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Come opporsi ad un trasferimento?

15 Febbraio 2022
Come opporsi ad un trasferimento?

Trasferimento sul lavoro: il dipendente non può rifiutarsi di prendere posto presso la nuova sede salvo quando il trasferimento sia particolarmente gravoso.

Come opporsi ad un trasferimento? Secondo l’orientamento della Cassazione, il dipendente trasferito presso una nuova sede non può rifiutarsi di lavorare e quindi di presentarsi presso quest’ultima sulla base della presunta illegittimità del trasferimento. Diversamente, può essere licenziato. Egli deve prima instaurare un giudizio di impugnazione del provvedimento del datore di lavoro e confidare nella sospensione dello stesso da parte del giudice prima che intervenga la sentenza. 

Il rigore di tale principio, ormai pacifico in giurisprudenza, è comunque temperato tutte le volte in cui il trasferimento sia talmente gravoso da comportare un danno irrimediabile sulle esigenze vitali del lavoratore. Danno che quest’ultimo chiaramente deve dimostrare. Ecco dunque come opporsi ad un trasferimento: fornire la prova dell’eccessiva e ingiustificata gravosità del trasferimento. Ma procediamo con ordine e vediamo, più nel dettaglio, quando è illegittimo un trasferimento e come deve comportarsi in questi casi il dipendente. 

Quando il trasferimento è illegittimo?

L’articolo 2103 del Codice civile spiega quando il trasferimento è illegittimo. Partiamo col definire il concetto di trasferimento. Tale è solo lo spostamento «ad altra unità produttiva». Quando invece l’unità produttiva resta la stessa, anche se geograficamente ubicata in un altro luogo, non si può parlare di vero e proprio «trasferimento» e, dunque, il lavoratore non può opporre alcuna resistenza alla decisione del datore di spostarlo in una differente sede. 

Il trasferimento da un’unità produttiva ad un’altra può avvenire solo per comprovate ragioni tecniche, organizzative e produttive. Se tali ragioni non sussistono, il trasferimento è illegittimo. 

Tuttavia, il datore di lavoro è libero di scegliere insindacabilmente tra le diverse soluzioni adottabili sul piano tecnico, organizzativo e produttivo [1].

Cosa si intende per unità produttiva?

L’unità produttiva è la «sede, stabilimento, filiale, ufficio o reparto autonomo». Costituisce unità produttiva non una qualsiasi articolazione dell’impresa nella quale operano uno o più dipendenti, bensì un’articolazione autonoma avente:

  • sotto il profilo funzionale idoneità ad esplicare, in tutto o in parte, l’attività (di produzione o scambio di beni o servizi) dell’impresa;
  • sotto il profilo organizzativo indipendenza tecnica ed amministrativa, tale che in essa si possa concludere una frazione dell’attività produttiva aziendale.

Una struttura può ritenersi priva di autonomia se ha scopi puramente strumentali ed ausiliari rispetto ai fini produttivi dell’impresa.

Dunque, ai fini del trasferimento, per unità produttiva si intende l’entità aziendale che – eventualmente articolata in organismi minori, anche non ubicati nel territorio del medesimo Comune – si caratterizza per condizioni imprenditoriali di indipendenza tecnica e amministrativa tali che in essa si esaurisce per intero il ciclo relativo ad una frazione o ad un momento essenziale dell’attività produttiva aziendale [2]. Pertanto, non costituisce unità produttiva l’articolazione aziendale (stabilimento, ufficio o reparto) che, sebbene dotata di una certa autonomia amministrativa, è destinata a scopi interamente strumentali o a funzioni ausiliarie rispetto sia ai fini generali dell’impresa, sia ad una frazione dell’attività produttiva della stessa [3]. 

L’assegnazione del dipendente a un ufficio diverso costituisce esercizio di un potere organizzativo che l’amministrazione adotta con la capacità e i poteri del privato datore di lavoro. Il mero spostamento di un pubblico dipendente da un ufficio a un altro, che si risolva in un’assegnazione di compiti diversi da quelli prima svolti, non può essere ricondotto alla nozione di trasferimento in senso tecnico; affinché si configuri un trasferimento, è necessario, infatti, che si realizzi un apprezzabile spostamento geografico del luogo di esecuzione della prestazione.

La mobilità su piazza

La contrattazione collettiva può subordinare la legittimità del trasferimento al fatto che avvenga all’interno dello stesso territorio comunale (cosiddetta mobilità su piazza) invece che da unità produttiva ad unità produttiva: in tal caso, il datore di lavoro ha l’onere di provare il rispetto di tale condizione, a prescindere dal fatto che il nuovo luogo di lavoro possa considerarsi o meno unità produttiva.

Quando contestare il trasferimento?

Abbiamo detto che il trasferimento è illegittimo quando non trova giustificazione in ragioni tecniche, organizzative e produttive. 

Per contestare il trasferimento, il dipendente deve fornire la prova di uno dei seguenti elementi:

  • o che le ragioni dello spostamento ad altra unità produttiva non erano sussistenti al momento in cui il trasferimento viene deciso (e non dopo);  
  • oppure che le ragioni non erano oggettive. Pertanto, è illegittimo il trasferimento determinato da mere valutazioni soggettive. È tuttavia ammessa la legittimità del trasferimento se la condotta del lavoratore (rilevante sotto il profilo disciplinare) determina disfunzioni sotto il profilo tecnico, organizzativo e produttivo. 

Il trasferimento è legittimo, ad esempio, quando sussiste un’incompatibilità ambientale fra il dipendente ed i suoi colleghi, tale da determinare conseguenze (quali tensione nei rapporti personali o contrasti nell’ambiente di lavoro) che costituiscono esse stesse causa di disorganizzazione e disfunzione nell’unità produttiva [4].

Trasferimento illegittimo: come comportarsi?

Il lavoratore che riceve la lettera di trasferimento non può rifiutarsi di prendere servizio nella nuova sede, neanche se ritiene illegittimo tale trasferimento. Se intende opporsi al provvedimento del datore di lavoro, egli deve impugnarlo presso il tribunale e, nel frattempo, svolgere regolarmente la prestazione che gli viene chiesta. 

Secondo la Cassazione [5] è dunque legittimo il licenziamento del lavoratore trasferito che non si presenta nella nuova sede. 

Il dipendente può tuttavia rifiutarsi di eseguire la prestazione a proprio carico solo qualora il trasferimento sia talmente gravoso da incidere in maniera irrimediabile sulle esigenze vitali del lavoratore.

Dunque, anche in caso di trasferimento illegittimo, il rifiuto del dipendente ad assumere servizio presso la sede di destinazione deve essere, in ragione della circostanze, conforme a buona fede.

Ad esempio, è illegittimo il trasferimento della sede di lavoro del lavoratore disabile (ai sensi della legge 104/1992), ma idoneo allo svolgimento di specifiche mansioni, laddove la società datrice non dimostri, in osservanza del principio di buona fede, l’impossibilità di organizzare il proprio lavoro in modo compatibile alla salute del dipendente.

Così, allo stesso modo, sarebbe illegittimo il trasferimento – e consentita l’opposizione – quando si tratti di un lavoratore che assiste un familiare disabile, pertanto impossibilitato ad allontanarsi dal luogo di residenza di quest’ultimo. 


note

[1] Cass. 10 ottobre 2016 n. 20333; Cass. 29 settembre 2015 n. 19306; Cass. 2 marzo 2011 n. 5099, Cass. 23 febbraio 2007 n. 4265

[2] Cass. 22 aprile 2010 n. 9558.

[3] Cass. 22 luglio 2016 n. 15211; Cass. 30 settembre 2014 n. 20600; Cass. 29 luglio 2003 n. 11660.

[4] Cass. 24 ottobre 2019 n. 27345; Cass. 6 luglio 2011 n. 14875; Cass. 26 marzo 1998 n. 3207.

[5] Cass. ord. n. 4404/22 del 10.02.2022.

Autore immagine: depositphotos.com


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