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Tossicodipendente: quantità di droga per uso personale

16 Febbraio 2022
Tossicodipendente: quantità di droga per uso personale

Il fatto di essere tossicodipendente giustifica un quantitativo maggiore di droga ed evitare la condanna per spaccio?

Come noto a molti, l’uso di droga per uso personale – di qualsiasi droga si parli, anche “pesante” – non costituisce reato ma semplice illecito amministrativo. Per tale comportamento dunque non si subisce alcun processo penale, né alcuna sanzione se non la revoca della patente, del porto d’armi e del passaporto. Quando però il quantitativo di droga rinvenuto addosso a una persona è tale da far ritenere che non sia destinato all’uso personale ma alla cessione a terzi, scatta allora il reato di spaccio.

La difficoltà viene poi nel definire le quantità ossia quando c’è uso personale e quando invece c’è spaccio. E sul punto ci si è chiesto se, per un tossicodipendente, la quantità di droga per uso personale possa essere superiore rispetto a un’altra persona. Il fatto di avere una dipendenza dalle sostanze stupefacenti, infatti, potrebbe indurre a ritenere che il quantitativo di sostanza assunta sia superiore ed è quindi legittimo chiedersi se questi possa godere di una maggiore “tolleranza”.

Sul punto, si è espressa proprio di recente la Cassazione [1].

Prima però di spiegare se per il tossicodipendente, la quantità di droga consentita per uso personale è maggiore rispetto a quella per qualsiasi altra persona, ricordiamo che, per legge, la quantità massima (in termini di principio attivo) detenibile per evitare di incorrere in responsabilità penale è pari a:

  • 250 mg di principio attivo nel caso di eroina (circa dieci dosi);
  • 750 mg di principio attivo nel caso di cocaina (pari a circa cinque dosi);
  • 500 mg di principio attivo nel caso di cannabis, marijuana, hashish (equivalenti all’incirca a 35 – 40 spinelli confezionati);
  • 750 mg di principio attivo per MDMA (circa cinque pasticche di ecstasy);
  • 500 mg di principio attivo nel caso di Amfetamina (cinque pasticche);
  • 0,150 mg di principio attivo nel caso di LSD (circa tre quadratini o “francobolli”).

Tuttavia, questi parametri sono solo indicativi. Nel senso che, se durante una perquisizione la polizia dovesse trovare un modesto quantitativo di droga rientrante nelle soglie appena elencate, ma già pronto per essere ceduto (ad esempio, perché impacchettato in dosi ben misurate o con un bilancino per pesare le dosi da cedere), allora scatterebbe il reato di spaccio perché si presumerebbe che la droga sia destinata al mercato.

Ritornando al tossicodipendente, secondo la giurisprudenza è necessario valutare tutte le condizioni del soggetto per stabilire se il quantitativo di droga è rivolto a uso personale o meno.

In tema di detenzione di sostanze stupefacenti, per valutare se la sostanza sia o meno destinata a un uso esclusivamente personale, si deve fare innanzitutto riferimento ai criteri indicati dalla legge, così come elaborati dagli interpreti e quindi, in via esemplificativa: all’eventuale stato di tossicodipendenza dell’imputato, alla sua capacità patrimoniale (bisogna cioè verificare se il suo stipendio consente l’acquisto della droga rinvenuta), alla qualità, alla quantità e all’eventuale varietà delle sostanze; alle modalità di custodia e di eventuale frazionamento dello stupefacente (in bustine di plastica pronte per essere spacciate), al possesso di un bilancino (per misurare le quantità da cedere), al fatto che la detenzione sia stata scoperta presso l’abitazione del soggetto o in luoghi pubblici.

In ogni caso, come chiarito dalla Cassazione, non è onere dell’imputato dimostrare la destinazione all’uso personale.

Nel caso di specie, la Suprema Corte ha convalidato la condanna penale per spaccio nei confronti di un uomo trovato con 91,5 grammi di marijuana. La condanna si era basata soprattutto sul calcolo delle dosi medie da essa ricavabili (221 dosi singole medie).

I Giudici hanno chiarito che «la destinazione all’uso personale della sostanza stupefacente non ha natura giuridica di causa di non punibilità e non è onere dell’imputato darne la prova, perché grava sulla pubblica accusa l’onere di dimostrare la destinazione allo spaccio», né in questa prospettiva «ha rilievo decisivo la quantità di sostanza stupefacente detenuta».

Nella vicenda in esame, però, aggiungono gli Ermellini, non ci si è limitati a considerare la quantità di marijuana detenuta e le dosi da essa ricavabili secondo gli accertamenti tossicologici.

A inchiodare l’uomo sotto processo, difatti, sono ulteriori inequivocabili dettagli. In particolare, «la detenzione della marijuana per strada e la sua ripartizione in due involucri» e poi «la sproporzione fra la retribuzione mensile dichiarata dall’uomo – 1.100 euro nei mesi estivi, 450 euro nei mesi invernali – e il prezzo sul mercato della marijuana (2.000 euro), mentre egli ha affermato di averla acquistata per 130 euro».

Non secondario, infine, il riferimento alla «valutazione del rapporto fra la quantità e l’addotto uso personale, considerando anche il deteriorarsi del principio attivo», concludono i Giudici confermando la condanna emessa in Appello.


note

[1] Cass. pen., sez. VI, ud. 4.11.2021 (dep. 14-02.2022), n. 5271.

Cass. pen., sez. VI, ud. 4 novembre 2021 (dep. 14 febbraio 2022), n. 5271

Presidente Petruzzellis – Relatore Costanzo

Ritenuto in fatto

  1. Con la sentenza impugnata la Corte di appello di Roma ha confermato la condanna inflitta a O.J.E. D.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309, ex art. 73 per avere detenuto illecitamente grammi 91,5 di marijuana (equivalenti a 221 dosi singole medie) suddivisi in due involucri occultati sotto due auto in sosta.
  2. Nel ricorso presentato dal difensore di O. si chiede l’annullamento della sentenza deducendo violazione di legge e vizio della motivazione nel ravvisare la detenzione a fine di spaccio soltanto in base alla quantità di sostanza stupefacente detenuta e al calcolo delle dosi medie dalla stessa ricavabili effettuato sulla base di parametri medi che non tengono conto del consumo effettivo da parte di un tossicodipendente e nonostante la quantità detenuta sarebbe incompatibile con l’uso personale.

Considerato in diritto

  1. La destinazione all’uso personale della sostanza stupefacente non ha natura giuridica di causa di non punibilità e non è onere dell’imputato darne la prova, perché grava sulla pubblica accusa l’onere di dimostrare la destinazione allo spaccio (ex multis: Sez. 6, n. 26738 del 18/09/2020, Canduci, Rv. 279614). Nè ha in questa prospettiva rilievo decisivo la quantità di sostanza stupefacente detenuta.

Tuttavia, la sentenza impugnata non si è limitata a considerare la quantità di marjuana detenuta, dalla quale, secondo gli accertamenti tossicologici risultano ricavabili 221 dosi medie singole, ma ha valutato ulteriori plurimi elementi fra loro convergenti: la detenzione della marijuana per strada, la sua ripartizione in due involucri, la sproporzione fra la retribuzione mensile dichiarata dall’imputato (Euro 1100 nei mesi estivi, Euro 450 nei mesi invernali) e il prezzo sul mercato della marijuana (Euro 2000, mentre l’imputato ha affermato di averla acquistata per Euro 130), la valutazione del rapporto fra la quantità e l’addotto uso personale considerando anche il deteriorarsi del principio attivo.

Invece, il ricorso si limita a contestare genericamente la decisività del criterio fondato sul dato quantitativo senza confrontarsi compiutamente con la motivazione sviluppata nella sentenza impugnata e senza del resto evidenziarne manifeste illogicità. Pertanto, esso risulta aspecifico.

  1. Da quanto precede deriva la inammissibilità del ricorso e, ex art. 616 c.p., la condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della di Euro tremila in favore della Cassa delle Ammende.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro tremila in favore della Cassa delle Ammende.


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