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Chi sta per fallire può pagare un debito?

20 Febbraio 2022 | Autore:
Chi sta per fallire può pagare un debito?

Azione revocatoria fallimentare: chi può subirla e quali conseguenze comporta per il creditore che ha ricevuto la somma e per gli altri rimasti insoddisfatti.

La tua impresa naviga in cattive acque. Sei in difficoltà economica da tempo e probabilmente non riuscirai a risollevarti. Il fallimento è dietro l’angolo e ti sembra inevitabile: qualcuno ha già presentato istanze di fallimento in tribunale. Però prima di chiudere i battenti della ditta vorresti saldare almeno quei creditori che ti stanno più “simpatici”, come alcuni fornitori abituali o i dipendenti e collaboratori fedeli. Perciò ti domandi: chi sta per fallire può pagare un debito?

Chi è fallito può pagare un creditore?

Prima di parlare di chi sta per fallire, bisogna premettere che chi è già fallito non può più pagare i suoi creditori, perché è stato spossessato dei suoi beni ed ha perso la disponibilità dell’azienda; al suo posto è subentrato il curatore fallimentare. La legge [1] dispone espressamente che i pagamenti eseguiti dal fallito dopo la dichiarazione di fallimento sono inefficaci rispetto ai creditori. Sono inefficaci anche i pagamenti ricevuti dal fallito dopo la sentenza dichiarativa di fallimento: così un debitore del fallito non può pagare nelle sue mani, altrimenti c’è il rischio che la curatela fallimentare gli chieda di versare nuovamente le somme.

Inoltre, una norma penale [2] punisce l’imprenditore fallito che «prima o durante la procedura fallimentare, a scopo di favorire, a danno dei creditori, taluno di essi, esegue pagamenti o simula titoli di prelazione»: è il reato di bancarotta preferenziale, che è sanzionato con la pena della reclusione da uno a cinque anni. Questo comportamento viola gravemente il principio di parità di trattamento dei creditori, favorendone indebitamente alcuni a scapito degli altri, che probabilmente non troveranno beni su cui soddisfarsi.

Chi non è ancora fallito deve pagare i debiti?

L’art. 2741 del Codice civile sancisce il principio della parità di trattamento dei creditori, che ha notevole importanza in materia fallimentare: tutti «hanno eguale diritto di essere soddisfatti sui beni del debitore, salve le cause legittime di prelazione», che sono tre: il privilegio, il pegno e l’ipoteca.

Prima che venga dichiarato il fallimento l’imprenditore è ancora libero di disporre dei suoi beni e averi (a meno che non si trovi già in concordato preventivo o in amministrazione controllata), ma solo parzialmente, perché gli atti di pagamento compiuti in favore di alcuni creditori sono revocabili da parte degli altri creditori. Se sono stati fatti durante il «periodo sospetto» – che, come vedremo a breve, a seconda dei casi va da sei mesi a due anni prima del fallimento – possono essere dichiarati inefficaci nei loro confronti mediante un’apposita azione, chiamata revocatoria fallimentare.

L’azione revocatoria fallimentare

Il creditore che ha ricevuto un pagamento durante il «periodo sospetto» da un soggetto che poi è fallito può subire l’azione revocatoria fallimentare da parte degli altri creditori del fallito. Essi hanno ragione di “lamentarsi” del pagamento pre-fallimentare compiuto, perché lede i loro diritti: dal momento del fallimento tutti i crediti vanno riversati nella massa fallimentare e ciascuno dei creditori viene soddisfatto, in concorso con gli altri, solo in proporzione a quanto si riesce a ricavare (dunque, quasi sempre per una cifra inferiore all’intero ammontare del credito).

Quando un debitore fallisce tutti i creditori devono essere trattati in modo uguale, senza preferenze e favoritismi. Così i creditori lesi e insoddisfatti possono agire con l’azione revocatoria fallimentare, per far dichiarare inefficace nei loro confronti il pagamento eseguito dall’imprenditore fallito. Se il giudice accoglie la loro istanza, il curatore fallimentare richiederà al creditore che era stato saldato di restituire la somma, o gli altri beni ricevuti in pagamento; egli potrà poi fare domanda di ammissione al passivo fallimentare [3] e verrà soddisfatto in proporzione, tenendo anche conto delle cause di prelazione del suo credito.

Una recente sentenza della Corte di Cassazione a Sezioni Unite [4] ha chiarito che è revocabile il pagamento eseguito durante il periodo sospetto dal debitore, successivamente fallito, se il creditore era a conoscenza del suo stato di insolvenza. Il creditore revocato ha comunque diritto ad insinuarsi nel passivo mantenendo il suo diritto di prelazione originario, così ristabilendo il rispetto delle regole distributive del ricavato in concorso con gli altri.

Quali sono i pagamenti pre-fallimentari inefficaci?

La legge considera sospette le operazioni compiute dal fallito nel periodo antecedente la dichiarazione di fallimento, se esse impoveriscono il patrimonio e sono realizzate con soggetti che erano consapevoli dello stato di insolvenza in cui versava l’imprenditore che li ha pagati. L’azione revocatoria serve, appunto, a recuperare il denaro, o gli altri beni trasferiti, alla garanzia patrimoniale stabilita in favore di tutti i creditori. Ecco perché l’atto revocato, come il pagamento di un debito, viene dichiarato inefficace e la somma viene acquisita al fallimento.

In particolare, sono soggetti per legge [5] all’azione revocatoria fallimentare gli atti a titolo oneroso, i pagamenti di debiti scaduti fatti con mezzi diversi dal denaro o la prestazione di garanzie anormali; tutti questi atti sono revocabili se compiuti nell’anno antecedente alla dichiarazione di fallimento, a meno che il soggetto che li ha ricevuti non provi di aver ignorato lo stato di insolvenza e di dissesto in cui versava l’imprenditore nel momento in cui ha compiuto l’atto dispositivo.

Il termine è abbreviato a sei mesi per i pagamenti di debiti liquidi ed esigibili compiuti con mezzi normali (come un versamento mediante bonifico bancario a saldo di fatture) e l’onere della prova si inverte, perché in questo caso è il curatore fallimentare che deve dimostrare la consapevolezza dello stato di insolvenza dell’imprenditore. Invece, gli atti compiuti dal fallito a titolo gratuito e i pagamenti di crediti non scaduti al momento in cui è intervenuta la dichiarazione di fallimento sono considerati dalla legge [6] «privi di effetti rispetto ai creditori» – e dunque sono revocabili su loro istanza – se compiuti nei due anni anteriori alla dichiarazione di fallimento.

Quando non si applica la revocatoria fallimentare?

Non rientrano nella revocatoria fallimentare, e perciò mantengono validità ed efficacia, i seguenti atti compiuti da un soggetto poi dichiarato fallito:

  • i pagamenti di beni e servizi inerenti l’attività d’impresa e fatti entro i consueti termini d’uso commerciale;
  • le rimesse su conti correnti bancari, a meno che non abbiano ridotto in modo consistente l’esposizione debitoria del fallito verso la banca;
  • le vendite a prezzo congruo di immobili destinati ad uso abitativo principale dell’acquirente o dei suoi parenti e affini entro il terzo grado;
  • i pagamenti per corrispettivi di prestazioni di lavoro rese da dipendenti e collaboratori, anche non subordinati, del fallito.

Approfondimenti

Per maggiori dettagli leggi “Revocatoria fallimentare: ultime sentenze“.


note

[1] Art. 44 R.D. n.267/1942 (Legge Fallimentare).

[2] Art. 216, co. 3, L.F.

[3] Art. 51 L.F.

[4] Cass. S.U. sent. n. 5049 del 16.02.2022.

[5] Art. 67 L.F.

[6] Artt. 64 e 65 L.F.


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