione all’odio razziale in diversi modi:

  • con la reclusione fino ad un anno e sei mesi o con la multa fino a 6.000 euro per «chi propaganda idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico, ovvero istiga a commettere o commette atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi»;
  • con la reclusione da sei mesi a quattro anni chi, in qualsiasi modo, «istiga a commettere o commette violenza o atti di provocazione alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi»;
  • con la reclusione da due a sei anni «se la propaganda ovvero l’istigazione e l’incitamento, commessi in modo che derivi concreto pericolo di diffusione, si fondano in tutto o in parte sulla negazione, sulla minimizzazione in modo grave o sull’apologia della Shoah o dei crimini di genocidio, dei crimini contro l’umanità e dei crimini di guerra».

Il Codice ricorda anche che la legge vieta «ogni organizzazione, associazione, movimento o gruppo avente tra i propri scopi l’incitamento alla discriminazione o alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi». E aggiunge un particolare non di poco conto, che viene richiamato dalla sentenza in commento della Cassazione: «Chi partecipa a tali organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi, o presta assistenza alla loro attività, è punito, per il solo fatto della partecipazione o dell’assistenza, con la reclusione da sei mesi a quattro anni». Chi, invece, promuove o dirige tali organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi viene punito, solo per questo, con la reclusione da uno a sei anni.

Commette reato di istigazione all’odio razziale, dunque, non solo chi scrive un post sui social incitando alla violenza o disprezzando qualcuno per motivi etnici, religiosi o razziali ma anche chi sostiene e amplifica, volontariamente o involontariamente, la diffusione di questi messaggi.

Il «like» al post razzista è istigazione all’odio

Ed è proprio questo il punto su cui si basa la recente sentenza della Suprema Corte [2]: il «like» su un post razzista (nel caso specifico, antisemita) pubblicato su un social network deve essere considerato un grave indizio del reato di istigazione all’odio razziale.

Il ragionamento della Cassazione è il seguente: per manifestare il proprio gradimento ad un’associazione o ad un’ideologia nazifascista non è necessario aderire a tale movimento o esprimere a parole il proprio pensiero. Basta – spiegano gli Ermellini – un segnale di apprezzamento che contribuisce a diffondere in modo più capillare un messaggio già di per sé rivolto ad un numero imprecisato di persone. Un «like», appunto. Un «mi piace», un pollice alzato su Facebook, un cuoricino su Instagram o su Twitter, un emoticon di applausi o una faccina sorridente con gli occhi a forma di cuore su WhatsApp.

Nel caso esaminato dai giudici di piazza Cavour, era finito un individuo ritenuto responsabile di avere messo dei «like» su alcuni post antisemiti e di averli rilanciati dai propri account social. A nulla è valso il tentativo di difesa basato sulla teoria secondo cui i «like» sono una semplice espressione di gradimento e non possono dimostrare né l’appartenenza ad un gruppo nazifascista né la condivisione degli scopi illeciti: la Cassazione ritiene sufficienti le manifestazioni di adesione e le condivisioni per far scattare il reato di istigazione all’odio razziale, per di più quando si tratta di messaggi discriminatori e negazionisti contro gli ebrei (descritti come «veri nemici») e contro la Shoah (definita «una menzogna madornale»).

Non bisogna dimenticare – sottolinea la sentenza – che i social network come Facebook considerano rilevanti i «like» grazie ad un algoritmo che permette di far arrivare un contenuto a molte più persone: «La funzionalità “newsfeed”, ossia il continuo aggiornamento delle notizie – spiega la Suprema Corte – e delle attività sviluppate dai contatti di ogni singolo utente è, infatti, condizionata dal maggior numero di interazioni che riceve ogni singolo messaggio».


note

[1] Art. 604 bis cod. pen.

[2] Cass. sent. n. 4534/2022.


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