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Quanto dura il mantenimento dopo il divorzio?

21 Febbraio 2022
Quanto dura il mantenimento dopo il divorzio?

Separazione e divorzio: per quanto tempo bisogna pagare gli alimenti? È possibile che l’obbligo sia a tempo indeterminato?

Se già il mutuo viene percepito come un gravoso peso che si accompagna per un lungo arco della propria vita, chi si separa ed è tenuto a mantenere l’ex coniuge non sta di certo meglio. Anche lui si chiederà: quanto dura il mantenimento dopo il divorzio? Esiste un limite di tempo oltre il quale il mantenimento “scade”? La questione non può essere risolta con un semplice numero o una data. Ma per comprendere bene come stanno le cose sarà necessario fare un passo indietro e spiegare a chi spetta il mantenimento ed a quali condizioni. Procediamo dunque con ordine.

A chi spetta il mantenimento dopo il divorzio?

L’assegno di mantenimento dopo il divorzio – che, più propriamente, viene detto “assegno divorzile” – serve per garantire all’ex con il reddito più basso la possibilità di mantenersi da solo e di essere autosufficiente, conducendo una vita dignitosa in relazione al contesto in cui vive. 

Il mantenimento però non deve essere visto come un sussidio vitalizio né come una rendita parassitaria (lo ha espressamente precisato nel 2017 la Cassazione). Ragion per cui tale assegno spetta solo quando il beneficiario dimostri che il proprio stato di incapacità economica non dipende da pigrizia e da altre colpe a lui addebitabili, ma da cause esterne (salute, età, difficoltà occupazionali). Da questa rigida regola resta esclusa solo la casalinga (anche se ha un lavoro part time): chi, infatti, per tutta la durata del matrimonio e d’accordo col coniuge, ha rinunciato alla carriera per badare alla casa e ai figli, perdendo così ogni prospettiva di guadagno decoroso, ha sempre diritto ad un assegno divorzile proporzionato all’incremento di ricchezza conseguito dal marito proprio a fronte di tale sacrifico.

Si può chiedere il mantenimento dopo il divorzio?

Dopo il divorzio, il coniuge che subisce un peggioramento della propria situazione economica può bussare alla porta dell’ex per chiedere aiuto sotto forma di assegno divorzile. E questo anche se in precedenza non aveva domandato né era titolare del beneficio. Per farlo, occorre instaurare un giudizio di revisione delle condizioni di divorzio, che ha regole ad hoc, precisate di recente dalla giurisprudenza.

Chi non ha diritto all’assegno di divorzio?

L’assegno di divorzio non spetta a chi subisce il cosiddetto “addebito” ossia viene dichiarato responsabile per la fine del matrimonio avendo violato i doveri di coppia imposti dal Codice civile (convivenza, fedeltà, assistenza). Ciò consegue a un accertamento nel corso della causa di separazione, sulla scorta delle prove depositate dall’ex. 

L’assegno non spetta neanche a chi ha un reddito tale da consentirgli di mantenersi da solo, indipendentemente dalla condizione più o meno agiata dell’ex. Così, ad esempio, una donna con uno stipendio di insegnante non ha diritto al mantenimento dal marito anche se molto più facoltoso di lei.

Non ha diritto all’assegno di divorzio la donna giovane, con una formazione e una capacità lavorativa che le consentirebbe di procurarsi di che vivere. Il giudice quindi guarda alle potenzialità reddituali del soggetto.

L’assegno di divorzio non spetta a chi può contare su una ricchezza immobiliare o mobiliare, anche se non pienamente liquida o a chi riceve una grossa eredità e che pertanto ha un patrimonio da cui attingere.

In ultimo, la giurisprudenza nega l’assegno di divorzio a chi si risposa e a chi inizia una stabile relazione con un’altra persona basata sulla convivenza “more uxorio ossia quella tipica della famiglia fondata sul matrimonio. Ciò però non è automatico: in tal caso, infatti, bisogna innanzitutto verificare se il coniuge beneficiario dell’assegno abbia rinunciato alla propria carriera durante il matrimonio, nel qual caso, nonostante la convivenza con un’altra persona, avrebbe comunque diritto al mantenimento qualora le proprie condizioni economiche siano precarie.

Quanto dura il mantenimento dopo il divorzio?

Il mantenimento dopo il divorzio dura sino a quando permane la situazione di incapacità economica involontaria dell’ex. Quindi, l’obbligo di versare gli alimenti cessa in due casi:

  • quando la situazione di incapacità economica non è più incolpevole ma determinata da una scelta volontaria: si pensi all’ex moglie che, pur potendolo fare (per condizioni anagrafiche e di salute), non si mette alla ricerca di un’occupazione o rinunci ad offerte di lavoro;
  • quando cessa la situazione di incapacità economica: si pensi a una donna che, in precedenza disoccupata, venga assunta o erediti un patrimonio immobiliare che le consenta di mantenersi mettendolo a reddito o vendendolo.

In questi due casi, il coniuge tenuto a versare il mantenimento non può interrompere il pagamento di propria spontanea volontà – diversamente potendo essere querelato per il reato di «violazione degli obblighi familiari» – ma deve prima rivolgersi al giudice affinché cancelli il precedente provvedimento e revochi l’obbligo di corrispondere il mantenimento o ne riduca l’importo. 

Il giudice, per valutare se la domanda di modifica può essere accolta e modificare quindi il contributo divorzile, deve verificare che le questioni sollevate dal soggetto obbligato siano “nuove” ossia non esistessero già alla data del precedente provvedimento.

Qualora, dopo il divorzio, non dovessero verificarsi tali mutate condizioni, l’assegno divorzile resterebbe immutato fino alla morte di uno dei due coniugi. Sarebbe insomma una sorta di assegno a tempo indeterminato. E difatti:

  • in caso di morte del soggetto obbligato al pagamento, l’onere economico non ricade sui suoi eredi che pertanto non dovranno continuare a pagare il mantenimento a favore dell’ex coniuge del defunto;
  • in caso di morte del soggetto beneficiario, i suoi eredi non potranno pretendere di ottenere, dal soggetto obbligato, la prosecuzione del pagamento dei vari assegni mensili. 


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