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Articolo 75 Costituzione: spiegazione e commento

20 Febbraio 2022
Articolo 75 Costituzione: spiegazione e commento

Cosa dice e cosa significa l’art. 75 sul referendum abrogativo: quando può essere ammesso e su quali leggi non può intervenire la consultazione popolare.

È indetto referendum popolare per deliberare l’abrogazione, totale o parziale, di una legge o di un atto avente valore di legge, quando lo richiedono cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali.

Non è ammesso il referendum per le leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali.

Hanno diritto di partecipare al referendum tutti i cittadini chiamati ad eleggere la Camera dei deputati.

La proposta soggetta a referendum è approvata se ha partecipato alla votazione la maggioranza degli aventi diritto, e se è raggiunta la maggioranza dei voti validamente espressi.

La legge determina le modalità di attuazione del referendum.

Il referendum, la massima espressione di democrazia

L’articolo 75 della Costituzione consente ad ogni cittadino maggiorenne di esercitare un diritto che equivale alla più alta espressione della democrazia: la possibilità di pronunciarsi direttamente su una norma da abrogare o da introdurre nell’ordinamento legislativo del Paese. Il popolo è sovrano quando elegge i suoi rappresentanti ma lo è pure quando viene chiamato a decidere se una legge, in toto o in parte, non ha più ragione di esistere oppure deve essere scritta dal Parlamento.

Questa espressione della sovranità popolare si chiama referendum, gerundio del verbo latino refere, cioè «riferire», quindi «riferendo». I cittadini, in effetti, «riferiscono» il proprio parere attraverso il voto dando o togliendo l’appoggio alla consultazione, cioè votando «sì» o votando «no» ad un quesito che – almeno in teoria, anche se raramente capita – dovrebbe essere chiaro e comprensibile a tutti.

Ciò significa che, per una volta, il popolo sovrano prende in mano il potere legislativo che gli spetta di diritto, la cui funzione viene svolta di norma dal Parlamento, e decide se introdurre o eliminare delle nuove leggi. In altre parole: i cittadini hanno la possibilità con questo strumento di «correggere il tiro» su quel che è stato deciso nelle Camere dai loro rappresentanti.

Esistono diverse tipologie di referendum:

  • consultivo, per conoscere l’opinione dei cittadini su una questione particolare;
  • confermativo, per avere il parere del popolo su una legge appena promulgata;
  • abrogativo, per chiedere se si vuole eliminare del tutto o in parte una determinata legge;
  • propositivo, per sottoporre all’elettorato un nuovo progetto di legge.

Nell’articolo 75, la Costituzione tratta il referendum abrogativo, cioè quello che elimina dall’ordinamento giuridico una determinata legge o un passaggio di essa. Trattandosi di una fonte di diritto, la Corte costituzionale ha il potere di dichiarare la consultazione ammissibile o inammissibile sulla base della legittimità dell’eventuale risultato rispetto alla Costituzione. In pratica, la Consulta verifica che la possibile abrogazione della legge (o di una sua parte) sia compatibile con la Carta costituzionale.

La procedura per chiedere il referendum abrogativo

Naturalmente, il fatto di poter esercitare il potere legislativo attraverso un referendum non significa che un qualsiasi elettore ha la possibilità di recarsi una mattina alla Corte costituzionale per depositare la sua proposta di abrogazione di una legge. Ci vogliono certi requisiti e va seguita una determinata procedura stabilita dalla legge (come precisato nella parte finale da questo articolo della Costituzione) affinché la richiesta venga presa in considerazione.

Come stabilito dall’articolo 75 della Costituzione, il referendum può essere indetto quando lo richiedono 500.000 cittadini aventi diritto al voto oppure cinque Consigli regionali.

Più nel dettaglio, le 500.000 firme devono essere raccolte nell’arco di tre mesi dalla presentazione dell’iniziativa su fogli di tipo «carta bollata» precedentemente vidimati dalle segreterie comunali oppure dalle cancellerie dei tribunali. Ogni facciata deve riportare il quesito da sottoporre ai cittadini e la legge di cui si propone l’abrogazione. Non solo: accanto a ciascuna firma ci devono essere le generalità dell’elettore. Le firme dovranno essere, poi, certificate da un notaio o da un funzionario abilitato a conferire pubblica fede a un documento.

Che fine fanno tutte queste firme? I promotori dell’iniziativa sono tenuti a depositarle, allegando i certificati elettorali dei sottoscrittori, entro il 30 settembre presso l’Ufficio centrale per il referendum che ha sede nella Corte di Cassazione con qualche limitazione. Il deposito non può avvenire:

  • nell’anno anteriore a quello in cui scade la legislatura;
  • nei sei mesi successivi alla data in cui sono convocati i comizi elettorali.

Nell’arco di un mese dal termine ultimo per depositare le firme, quindi entro il 31 ottobre, l’Ufficio centrale per il referendum verifica la legittimità della richiesta e delle firme presentate. Se vengono riscontrate delle irregolarità, i promotori hanno tempo fino al 20 novembre per sanarle o per contestarle. La pronuncia definitiva dell’Ufficio centrale avviene non oltre il 15 dicembre.

Dopodiché, è il turno della Corte costituzionale: la Consulta è chiamata a decidere se ammettere o respingere la richiesta di referendum.

Gli ultimi due passaggi avvengono a Palazzo Chigi e al Quirinale: il Consiglio dei ministri propone al presidente della Repubblica di indire il referendum e il Capo dello Stato, a quel punto, dà il suo via libera. Il Governo fissa la data della consultazione tra il 15 aprile e il 15 giugno. Anche qui c’è un vincolo, però: nel caso in cui ci sia una crisi di Governo che porta allo scioglimento delle Camere quando il referendum è già stato indetto, la procedura viene «congelata» e riprende a partire dal 365° giorno successivo alla data delle elezioni.

Affinché il risultato del referendum sia valido, è necessario che alla consultazione partecipi la maggioranza assoluta degli elettori, cioè la metà più uno. L’articolo 75 della Costituzione parla degli aventi diritto al voto alla Camera, cioè di chi ha compiuto i 18 anni. In realtà, sono anche gli aventi diritto al voto al Senato dopo la riforma che non richiede più i 25 anni di età per partecipare all’elezione dei senatori.

In caso di vittoria del «sì», cioè se il referendum abrogativo ottiene l’appoggio della maggioranza assoluta dei votanti, il presidente della Repubblica emana un decreto con cui abroga la legge bocciata dall’elettorato, con effetto a decorrere dal giorno successivo a quello in cui il decreto è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale. Anche se, su proposta del ministro interessato, il Capo dello Stato può decidere di ritardare di 60 giorni l’entrata in vigore del suo provvedimento in modo che il Parlamento possa sostituire le norme abrogate nel referendum.

Se, invece, vince il «no», cioè se l’elettorato respinge la richiesta di abrogazione di una legge, se ne dà comunicazione sulla Gazzetta Ufficiale e scatta una sorta di «periodo bianco»: non può essere proposto un referendum con lo stesso contenuto prima di cinque anni dalla data della consultazione.

Il referendum abrogativo non è ammesso per alcune leggi

La sovranità del popolo per abrogare una norma del nostro ordinamento ha i suoi limiti. Gli elettori non possono decidere su qualsiasi materia, come prevede l’articolo 75 della Costituzione.

In particolare, il referendum non è ammesso per le leggi:

  • tributarie e di bilancio;
  • di amnistia e di indulto;
  • di autorizzazione a ratificare i trattati internazionali.

A queste se ne aggiungono altre per volontà della Corte costituzionale, e cioè le leggi:

  • approvate con procedimento rafforzato, in modo da resistere ad un’eventuale abrogazione, come ad esempio il Concordato con la Chiesa cattolica, la cui revisione prevedrebbe il coinvolgimento dell’istituzione ecclesiastica;
  • il cui contenuto costituisca l’unico modo per dare attuazione ai princìpi contenuti nella Costituzione, come nel caso delle disposizioni relative all’aborto terapeutico che mirano a tutelare la vita della madre;
  • che comportano l’osservanza di un obbligo derivante dall’appartenenza all’Unione europea.


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