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Co.co.pro. nel pubblico impiego: è consentito?

26 Febbraio 2022
Co.co.pro. nel pubblico impiego: è consentito?

Ho iniziato a lavorare per l’Asl con un contratto di lavoro co.co.pro. nella figura professionale di assistente amministrativo. Il contratto è stato prorogato due volte e, successivamente (ormai più di una anno fa) ho stipulato un contratto di lavoro subordinato a tempo determinato con la stessa azienda come assistente amministrativo, cat. C, tramite avviso pubblico, anch’esso prorogato. Ad oggi non si parla di rinnovi, anzi di licenziamenti. Come posso fare? Ho qualche possibilità?

Il Co.co.pro. è un contratto di collaborazione coordinata a progetto e, dunque, di lavoratori parasubordinati. Si tratta infatti di un contratto applicato a lavoratori che si trovano – in un certo senso – a metà strada tra il lavoro dipendente e il lavoro autonomo.

I cosiddetti Co.co.pro. lavorano in piena autonomia operativa, non sono sottoposti ad alcun vincolo di subordinazione, ma hanno un rapporto unitario e continuativo con chi commissiona loro il lavoro. Sono dunque formalmente inseriti nell’organizzazione aziendale e possono operare all’interno del ciclo produttivo del committente, che ha il potere di coordinare l’attività del lavoratore con le esigenze dell’organizzazione aziendale.

Con il D.Lgs. 81/2015, come da ultimo modificato dal D.L. n. 101/2019 (convertito con modificazioni in L. n. 128/2019), si è disposto che dal 1° gennaio 2016, si applichi la disciplina del rapporto di lavoro subordinato anche ai rapporti di collaborazione che si concretizzino in prestazioni di lavoro prevalentemente personali, continuative e le cui modalità di esecuzione siano organizzate dal committente e ciò anche qualora le modalità di esecuzione della prestazione siano organizzate mediante piattaforme, comprese quelle digitali (art. 2, comma 1). Questo nel settore privato.

Nel settore pubblico, invece, le collaborazioni coordinate e continuative con le pubbliche amministrazioni sono state vietate dal 1° luglio 2019.

Il divieto è posto dall’articolo 7, comma 5-bis del D.Lgs. 165/2001, prorogato per circa 4 anni. L’ultima proroga era stata prevista dall’articolo 1, comma 131, lettera f), della legge 145/2018, alla quale non risulta ne sia seguita un’altra. Tutto questo per evitare, sia nel settore privato che nel settore pubblico, impropri utilizzi di un rapporto “ibrido” tra lavoro autonomo e subordinato, che troppe volte è consistito in una vera e propria simulazione, dietro la quale si nascondeva l’effettuazione di attività lavorative subordinate prive delle tutele contrattuali e normative.

L’articolo 7, comma 5-bis, del D.Lgs. 165/2001 dispone, in particolare, che «È fatto divieto alle amministrazioni pubbliche di stipulare contratti di collaborazione che si concretano in prestazioni di lavoro esclusivamente personali, continuative e le cui modalità di esecuzione siano organizzate dal committente anche con riferimento ai tempi e al luogo di lavoro. I contratti posti in essere in violazione del presente comma sono nulli e determinano responsabilità erariale. I dirigenti che operano in violazione delle disposizioni del presente comma sono, altresì, responsabili ai sensi dell’articolo 21 e ad essi non può essere erogata la retribuzione di risultato. Resta fermo che la disposizione di cui all’articolo 2, comma 1, del decreto legislativo 15 giugno 2015, n. 81, non si applica alle p.a».

L’attivazione di Co.co.pro. in violazione del divieto espone quindi a conseguenze molto pesanti. Infatti, i contratti sono nulli e comportano responsabilità erariale, perché in ogni caso al prestatore spetta il pagamento per le attività svolte ai sensi dell’art. 2126 c.c. o, comunque, dell’articolo 2043 c.c., in materia di responsabilità extracontrattuale.

Inoltre, l’incauto dirigente che si avvalga delle Co.co.pro., violando il divieto, incorre nella responsabilità dirigenziale, che può anche portare alla revoca dell’incarico o alla risoluzione del rapporto di lavoro, e dovrà subire la mancata erogazione del risultato.

Le PA, quindi, per avvalersi di attività lavorative continuative, soggette alla propria organizzazione e svolte in modo prevalentemente personale, dovranno utilizzare esclusivamente rapporti di lavoro subordinato.

Nel caso di specie, dunque, se ho ben inteso il testo del suo quesito, Lei afferma di essere stato assunto dalla Asl con contratto di Co.co.pro., più volte prorogato e poi convertito in contratto di lavoro subordinato a tempo determinato.

Ebbene, alla luce delle norme sopra citate, i contratti di collaborazione a progetto intercorsi tra il 2019 e il 2021 dovrebbero considerarsi nulli, in quanto assunti in violazione di legge e, conseguentemente, il relativo rapporto di lavoro intercorso tra Lei e la Asl in quel periodo dovrebbe considerarsi come un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato.

Per poter agire nei confronti della Asl per il riconoscimento della nullità dei contratti di collaborazione intercorsi e l’accertamento della natura subordinata del sotteso rapporto di lavoro avrebbe però dovuto impugnare il contratto e le relative proroghe, almeno stragiudizialmente, entro 60 giorni dalla cessazione del rapporto e promuovere una causa giudiziaria nei confronti della p.a. entro i successivi 180 giorni.

Non avendo provveduto a quanto sopra entro i termini, Lei deve considerarsi decaduto dalla possibilità di agire nei confronti dell’Ente in relazione a quel rapporto di lavoro.

Articolo tratto da una consulenza resa dall’avv. Valentina Azzini



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