Diritto e Fisco | Articoli

Cosa fare se il datore di lavoro non paga tutte le ore?

13 Febbraio 2022
Cosa fare se il datore di lavoro non paga tutte le ore?

Se le ore di servizio svolte non corrispondono a quelle descritte in busta paga che fare? Come ottenere la disoccupazione se ci si dimette?

Spesso succede che il datore di lavoro indichi in busta paga un numero di ore inferiore rispetto a quelle effettivamente lavorate dal dipendente. La logica conseguenza è che quest’ultimo viene pagato meno di quanto avrebbe diritto. In questi casi, ahimè, non è sempre facile tentare un “approccio” col datore di lavoro per sistemare la situazione. A volte si ottiene solo una risposta secca del seguente tenore: «Se non ti sta bene puoi licenziarti».

Di qui la domanda: cosa fare se il datore di lavoro non paga tutte le ore? Non tutti hanno la possibilità di troncare il rapporto di lavoro, ma chi può farlo ha interesse a sapere come muoversi per non passare dalla parte della ragione a quella del torto. È meglio scrivere una lettera di lamentele in modo da avere una documentazione scritta con cui palesare il malessere del dipendente? Ed in mancanza di riscontro, come interrompere il rapporto di lavoro senza perdere la possibilità di chiedere l’assegno di disoccupazione (la cosiddetta Naspi)? Quale effetto potrebbe avere la percezione di tale contributo da parte dell’Inps sull’eventuale reddito di cittadinanza percepito dall’altro coniuge?

Ecco alcuni importanti chiarimenti in merito. Partiamo proprio dal comprendere cosa fare se il datore di lavoro non paga tutte le ore.

Busta paga con meno ore: che fare?

Nel diritto del lavoro non conta cosa dice il contratto o quante ore riporta la busta paga: conta cosa ha fatto effettivamente il dipendente, quali mansioni ha svolto e quanto tempo è stato in azienda. Insomma, rispetto alla carta prevale la sostanza. È il cosiddetto «principio di effettività». Se così non fosse, sarebbe facile ledere i diritti del dipendente facendogli firmare un contratto capestro.

Detto ciò, ben può il dipendente rivolgersi in qualsiasi momento al giudice, e fino a cinque anni dalla chiusura del rapporto di lavoro, per ottenere le cosiddette differenze retributive e gli straordinari non conteggiati in busta paga.

Per fare ciò, dovrà chiaramente avvalersi di un avvocato, presentare un ricorso in tribunale e, in quella sede, dimostrare le ore effettive di lavoro prestato. A tal fine potrà fornire qualsiasi tipo di prova, come ad esempio le testimonianze dei colleghi (i quali comunque sarebbero obbligati a deporre per legge se citati), eventuali dichiarazioni di altri soggetti come fornitori e clienti, email inviate o documenti firmati in orari diversi da quelli indicati in contratto. Finanche è stata ammessa, dalla Cassazione, la prova audio o video con cui un dipendente registra se stesso mentre sta svolgendo le mansioni: se anche il luogo di lavoro è tutelato dalla privacy, questa “segretezza” viene meno quando si tratta di far valere i propri diritti dinanzi al giudice.

Fatto ciò, il datore di lavoro verrà condannato a pagare le differenze non versate in busta paga. Attenzione però perché, molto spesso, in questi casi, le aziende tendono a chiudere prima della fine della causa per evitare di dover poi pagare i lavoratori frodati. Ecco perché, da un lato, sarà sempre bene valutare le possibilità di una soluzione bonaria che possa peraltro garantire una più rapida soddisfazione del lavoratore e, dall’altro, si potranno valutare gli estremi di un’azione di responsabilità nei confronti dell’amministratore, responsabilità personale resa oggi possibile dal nuovo codice della crisi d’impresa.

Come licenziarsi se le ore in busta paga non vengono pagate?

Il dipendente che può sempre dimettersi in qualsiasi momento e salvo il preavviso. Ma se le dimissioni avvengono per colpa del comportamento del datore di lavoro, come nel caso di pagamenti inferiori al dovuto, si parla di dimissioni per giusta causa. Queste ultime possono essere rassegnate anche senza il preavviso e, soprattutto, danno diritto al risarcimento del danno e all’indennità di mancato preavviso che il lavoratore può sempre chiedere all’azienda.

Come ottenere l’assegno di disoccupazione

Il dipendente che si dimette per giusta causa può chiedere anche l’assegno di disoccupazione – la Naspi – all’Inps. Difatti, la disoccupazione spetta tutte le volte in cui la cessazione del rapporto di lavoro avviene per causa non imputabile al dipendente, come appunto nel caso di dimissioni rese necessarie dall’inadempimento del datore di lavoro.

Proprio a tal fine, per evitare eventuali contestazioni dell’Inps, sarà bene – prima delle dimissioni – inviare una diffida al datore in modo da contestarne la condotta e anticipare le ragioni delle successive dimissioni, fornendo all’azienda un termine per ravvedersi.

Effetti della Naspi sul reddito di cittadinanza

Nel momento in cui il lavoratore otterrà dall’Inps la Naspi, l’importo di questa potrebbe influire sul reddito di cittadinanza eventualmente percepito dal coniuge. Difatti, l’indennità di disoccupazione va a ridurre il reddito di cittadinanza e mai viceversa. La Naspi percepita andrà anche indicata nell’Isee.



Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non hanno ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema (max 1000 caratteri). Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA

Canale video Questa è La Legge

Segui il nostro direttore su Youtube