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Un senzatetto può girare con un coltellino?

11 Febbraio 2022
Un senzatetto può girare con un coltellino?

Soggetto senza fissa dimora: se cammina per strada con una lama può essere denunciato?

Un senzatetto può girare con un coltellino? Come si può chiedere, a una persona che non ha un rifugio dove andare, di lasciare a casa eventuali lame che potrebbero invece servirgli per tagliare il cibo o per altri impieghi di prima necessità?

Di tanto si è occupata una recente sentenza della Cassazione [1]. La Corte si è trovata ad affrontare il caso di un homeless trovato con una lama del cui possesso non aveva saputo fornire – almeno a detta degli agenti – soddisfacenti motivazioni. Di qui l’accusa di porto illegale di armi. Il sospetto è che tale strumento potesse essere utilizzato per ferire o per compiere furti forzando serrature o porte.

In un caso del genere, chi ha ragione? Una persona senza fissa dimora può girare con un coltello? Ecco cosa ha detto la Suprema Corte.

Armi proprie e improprie

Chi ha visto il nostro video sulle lame e sui coltelli saprà già che le armi si dividono in due categorie. Ci sono le «armi proprie», quelle cioè che nascono per ferire o uccidere l’uomo, come le pistole, gli esplosivi e le cosiddette «armi bianche» (pugnali e coltelli con lama su entrambi i lati). E ci sono le «armi improprie» che sono oggetti che nascono per scopi leciti ma che, comunque, sono da considerare pericolosi e quindi, se usati impropriamente, fonte di potenziale pericolo per l’uomo, come le catene, i martelli, le spranghe, i coltelli da cucina, i coltellini svizzeri, quelli per intarsio o multiuso.

Con le armi proprie non si può mai uscire di casa, salvo si abbia il porto d’armi; né è consentito il loro acquisto in assenza di apposita autorizzazione.

Al contrario, con le armi improprie si può uscire di casa, ma solo a patto di avere una valida ragione (diversamente, anche queste vanno lasciate nella propria abitazione).

Quali valide giustificazioni per uscire di casa con un coltello?

Quale può essere la valida ragione che può giustificare una persona a uscire di casa con un coltellino multiuso o altre armi improprie? Ad esempio un camping, un hobby, la necessità di portare la lama dall’arrotino affinché possa affettare meglio i cibi e così via.

Quindi, la polizia che incontra per strada una persona con un coltello da cucina dovrà prima chiedere spiegazioni del possesso e solo se queste dovessero risultare insoddisfacenti potrà sporgere denuncia (si pensi a un tale che porti il coltello al bar o allo stadio).

Una persona senza fissa dimora può camminare con un coltello in tasca?

Se è vero che i cittadini sono tutti uguali, si potrebbe ritenere che non vi sia ragione di trattare in modo diverso un senzatetto da un altro cittadino. Pertanto anche il primo, seppur dorme talvolta per strada, non può andare in giro con armi improprie.

Ma il principio di uguaglianza impone di trattare in modo uguale situazioni uguali e in modo diverso situazioni diverse. Di qui, secondo la Cassazione, la possibilità di giustificare la detenzione di uno strumento che potrebbe rivelarsi arma impropria da parte di chi non ha una fissa dimora e vive la sua vita sui marciapiedi.

Dunque, è possibile per il soggetto senza fissa dimora andare a spasso portando con sé anche un indispensabile coltellino multiuso. I giudici hanno escluso l’ipotesi accusatoria, mirata a sostenere il reato di possesso ingiustificato di strumento atto ad aprire o forzare serrature.

Prima della condanna penale per porto d’armi è necessaria una valutazione circa le circostanze di tempo e di luogo, oltre che della condotta tenuta dell’uomo, da valutare nel momento in cui è avvenuto il ritrovamento dell’oggetto, dettagli che ben possono rendere giustificata e lecita la destinazione del coltellino.

Il riferimento difensivo è soprattutto alla condizione dell’uomo sotto processo, risultato essere soggetto privo di fissa dimora.

Questa osservazione è ritenuta convincente dai Giudici della Cassazione, i quali fanno cadere definitivamente l’accusa di possesso ingiustificato di strumento atto ad aprire o forzare serrature.

Al contrario, la scelta dell’uomo di tenere con sé il coltellino multiuso va considerata come assolutamente comprensibile, secondo i magistrati, innanzitutto tenendo presente la sua «condizione personale di soggetto privo di fissa dimora» e poi considerando i dettagli del controllo che ha portato al rinvenimento dell’oggetto.

Tirando le somme, è ragionevole ritenere che la detenzione del coltellino multiuso in capo a un soggetto senza fissa dimora sia mirata a «soddisfare esigenze della vita quotidiana» e sia frutto anche della «necessità di portarsi dietro quello strumento, in mancanza di un luogo fisico stabilmente destinato alla propria abitazione».


note

[1] Cass. sent. n. 4436/2021.

Cass. pen., sez. II, ud. 24 novembre 2021 (dep. 8 febbraio 2022), n. 4436

Presidente Gallo – Relatore Di Paola

Ritenuto in fatto

  1. La Corte d’appello di Trieste, con la sentenza impugnata in questa sede, ha confermato la condanna alle pene di giustizia pronunciata dal Tribunale di Udine in data 7 febbraio 2018 nei confronti di R.M. per il reato di cui all’art. 707 c.p., colto nel possesso di un coltellino multiuso mentre di trovava, di mattino, in attesa ad una fermata del servizio pubblico di trasporto.
  2. Propone ricorso per cassazione la difesa dell’imputato deducendo, con il primo motivo, violazione della legge penale in relazione all’art. 707 c.p.; la Corte territoriale aveva ritenuto che fosse sufficiente per l’affermazione di responsabilità il mero dato del possesso dello strumento e della sua attitudine “potenziale” nell’essere utilizzato per forzare serrature o porte, senza alcuna valutazione circa le circostanze di tempo e di luogo, oltre che della condotta tenuta dal soggetto agente, da apprezzare nel momento in cui avveniva il ritrovamento dell’oggetto, che ben potevano renderne giustificata la destinazione.

2.1. Con il secondo motivo si deduce violazione di legge, in relazione all’art. 707 c.p., nella misura in cui la sentenza impugnata aveva ritenuto che la giustificazione dell’attuale destinazione dello strumento rinvenuto nella disponibilità dell’imputato dovesse esser fornita solo nel momento dell’accertamento e non anche mediante successive deduzioni difensive (come avvenuto nella specie) ed esclusivamente attraverso le dichiarazioni del soggetto, ignorando circostanze obiettive da cui poter egualmente desumersi la lecita destinazione dello strumento.

Considerato in diritto

  1. Il ricorso è fondato.

Le questioni che il ricorrente pone con i due motivi di ricorso sono strettamente connesse tra loro perché delineano il perimetro degli elementi costituivi della fattispecie incriminatrice, la ripartizione degli oneri di prova dei fatti rilevanti per la dimostrazione di quegli elementi e delle condizioni che rendono il fatto penalmente irrilevante, le modalità di acquisizione di tali prove.

Il reato previsto dall’art. 707 c.p., richiede per la sua configurabilità il ricorrere del dato oggettivo del possesso, ovvero dell’immediata disponibilità, di determinati oggetti (idonei a forzare o aprire serrature) e del dato soggettivo riferito allo status dell’agente (l’esser già stato condannato in via definitiva per delitti determinati da motivi di lucro o per contravvenzioni per la prevenzione di delitti contro il patrimonio); la circostanza che la relazione con gli oggetti indicati possa risultare giustificata in relazione ad usi leciti degli strumenti rappresenta una condizione, per così dire, negativa della fattispecie poiché, ove dimostrata, esclude la rilevanza penale del fatto.

Considerando in questa prospettiva la struttura della fattispecie tipica, la giurisprudenza di legittimità ha più volte affermato che “in tema di possesso ingiustificato di arnesi atti allo scasso, previsto dall’art. 707 c.p., è sufficiente ai fini della configurabilità del reato il suddetto possesso o la loro immediata disponibilità, incombendo all’imputato l’obbligo di dare una seria giustificazione della destinazione attuale e lecita degli strumenti rinvenuti presso di lui” (Sez. 2, n. 52523 del 03/11/2016, Chicchi, Rv. 268410 – 01; Sez. 5, n. 1304 del 14/11/1985, dep. 1986, Ferloni, Rv. 171854 – 01; Sez. 5, n. 8315 del 06/06/1984, Battocchio, Rv. 166010 – 01; Sez. 6, n. 927 del 19/04/1969, Baumgartner, Rv. 112150 – 01). Si tratta di principio che non viola i parametri costituzionali fissati dagli artt. 24 e 27 Cost., poiché non introduce una non consentita inversione dell’onere della prova dal momento che “anche la giustificazione è, essa stessa, un mezzo di difesa offerto dalla legge, al quale l’interessato può liberamente rinunciare qualora ritenga che, ai fini difensivi, sia preferibile il silenzio”, fermo restando che spetta comunque “al giudice di valutare aliunde il fatto, sulla scorta di prove (documentali, testimoniali ecc.), che potrebbero essere fornite e addotte sia da chi si è rifiutato di fornire la giustificazione verbale, sia dalla sua difesa tecnica (che resta piena, incondizionata ed autonoma) o che potrebbero essere introdotte od ammesse ex officio” (Corte Cost. n. 236 del 30/10/1975; nello stesso senso, relativamente alla clausola di esclusione della rilevanza penale collegata alla sussistenza di un “giustificato motivo”, Corte Cost. n. 5 del 13/1/2004).

Fissato tale principio, va osservato che l’onere probatorio riguardante la sussistenza di circostanze di tempo e di luogo, oltre che quelle concernenti la destinazione degli strumenti, idonee a render lecita la loro disponibilità, può essere assolto con modalità differenziate, atteso che non sono previsti limiti di natura temporale per fornire la giustificazione richiesta dalla norma (non essendovi un obbligo da assolvere solo al momento della sorpresa in flagranza, diversamente limitando in modo ingiustificato l’esercizio delle facoltà difensive) ed essendo comunque riservata al giudice di merito la valutazione della relativa prova, comunque fornita, anche in ipotesi di tardiva discolpa (Sez. 2, n. 6929 del 14/06/1996, Sandri, Rv. 205411 – 01).

Ma ciò che più rileva, per assicurare una lettura costituzionalmente coerente della disposizione incriminatrice, è la necessità che l’accertamento della responsabilità sia frutto della verifica circa l’attuale destinazione dello strumento, verifica che deve divenire maggiormente penetrante quanto più l’oggetto incriminato non presenti in sé caratteristiche di evidente destinazione allo scopo dell’apertura o della forzatura delle serrature, al fine di render effettivo il riscontro circa il pericolo concreto e attuale contro il patrimonio che testimonia la determinatezza della fattispecie incriminatrice oltre il mero dato del possesso (Corte Cost. n. 225 del 20/6/2008).

Dunque, tale verifica, ove possibile già attraverso gli elementi probatori acquisiti, deve essere compita anche d’ufficio dal giudice per “evitare che – a fronte della descrizione, per certi versi, non particolarmente perspicua del fatto represso – la norma incriminatrice venga a colpire anche fatti concretamente privi di ogni connotato di pericolosità. A tal fine, il giudice dovrà procedere ad un vaglio accurato sia dell’attitudine funzionale degli strumenti ad aprire o a sforzare serrature; sia delle modalità e delle circostanze di tempo e di luogo con cui gli stessi sono detenuti. In particolare, quanto meno univoca ed esclusiva risulti la destinazione dello strumento allo scasso – come nel caso in cui si discuta di oggetti di uso comune, suscettibili di impieghi diversi e leciti – tanto più significative dovranno risultare le modalità e le circostanze spazio-temporali della detenzione, nella direzione dell’esistenza di un attuale e concreto pericolo di commissione di delitti contro il patrimonio (sentenza n. 265 del 2005)” (Corte Cost. 225/2008 cit.)

Risultano, pertanto, fondati i rilievi del ricorrente in punto di errata applicazione delle norme di diritto, che si sono manifestate nell’omessa considerazione delle circostanze di fatto emerse nel processo e da cui si traevano elementi di prova sulla destinazione lecita della disponibilità dello strumento rinvenuto: dagli atti allegati al ricorso, infatti, e dallo stesso tenore della sentenza impugnata emergono sia la condizione personale dell’imputato, soggetto privo di fissa dimora, sia la fattualità riguardante il momento del controllo, che convergono nella ragionevole ricostruzione della detenzione del coltello multiuso per soddisfare esigenze della vita quotidiana e della necessità di portare con sé (in difetto di un luogo fisico stabilmente destinato alla propria abitazione) quello strumento.

  1. La sentenza impugnata deve pertanto esser annullata senza rinvio perché il fatto non sussiste.

P.Q.M.

Annulla senza rinvio la sentenza impugnata perché il fatto non sussiste.


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