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Gli avvocati più famosi della storia italiana

23 Luglio 2022 | Autore:
Gli avvocati più famosi della storia italiana

Chi sono i legali più conosciuti, cosa hanno fatto per ottenere il successo professionale e umano e perché sono ricordati e stimati. 

Lo stereotipo dell’avvocato di successo è Perry Mason, ma non esiste solo lui, anzi: Perry Mason è un personaggio inventato, di pura fantasia. È il protagonista di romanzi gialli e film americani, ricchi di astuzie e colpi di scena dove è proprio il difensore brillante che, quasi con un tocco di magia, risolve casi impossibili salvando imputati innocenti (ma solo all’ultimo momento, perché prima devono subire lo strazio del processo: altrimenti non ci sarebbe storia).

In realtà, non c’è bisogno di andare in America per trovare avvocati bravi, potenti e celebri: in Italia, ne abbiamo parecchi e tra gli avvocati più famosi della storia italiana ci sono uomini e donne di spicco, la cui fama ha travalicato le aule di giustizia. Sono personaggi piuttosto diversi tra loro per epoca, provenienza e settore di impegno, ma ci sono molte cose che li accomunano:

  • la grande capacità di studio: tutti hanno ottenuto brillanti risultati universitari, si sono laureati in fretta e con il massimo dei voti, e questo ha favorito il loro ingresso nella professione legale;
  • una grossa ambizione: avevano sempre la voglia di emergere e di riuscire ad essere ottimi avvocati, hanno concentrato gli sforzi su questo obiettivo e così, nonostante le avversità, sono diventati eccellenti, i migliori nel loro campo, e hanno fatto cose che li rendono degni di essere ricordati;
  • l’attenzione alle relazioni umane e alla comunicazione interpersonale, che sono qualità fondamentali per un avvocato chiamato tutti i giorni a confrontarsi con clienti, giudici e funzionari; non sono personaggi gretti, avidi di denaro e impegnati in trame di potere, ma al contrario si sono spesi per gli altri, mettendo le loro capacità al servizio della gente;
  • la forza di attraversare le epoche diverse di un mondo che cambia tenendosi sempre aggiornati, cambiando mentalità quando occorreva e cogliendo le opportunità che si presentavano: come Franzo Grande Stevens che, alle prime armi, si recò da Napoli a Torino per presentarsi a un professore universitario con cui desiderava collaborare. Il prof era assente per gravi motivi familiari, così il giovane, per non tornare con un viaggio a vuoto, “ripiegò” su Gianni Agnelli, e fu la sua fortuna, ma anche quella dell’Avvocato con la A maiuscola: iniziamo proprio da lui.

Franzo Grande Stevens: l’avvocato dell’Avvocato

Innanzitutto, sfatiamo un mito: l’avvocato più celebre d’Italia, l’avvocato per antonomasia, Gianni Agnelli, non era un avvocato: aveva la laurea in giurisprudenza, ma non ha mai esercitato la professione legale e non si è neppure preoccupato di sostenere l’esame di abilitazione. Lui stesso, però, nonostante la ricchezza e il successo, non disdegnava di essere chiamato con questo soprannome onorifico che gli era stato affibbiato sin da quando era ragazzo.

In realtà, la Fiat un avvocato vero ce l’aveva: Franzo Grande Stevens, che dagli anni ’50 in poi ha curato tutti gli interessi della famiglia Agnelli, al punto di essere definito “l’avvocato dell’Avvocato”.

Siciliano di origine (ma con ascendenti inglesi ai quali deve il suo secondo cognome), cresciuto a Napoli e poi trapiantato a Torino, Grande Stevens non lavorò solo per il gruppo Fiat: negli anni Settanta, gli “anni di piombo”, difese d’ufficio i capi storici delle Brigate Rosse, che rifiutavano di essere processati dallo Stato e perciò non avevano voluto nominare i propri difensori di fiducia. Stevens assunse la loro difesa insieme al presidente degli avvocati di Torino, Fulvio Croce, che poi venne assassinato dai terroristi.

Stevens era un enfant-prodige che aveva studiato lavorando nel pastificio del nonno a Napoli e prendendo la laurea giovanissimo a pieni voti. All’inizio della professione, si era fatto le ossa nei difficili processi del primo dopoguerra che vedevano imputati i collaboratori del nazifascismo. A trent’anni, nel 1958, era già diventato avvocato cassazionista, classificandosi primo al concorso per esami.

Mentre Gianni Agnelli era un “viveur”, Grande Stevens era schivo e riservato ed è stato sempre lontano dai riflettori, lavorando in silenzio. Diceva, prima di Yves-Saint-Laurent e di Cocò Chanel, che la vera eleganza è passare inosservati. Nella sua lunga carriera, ha lavorato per i principali gruppi industriali e finanziari italiani: De Benedetti, Ferrero, Pininfarina e Lavazza.

Dopo la morte di Gianni Agnelli e del fratello Umberto, il giovane ma non sprovveduto John Elkann, erede dell’impero Fiat, affidò le redini dell’azienda a un manager capace: Sergio Marchionne. Grande Stevens diede il suo assenso, e fu una scelta fortunata per le sorti del gruppo, che all’epoca era in gravi difficoltà finanziarie. Tra Marchionne e Grande Stevens – più vecchio di trent’anni – nacque subito una profonda amicizia, favorita dalla profonda passione per la filosofia che li accomunava. Nel 2018, alla morte prematura di Marchionne, per un tumore ai polmoni, il quasi novantenne Grande Stevens commentò, addolorato ma con realismo: «è stato tradito dalle sigarette, fumava troppo».

Grande Stevens è ancor oggi il presidente onorario della Juventus: una carica che ha ricoperto insieme a Giampiero Boniperti, morto lo scorso anno. Tra le sue opere c’è l’autobiografia «Vita di un avvocato» e il «Manualetto forense», che parla delle norme ordinamentali, di previdenza e di deontologia degli avvocati; sono libri che hanno molto da insegnare a chi si avvicina alle professioni legali. Grande Stevens fu anche presidente del Consiglio nazionale forense e della Cassa di previdenza.

Piero Calamandrei: l’avvocato nel cuore

Tra i giovani avvocati Piero Calamandrei è diventato un must: esistono magliette con il suo nome e slogan che riportano le sue più celebri frasi, anche adattandole ai tempi moderni. Una per tutte: «comunque vada panta rei, non sei Calamandrei». Cento anni fa, nel 1921, quando gli avvocati erano pochissimi rispetto ad oggi, scrisse un libro polemico, intitolato «Troppi avvocati!», ricordando, però, che «se non esistessero i professionisti legali la giustizia non potrebbe funzionare».

Calamandrei è uno dei padri della Costituzione italiana, che divulgò con passione nelle assemblee e nelle scuole facendo conoscere a tutti i suoi principi e sottolineandone il valore: «Non è una carta morta, è il testamento di centomila morti. La nostra Costituzione è nata nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri in cui furono imprigionati, nei campi dove vennero impiccati».

Memore dei sacrifici della resistenza e dell’importanza della democrazia, Calamandrei ripeteva spesso: «La libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare». Parlava per esperienza diretta: durante il fascismo, fu uno dei pochi professori a rinunciare alla cattedra universitaria per non aver accettato di piegarsi al regime.

Tra i suoi processi più celebri, quello del 1956 in cui difese il pacifista Danilo Dolci, una sorta di Gandhi italiano (tra parentesi, anche il Mahatma Gandhi era avvocato in India): era accusato di turbamento dell’ordine pubblico per aver promosso uno “sciopero alla rovescia”, una manifestazione non violenta per protestare contro la mancanza di lavoro e le illegalità diffuse nella sua terra, la Sicilia. Nelle sue arringhe, Calamandrei fece vivere la portata dell’art. 4 della Costituzione, sul diritto al lavoro.

Calamandrei fu un fine scrittore ed oratore e le sue frasi sono rimaste celebri: vengono insegnate nelle scuole e citate sempre nei convegni giuridici (talvolta anche a sproposito). Te ne proponiamo alcune, solo un assaggio, per farti constatare la loro profondità ed anche la brillante attualità:

  • Quando un avvocato parla poco, il giudice, anche se non capisce quello che dice, capisce che ha ragione. Il giudice non ha il dovere di capire: è l’avvocato che ha il dovere di farsi capire;
  • Disse il cliente scegliendo il difensore: «Eloquente e furbo: ottimo avvocato»! Disse il giudice nel dargli torto: «Chiacchierone e imbroglione: avvocato pessimo!»;
  • Che vuol dire «grande avvocato»? Vuol dire avvocato utile ai giudici per aiutarli a decidere secondo giustizia, utile al cliente per aiutarlo a far valere le proprie ragioni. Utile è quell’avvocato che parla lo stretto necessario, che scrive chiaro e conciso, che non ingombra l’udienza con la sua invadente personalità, che non annoia i giudici con la sua prolissità e non li mette in sospetto con la sua sottigliezza: proprio il contrario, dunque, di quello che certo pubblico intende per «grande avvocato»;
  • Molte professioni possono farsi col cervello e non col cuore. Ma l’avvocato no. L’avvocato non può essere un puro logico, né un ironico scettico, l’avvocato deve essere prima di tutto un cuore: un altruista, uno che sappia comprendere gli altri uomini e farli vivere in sé, assumere su di sé i loro dolori e sentire come sue le loro ambasce;
  • Il segreto della giustizia sta in una sempre maggior umanità e in una sempre maggiore vicinanza umana tra avvocati e giudici nella lotta contro il dolore. Infatti il processo, e non solo quello penale, è di per sé una pena che giudici e avvocati devono abbreviare rendendo giustizia.

Francesco Carnelutti: l’anima del diritto

Quasi coetaneo di Calamandrei, Francesco Carnelutti è stato un avvocato, giurista e professore universitario (ha insegnato alla Bocconi di Milano: esisteva già ai primi del Novecento): un personaggio molto eclettico, capace di passare con disinvoltura dalla teoria alla pratica del diritto, e viceversa. Si laureò nel 1900, a soli 21 anni, e l’anno dopo era già diventato procuratore legale (a quei tempi si poteva anticipare la pratica forense alla laurea).

Nella sua vita ha spaziato in molti campi del diritto: procedura civile, infortuni sul lavoro, diritto industriale, procedura penale. Aveva grande inventiva e lo dimostrò quando, ancora giovane, difese la famiglia di un lavoratore morto cadendo in un burrone mentre stava andando al lavoro. Oltre a vincere il caso, elaborò l’istituto dell’infortunio in itinere, per consentire ai familiari superstiti di ottenere il risarcimento del danno, in tutti i casi in cui l’incidente era avvenuto non sul luogo di lavoro ma durante il tragitto.

Gli autori dei manuali contemporanei di diritto privato e diritto civile si ispirano alle teorie di Carnelutti sulle coppie di opposti, che combinano tutte le possibili forme che può avere un rapporto giuridico: diritto e obbligo, potestà e soggezione, facoltà e dovere. Carnelutti ha spiegato che ci sono delle asimmetrie, perché a una situazione non corrisponde necessariamente l’altra: anzi, le correlazioni sono flessibili. È un’intuizione brillante e fertile ancor oggi.

Negli ultimi anni della sua vita, Carnelutti scrisse opere di forte ispirazione religiosa, tentando di superare il diritto e andare oltre, alla ricerca di una verità superiore, capace di dare significato a tutto e dunque anche al diritto stesso. Nella sua lettera di commiato, prima di morire, scrisse: «Credo che pochi uomini, quanto me, abbiano amato il diritto. Non dico che il diritto non mi abbia ricompensato, ma è stata una strana ricompensa quella di rivelarmi, al fine, la sua miseria … Il colmo del mio sapere è stato quello di riconoscere la sua necessità e, insieme, la sua insufficienza. Ringrazio Dio di avermi fatto comprendere che l’ascesa non è dal semplice al complesso ma, viceversa, dalla complessità alla semplicità».

Franco Coppi: i processi più difficili

L’avvocato Franco Coppi, che oggi ha 83 anni ben portati, entra a pieno titolo nella rosa degli avvocati più famosi d’Italia: ha difeso molti imputati celebri, tra cui Giulio Andreotti nel processo per mafia che lo riguardava e Sabrina Misseri, imputata per l’omicidio di Avetrana in cui morì sua cugina, la quindicenne Sarah Scazzi. Il primo è stato assolto, la seconda condannata. «È l’angoscia della mia vita. È innocente, non mi rassegno», dice, ostinato a proseguire la sua battaglia per ottenere l’assoluzione della giovane donna.

Grazie alle sue versatili capacità, la clientela dell’avvocato Coppi è sempre stata molto eterogenea: ha difeso poliziotti, come Gianni de Gennaro per la vicenda dei pestaggi nella caserma Diaz nel 2001, il generale dei servizi segreti Nicolò Pollari per il sequestro di Abu Omar, Raniero Brusca (il fidanzato di Simonetta Cesaroni, uccisa nell’omicidio di via Poma), e poi ancora imprenditori come l’amministratore delegato della ThyssenKrupp nel caso Eternit, e banchieri come Antonio Fazio per lo scandalo dell’Antonveneta.

«Faccio l’avvocato. Difenderei chiunque, anche Berlusconi», disse qualche anno fa. Ed infatti è entrato nel collegio difensivo ed ha ottenuto l’assoluzione del Cavaliere nel primo processo per corruzione e prostituzione minorile. «Il merito è anche di Ghedini e Longo», ha precisato con lealtà, nominando i suoi colleghi. Franco Coppi è un uomo schietto e senza peli sulla lingua: «Certe toghe mi fanno paura», ha detto di recente, a proposito del caso Palamara che ha fatto emergere il sistema di malgoverno della magistratura, da lui definita come «un potere autoreferenziale concentrato su se stesso».

Lidia Poët: la prima donna avvocato

Nell’Ottocento, per una donna non era facile laurearsi e intraprendere una professione; figuriamoci quella dell’avvocato, tradizionalmente riservata al sesso maschile. Eppure, Lidia Poët ci riuscì: si laureò in giurisprudenza nel 1881 con una tesi sulla condizione femminile nella società e sul diritto di voto per le donne, che all’epoca in Italia non esisteva (verrà riconosciuto nel 1946), fece la pratica legale e si iscrisse, con grande clamore, all’albo degli avvocati di Torino: qualcuno tentò di opporsi, ma non c’era nessuna norma che lo vietasse, perché era impensabile a quei tempi che una donna potesse provarci.

Divenne così la prima donna avvocato in Italia, ma dovette impegnarsi il doppio dei suoi colleghi uomini per dimostrare di essere brava come loro. Tanto per cominciare, la Corte d’Appello, su richiesta del procuratore del Re, la cancellò dall’albo, con una tesi singolare: la professione forense andava considerata come un ufficio pubblico, ma le donne non erano ammesse, e la legge dell’epoca sull’avvocatura (che all’epoca veniva chiamata “avvocheria”) non parlava mai di avvocato al femminile.

La sentenza contiene considerazioni che oggi farebbero ridere, come quelle secondo cui le donne non potevano fare l’avvocato perché altrimenti avrebbero dovuto «discutere di argomenti imbarazzanti per fanciulle oneste» e non potevano certo indossare la solenne toga nera sui loro abiti «tipicamente strani e bizzarri»; poi, il ciclo mestruale le rendeva instabili per almeno una settimana al mese; inoltre, i giudici avrebbero potuto favorire un’avvocata appartenente al gentil sesso e in particolare «una avvocatessa leggiadra» (oggi si direbbe: avvenente, affascinante, bella o almeno carina). La conclusione dei giudici fu: «l’avvocheria è un ufficio esercitabile soltanto da maschi e nel quale non devono immischiarsi le femmine».

Intanto, messa alle strette dalla cancellazione dall’albo degli avvocati, la Poët dovette ripiegare collaborando nello studio legale del fratello Enrico (che essendo maschio non aveva problemi a esercitare la professione), e si dedicò alla difesa di quelle che oggi chiameremmo fasce deboli: minori, emarginati e, ovviamente, donne. La sua ostinazione fu premiata: dopo la prima guerra mondiale, la legge fu riformata e le donne vennero finalmente ammesse «ad esercitare tutte le professioni ed a coprire tutti gli impieghi pubblici», ad eccezione della magistratura e delle forze armate, per le quali bisognerà aspettare altri decenni. Così Lidia Poet nel 1920 riuscì finalmente a esercitare la professione di avvocato. Aveva già 65 anni, ma visse ancora a lungo: morì a 94 anni, dopo aver avuto la soddisfazione di vedere la nascita della Repubblica e il voto a suffragio universale per le donne.

Tina Lagostena Bassi: l’avvocato anti-stupro

Un’altra avvocatessa molto nota per il suo impegno in favore dei diritti delle donne è stata Tina Lagostena Bassi. Divenne famosa per aver difeso una delle vittime del massacro del Circeo nel 1975, in cui due ragazze furono violentate, seviziate e una di loro uccisa. Qualche anno dopo, difese un’altra ragazza vittima di violenza sessuale di gruppo: nel processo, sostenne con forza la tesi dello stupro, che i suoi colleghi di controparte cercavano di minimizzare e ridicolizzare. Non era facile in quell’epoca andare contro il maschilismo dominante, ma alla fine vinse lei.

Il processo fu trasmesso in televisione dalla Rai ed ebbe vastissima risonanza. Fu proprio lei a pronunciare per la prima volta la parola stupro nella sua arringa. Era il 1979, e così quel termine entrava ufficialmente nelle aule giudiziarie. Tina Lagostena Bassi fu una delle fondatrici del Telefono Rosa, nato nel 1988 per dare aiuto alle donne e ai loro figli minori vittime di violenza e maltrattamenti in famiglia. È stata anche per dieci anni giudice della trasmissione televisiva Forum.

Gli avvocati uccisi

Dal dopoguerra ad oggi, sono 38 gli avvocati uccisi dalla mafia, dai terroristi o dai loro stessi clienti. Ne ricordiamo alcuni, i più famosi: Fulvio Croce, presidente degli avvocati torinesi, ucciso dalla Brigate Rosse nel 1977; Giorgio Ambrosoli, assassinato a Milano nel 1979, mentre stava svolgendo l’incarico di liquidatore di una banca riconducibile a Michele Sindona. Lo scrittore Corrado Stajano gli dedicò il libro “Un eroe borghese”, da cui fu tratto un film diretto da Michele Placido e una serie televisiva con protagonista Pierfrancesco Favino.

Era avvocato anche il presidente della Regione Sicilia, Piersanti Mattarella, fratello dell’attuale presidente della Repubblica, che fu ucciso dalla mafia nel 1980. Così come erano avvocati i giuslavoristi Massimo d’Antona e Marco Biagi, entrambi vittime del terrorismo che voleva ostacolare le riforme del diritto del lavoro intraprese, alla fine degli anni Novanta, dai governi di cui erano consulenti. La stessa sorte toccò nel 1995 all’avvocato Serafino Famà che venne assassinato da un killer della mafia siciliana una sera mentre usciva dal suo studio.

Ci sono poi avvocati uccisi mentre espletavano le loro funzioni, come, Francesca Trombino, colpita a morte nel 1998 con martellate alla testa dal marito di una cliente che stava divorziando, e Lorenzo Claris Appiani, ucciso a colpi di pistola nel 2015 da un suo ex cliente durante un’udienza nel tribunale di Milano.

Alfonso de Liguori: l’avvocato santo

Dopo gli avvocati eroi, concludiamo con un avvocato santo: Alfonso Maria de Liguori. Visse nel Settecento, ma è venerato ancora oggi, specialmente nella sua città d’origine, Napoli. Divenne avvocato ad appena 16 anni (all’epoca gli studi erano molto più brevi di oggi) ed esercitò fino a 30, quando decise di indossare l’abito talare. Ma non dimenticò la professione forense, anzi, la celebrò nei suoi scritti.

Le sue «12 regole morali per essere un buon avvocato» sono diffuse e meditate anche oggi, grazie al fatto che Alfonso de Liguori è il santo patrono degli avvocati. Ti proponiamo le prime tre, per farti constatare la loro attualità:

  1. Non bisogna accettare mai cause ingiuste, perché sono perniciose per la coscienza e il decoro;
  2. Non bisogna difendere una causa con mezzi illeciti;
  3. Non si deve aggravare il cliente di spese non dovute, altrimenti l’avvocato ha l’obbligo della restituzione.


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