Diritto e Fisco | Articoli

Eredità e successione: la guida pratica

27 Agosto 2014
Eredità e successione: la guida pratica

Dichiarazione di successione e apertura del testamento: a chi spettano i beni tra i parenti e quali sono le imposte in caso di decesso del de cuius.

 

Meno obblighi e meno costi per le dichiarazioni di successione. Dopo la piena parificazione nei diritti ereditari tra figli nati fuori o all’interno del matrimonio (si veda il servizio qui sotto) e la reintroduzione della mediazione obbligatoria in caso di lite ereditaria, sono queste le ultime novità in materia di successioni. Le introduce il Decreto legislativo sulle semplificazioni fiscali in attesa dell’ok definitivo del Consiglio dei ministri. Due, i punti principali del provvedimento che, probabilmente, decorrerà da gennaio 2015: aumentano i contribuenti che non devono più presentare la dichiarazione di successione e si alleggerisce il costo dei documenti da allegare perché basterà la copia semplice. Ma andiamo per ordine.
In via generale, sono tenuti alla dichiarazione di successione tutti gli eredi, anche quelli che non hanno ancora accettato l’eredità. L’obbligo è esteso a rappresentanti legali, amministratori, curatori ed esecutori testamentari. La dichiarazione, infatti, è un documento di natura fiscale che ha la scopo di informare l’agenzia delle Entrate della consistenza del patrimonio ereditario, per procedere al calcolo e al pagamento delle imposte. La riforma in arrivo esclude l’obbligo per i piccoli patrimoni: niente dichiarazione se l’eredità ha un valore complessivo inferiore a 100mila euro, non comprendente immobili, né diritti reali immobiliari (come l’usufrutto) e va distribuita a coniuge e parenti in linea retta del defunto (prima il limite era fissato a soli 25.822 euro).
Altre novità riguardano le dichiarazioni di successione integrative o sostitutive, che vanno presentate quando – dopo la prima dichiarazione – si siano verificati incrementi dell’eredità o fatti che modificano l’attribuzione dei beni ereditari o che comportano un aumento d’imposta. Quest’obbligo viene ora cancellato se l’aumento dell’eredità deriva dall’erogazione al defunto (e, per esso, agli eredi) di rimborsi fiscali. I rimborsi pagano però l’imposta di successione.
Un’altra semplificazione, come detto prima, riguarda il fatto che i documenti da allegare alla dichiarazione di successione potranno essere semplici copie non autenticate, purché accompagnate da una dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà con cui si attesti che sono copie conformi agli originali.

LA RIPARTIZIONE DELL’ASSE

Il testamento o la legge decidono beni e quote

Per distribuire l’eredità è possibile predisporre un testamento in cui si destinano i propri beni per il “dopo”: in questo caso si parla di “successione testamentaria”. Fare testamento è l’unico modo che la legge ammette: sono vietati, infatti, i patti successori, cioè gli accordi con cui ci si impegna a lasciare un’eredità a una o più persone determinate. Il divieto serve a garantire a ciascuno la libertà di modificare le scelte successorie. Affinché il testamento sia valido, però, chi lo fa deve essere capace d’intendere e volere. Non lo sono, ad esempio, né il minorenne né l’interdetto per infermità di mente, anche temporanea. Può fare testamento, invece, chi ha un amministratore di sostegno.
Il testamento (per le forme si veda la scheda qui sotto) va stilato in totale libertà, non deve contenere previsioni illecite e deve individuare con esattezza i beneficiari che si possono distinguere in due categorie:

1) erede, che succede al defunto sia in tutti i beni (per quota) sia nei debiti;

2) legatario, che riceve invece uno o più beni determinati. Il testamento può anche contenere disposizioni non patrimoniali, come la nomina di un curatore testamentario o volontà inerenti la sepoltura.
Non tutti però fanno testamento. Che cosa succede, dunque quando il testamento non c’è o non è valido? In questo caso è la legge a distribuire il patrimonio del defunto: si parla di «successione legittima» (cioè «in base alla legge»). I beni vengono spartiti secondo il Codice civile: coniugediscendentiascendenti (padre, madre, nonni); collaterali (fratelli e sorelle); parenti fino al sesto grado e, in ultimo, lo Stato.

I soggetti indicati, però, non diventano eredi contemporaneamente ma via via, se manca il soggetto che li “precede” (ad esempio, i fratelli e gli ascendenti del defunto, ne ereditano le sostanze solo se non ha avuto figli). I discendenti, oltre ai figli, sono anche i nipoti del defunto che discendono dal figlio o dal nipote: questi, infatti, possono succedere al posto dell’ascendente che non possa o non voglia accettare l’eredità.
L’eredità, comunque, va accettata perché una volta diventati eredi si subentra (per quota) in tutti i beni e i debiti del defunto.

L’accettazione può avvenire in modo espresso, di fronte a un notaio o in tribunale, oppure in modo tacito, cioè mediante atti o comportamenti da cui si desume la volontà di assumere la qualità di erede, come la presa in possesso dell’abitazione del defunto.

minori possono accettare l’eredità solo a seguito di un’autorizzazione del giudice tutelare e previo inventario dei beni. L’eredità si può anche rinunciare con una dichiarazione ricevuta da un notaio o dal cancelliere del tribunale competente.
La successione legittima non va confusa con quella «necessaria», che rappresenta un sistema di tutela dei diritti di alcuni soggetti detti «legittimari» – il coniuge e i figli – che non possono essere diseredati e a cui vengono destinate quote fisse del patrimonio del defunto (che comprende anche le eventuali donazioni fatte durante la vita), anche contro la sua stessa volontà. Questa quota si chiama «legittima» (e il nome spiega una certa confusione quando si parla di successioni) e spetta quindi a prescindere dal contenuto di un eventuale testamento: se questo non rispetta le quote, l’erede penalizzato può impugnarlo in giudizio per ottenere la quota spettante.

Chi fa testamento, in effetti, può disporre liberamente e a favore di chiunque, solo della quota «disponibile», cioè di quella parte che la legge lascia libera a seconda di quali e quanti siano i legittimari.

BENEFICI

Tasse ridotte e franchigie alte per i familiari più stretti

Sul valore della quota o dei beni spettanti a ciascuno in successione, si paga l’imposta di successione con l’aliquota stabilita dalla legge, a seconda del grado di parentela (si veda la tabellina qui sotto). Alcuni beneficiari godono di una franchigia, cioè un limite di valore entro cui nulla è dovuto: ad esempio, se chi muore lascia un patrimonio da 2 milioni e ha come erede il solo coniuge – che ha una franchigia da 1 milione – l’aliquota del 4% si applica sul valore oltre la franchigia, cioè sul rimanente milione di euro.

Due puntualizzazioni:

1) se erede è un portatore di handicap grave, a prescindere dal rapporto di parentela o affinità con il defunto, la franchigia è di 1,5 milioni;

2) se erede è il convivente, l’aliquota è l’8% senza franchigie.
titoli di Stato sono esclusi dall’imposta di successione. Gli immobili, invece, pagano, oltre all’imposta di successione, anche le imposte ipotecarie e catastali, dovute però al minimo se l’immobile diventa prima casa
per l’erede.

PARENTELA

Tutti i figli sono uguali e partecipano alla divisione

Una delle novità più significative degli ultimi anni in materia ereditaria? La piena parificazione tra figli nati dentro e fuori dal matrimonio. Ora esistono solo «figli» e la legge garantisce l’eguale partecipazione di tutti all’eredità: il Codice civile, infatti, estende il vincolo di parentela a tutti i soggetti che discendono dalla stessa persona, indipendentemente dal matrimonio. È una modifica rilevante, se si pensa che i figli nati fuori dal matrimonio, e riconosciuti dal genitore, acquistano un legame
giuridico non solo con questi, ma anche con i relativi familiari, di cui divengono «parenti» a ogni effetto.
Nella divisione dell’eredità, dunque, varrà una sola regola: in mancanza del coniuge del defunto, ai figli spetterà l’intera eredità divisa in parti uguali; se, invece, il coniuge è in vita, il figlio unico ne avrà la metà e a più figli spetteranno i due terzi divisi in parti uguali.

La creazione di legami di parentela per i figli nati fuori dal matrimonio incide anche sul meccanismo della «rappresentazione», vale a dire la regola in base alla quale i discendenti prendono il posto dell’ascendente che non possa o non voglia accettare l’eredità che gli spetta per legge o per testamento. Oggi, a differenza di prima, la rappresentazione opera per tutti i figli a prescindere dalla loro «legittimità». Prima della parificazione, infine, i figli (ex) legittimi potevano liquidare le quote ereditarie di quelli nati fuori dal matrimonio, impedendo loro di partecipare
a un’eventuale comunione dei beni ricevuti per successione: ora anche questo non è più possibile.

FAMIGLIE IN CRISI E DI FATTO

Il coniuge separato senza addebiti conserva i diritti

Altra questione da approfondire, è quella dell’eredità del coniuge separato o divorziato. In primo luogo, vediamo che cosa spetta al superstite in caso di morte del consorte avvenuta durante il matrimonio.

Se non c’è un testamento e se mancano figli, discendenti, fratelli/sorelle del defunto, al coniuge in vita spetta l’intero patrimonio. In presenza di un figlio, solo la metà. Se i figli sono più di uno, un terzo. Due terzi, se il coniuge deve dividere con ascendenti e/o fratelli o sorelle del defunto. Al vedovo/a spetta anche di abitare la casa familiare con l’uso dei mobili contenuti.
Questi diritti si mantengono anche per il coniuge separato cui, però, non sia stata addebitata la crisi matrimoniale (cosiddetto “addebito”). In caso di addebito, invece, potrà percepire solo un assegno vitalizio se, all’apertura della successione, godeva di un assegno alimentare legato al suo stato di bisogno. L’assegno è commisurato alle sostanze ereditarie e alla qualità e al numero degli eredi legittimi, e comunque non può superare l’importo della prestazione alimentare. Stessa soluzione, se la separazione sia stata addebitata a entrambi.
Lo scenario cambia per il divorziato, che perde ogni diritto successorio nei confronti dell’ex. Al divorziato titolare di assegno e bisognoso, potrà comunque riconoscersi un assegno periodico a carico dell’eredità: il diritto si estingue però se il vedovo/a si risposa o supera lo stato di bisogno.

Quanto alla pensione di reversibilità – se manca un coniuge superstite – il divorziato ne avrà diritto soltanto se non si sia risposato, percepisca l’assegno e il rapporto da cui origina il trattamento pensionistico sia precedente al divorzio. In presenza di un coniuge superstite, sarà invece il giudice a fissare le quote anche in base alla durata del matrimonio con l’ex.
Nessuna eredità, infine, spetta ai conviventi (salvo diverse disposizioni delle Casse di previdenza), cui non resterà che ricorrere a un lascito testamentario (non lesivo delle quote di legittima) o alla stipula di un’assicurazione sulla vita che nomini beneficiario il compagno.
 

Il beneficio di inventario fa da scudo ai troppi debiti

Sono stato nominato erede da mio padre, ma so che a suo carico ci sono diversi debiti. Cosa posso fare per non doverne rispondere?
Come erede lei risponde dei debiti di suo padre anche se il loro valore è superiore a quanto ricevuto. Per evitare l’effetto può però accettare l’eredità con «beneficio di inventario»: in questo modo, risponderà dei debiti solo nei limiti di quanto ereditato, proteggendo i suoi beni personali. L’accettazione si fa con una dichiarazione ricevuta da un notaio o dal cancelliere del tribunale e va preceduta, o seguita, dall’inventario esatto dei beni ereditati.

 

Come scoprire se è stato fatto un testamento

Posso verificare se mio zio, defunto, abbia redatto testamento?
Si. Se è un testamento formalmente ricevuto da un notaio (anche se olografo o segreto), può rivolgersi all’Ufficio generale degli archivi notarili, dove c’è un registro generale dei testamenti. Se, invece, è stato consegnato al notaio in maniera solo fiduciaria, allora dovrà esibire l’estratto dell’atto di morte e far domanda all’Archivio notarile del distretto dove svolge la sua professione il notaio che lei pensi sia quello designato.

 

Se la sorella vende la quota scatta il diritto di prelazione

Io e le mie due sorelle abbiamo ricevuto in eredità un immobile. Una sorella vorrebbe vendere la sua quota. Noi non siamo d’accordo. Lo può fare?
Per vendere l’appartamento di cui siete comproprietarie, occorre il consenso
di tutte. Vostra sorella, però, potrebbe cedere  la sua quota a un terzo: voi avreste il diritto di acquistarla al prezzo indicato nella proposta di vendita (diritto di prelazione).


note

Autore immagine: 123rf com


Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema (max 1000 caratteri). Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA

Canale video Questa è La Legge

Segui il nostro direttore su Youtube