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Articolo 74 Costituzione: spiegazione e commento

18 Febbraio 2022
Articolo 74 Costituzione: spiegazione e commento

Cosa dice e cosa significa l’art. 74 che dà al presidente della Repubblica la possibilità di non promulgare una legge e di rinviarla alle Camere.

Il Presidente della Repubblica, prima di promulgare la legge, può con messaggio motivato alle Camere chiedere una nuova deliberazione.

Se le Camere approvano nuovamente la legge, questa deve essere promulgata.

Il Capo dello Stato può non promulgare una legge

«C’è un caso in cui posso, anzi devo, non firmare: quando arrivano leggi o atti amministrativi che contrastano palesemente, in maniera chiara, con la Costituzione. Ma in tutti gli altri casi non contano le mie idee: ho l’obbligo di firmare». Così, con queste poche parole, Sergio Mattarella spiegò a un gruppo di studenti che incontrò nella veste di presidente della Repubblica, l’articolo 74 della Costituzione. Mattarella ha sintetizzato in queste frasi lo spirito con cui è stata scritta questa norma: le idee politiche del Capo dello Stato non contano quando esercita le sue funzioni, pertanto è tenuto a firmare le leggi che riceve dal Parlamento per la loro promulgazione. Anche se c’è un «ma», ed è quello introdotto proprio dall’articolo 74 della Costituzione.

Il presidente della Repubblica, nell’esercizio del suo potere di controllo costituzionale, può rispedire una legge al mittente (cioè al Parlamento) nel caso in cui si renda conto che c’è discordanza tra il contenuto del provvedimento e la Costituzione stessa. Dovrà farlo, però, con «messaggio motivato»: che significa?

Il messaggio motivato che accompagna il rinvio di una legge alle Camere è un atto in cui il presidente della Repubblica espone quelli che, a suo giudizio, sono gli elementi che impediscono la promulgazione del testo, in quanto si tratta di vizi di legittimità costituzionale. Con questo messaggio, dunque, il Capo dello Stato invita il Parlamento a rivedere la legge e a farne una nuova deliberazione.

Si può dire, pertanto, che il Presidente non esercita i suoi poteri soltanto quando promulga una legge ma anche quando non lo fa: nel caso in cui decida di rinviare un testo alle Camere per una sua revisione dimostra di avere svolto il suo ruolo di garante della Costituzione.

Come detto – e come sottolineato dallo stesso Mattarella – i vizi segnalati nel messaggio motivato devono riguardare soltanto eventuali discostamenti dalla Costituzione e mai possono essere considerazioni di tipo personale o politico, poiché il presidente della Repubblica deve attuare sempre super partes. Ciò vuol dire che non può nemmeno apportare delle modifiche o delle correzioni al provvedimento ricevuto dal Parlamento, poiché si tratta di un lavoro che rientra nella funzione legislativa spettante a Camera e Senato. Peraltro, va ricordato che il potere di rivedere e di, eventualmente, cancellare una legge perché non coerente con i valori e con i princìpi della Costituzione è nelle sole mani della Consulta, cioè della Corte costituzionale.

Il potere limitato del Presidente sul rinvio di una legge

Oltre a riconoscere al presidente della Repubblica il potere di rinviare alle Camere una legge, l’articolo 74 della Costituzione nasconde tra le pieghe un compito anche per il Parlamento: quello di agire con buon senso e secondo la buona fede.

Il comma finale di questa norma dice che il Capo dello Stato può rimandare un testo indietro una sola volta. Perché quando lo riceve per la seconda volta, non può più rimetterlo nelle mani delle Camere e dovrà per forza promulgarlo.

In pratica, l’articolo 74 stabilisce questa procedura: il Parlamento approva una legge e la spedisce al Quirinale affinché venga firmata e promulgata dal presidente della Repubblica. Il quale, però, potrebbe trovare dei vizi di legittimità costituzionale. A questo punto, chiede con messaggio motivato alle Camere di rivedere il testo originale, segnalando quali sono i vizi riscontrati, e di fare una nuova deliberazione.

Ed è qui che deputati e senatori sono chiamati ad usare fino in fondo il buon senso, perché hanno due opzioni: valutare le perplessità sollevate dal Quirinale e modificare la prima versione della legge oppure ignorare quanto detto dal Presidente, non correggere nemmeno una virgola, lasciare il testo invariato e rimandarlo al Colle, dove il Capo dello Stato sarà costretto a promulgare la nuova legge anche se contiene i vizi segnalati dopo la prima lettura. È chiaro che, in quest’ultimo caso, la norma costituzionale verrebbe rispettata alla lettera ma si creerebbe, in maniera più o meno involontaria, un incidente istituzionale tra le massime cariche dello Stato.

Dal lato pratico, dunque, quando si approva e si deve promulgare una nuova legge non è che le Camere sono nelle mani del presidente della Repubblica ma quasi viene da dire «viceversa»: il Colle può contestarla una prima volta ma la seconda no, perché non gli è consentito di bloccare ciò che il Parlamento ha deciso nell’esercizio della sua funzione legislativa.

Il Presidente come un semplice «passacarte», dunque? Ci mancherebbe altro, non è proprio così. Se proprio avverte che la legge in questione non ha i minimi requisiti per essere considerata tale oppure rischia di sconfinare, se pubblicata, nel reato di attentato alla Costituzione, il Capo dello Stato può evitare di risponderne penalmente in prima persona e rifiutare per la seconda volta la sua promulgazione. Sarà inevitabile, a questo punto, l’intervento della Corte costituzionale per risolvere il conflitto di attribuzione sorto tra Parlamento e Presidenza della Repubblica.



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