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Articolo 77 Costituzione: spiegazione e commento

22 Febbraio 2022
Articolo 77 Costituzione: spiegazione e commento

Cosa dice e cosa significa l’art. 77 sulla possibilità del Governo di fare dei decreti-legge e sull’obbligo di presentarli alle Camere per la conversione.

Il Governo non può, senza delegazione delle Camere, emanare decreti che abbiano valore di legge ordinaria.

Quando, in casi straordinari di necessità e di urgenza, il Governo adotta, sotto la sua responsabilità, provvedimenti provvisori con forza di legge, deve il giorno stesso presentarli per la conversione alle Camere che, anche se sciolte, sono appositamente convocate e si riuniscono entro cinque giorni.

I decreti perdono efficacia sin dall’inizio, se non sono convertiti in legge entro sessanta giorni dalla loro pubblicazione. Le Camere possono tuttavia regolare con legge i rapporti giuridici sorti sulla base dei decreti non convertiti.

I poteri di legge del Governo

Proseguendo il percorso tracciato in quello precedente, l’articolo 77 della Costituzione stabilisce altri limiti all’azione legislativa del Governo. Lo scopo è sempre quello: evitare che chi è chiamato a svolgere la funzione esecutiva (il Governo, appunto) sconfini in un terreno che non gli appartiene e sottragga dei poteri a chi deve occuparsi della funzione legislativa, cioè al Parlamento. Ecco un altro dei punti forti della nostra Carta costituzionale: mettere dei paletti ben precisi affinché ciascuno mantenga le proprie competenze e nessun potere possa prevaricare su un altro, il che potrebbe avere delle conseguenze disastrose per un Paese democratico.

Per questo, la norma in commento sancisce che il Governo non può approvare dei decreti con lo stesso valore di una legge ordinaria, a meno che le Camere non gli abbiano dato l’opportuno incarico. Per valore di legge ordinaria si deve intendere quel regime che mette giuridicamente alla pari un provvedimento adottato dall’Esecutivo e uno deciso in Parlamento.

I casi straordinari di urgenza e di necessità

Come ogni regola, anche questa ha delle eccezioni. Ci sono dei casi di necessità e di urgenza, come vengono descritti dall’articolo 77, in cui il Governo può e deve intervenire tempestivamente. Si pensi, ad esempio, ad un’alluvione o ad un terremoto i cui effetti richiedano degli immediati provvedimenti di legge, impossibili da approvare in tempi utili con un normale iter. Altro caso può essere quello di una normativa che sta per scadere e che ha bisogno di essere prorogata.

Nel dettaglio, i casi di necessità e di urgenza che possono portare il Governo all’approvazione di un decreto-legge sono tre:

  • l’emergenza naturale, come gli esempi appena citati dell’alluvione e il terremoto, oppure grosse frane o incendi importanti, ecc.;
  • l’emergenza collegata all’attività dell’uomo che ha delle ripercussioni sull’ambiente, come l’inquinamento, un’epidemia, ecc.;
  • l’emergenza pubblica che deriva da campagne terroristiche, da attività mafiose oppure da una crisi economica che mette il Paese in gravi difficoltà.

Come deve agire il Governo in questi casi? Quando si presenta una situazione in cui l’urgenza e la necessità richiedono un intervento immediato, l’Esecutivo approva un decreto-legge e lo trasmette al Quirinale affinché il presidente della Repubblica ne verifichi i requisiti di necessità e di urgenza e proceda all’emanazione, assegnando al decreto il valore di una legge ordinaria per 60 giorni. Il provvedimento viene pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale ed entra immediatamente in vigore.

Quello stesso giorno in cui il decreto viene pubblicato, il Governo deve presentare a una delle Camere un disegno di legge di conversione. La Camera in cui è stato presentato lo affida alla commissione Affari costituzionali. Qui, verrà valutata l’esistenza o meno dei presupposti richiesti. Il testo può essere confermato così com’è stato varato dal Governo, può essere modificato oppure può essere respinto. Se l’Aula conferma questo rifiuto, il decreto-legge viene respinto e perde subito la sua efficacia.

Quello che non può essere fatto durante la conversione in legge del decreto è introdurre degli emendamenti che nulla hanno a che fare con il testo originario.

La verifica dei presupposti della necessità e dell’urgenza spetta anche alla Consulta, chiamata ad accertare che non ci siano dei contrasti con la Costituzione.

I limiti del decreto-legge

Il decreto-legge che, grazie all’articolo 77 della Costituzione, il Governo può approvare per fronteggiare una situazione di urgenza o di necessità ha comunque i suoi limiti. Il provvedimento non può:

  • essere emanato se non dal Consiglio dei ministri: significa che non è valido se voluto e approvato dal solo presidente del Consiglio (sarebbe un Dpcm e non un dl);
  • conferire una delega legislativa;
  • avere come oggetto una legge costituzionale o elettorale, l’autorizzazione alla ratifica di un trattato internazionale o l’approvazione di bilanci o consuntivi;
  • riproporre il contenuto di un precedente decreto-legge respinto dalle Camere durante la conversione;
  • regolare rapporti giuridici sorti sulla base di decreti non convertiti in legge;
  • ridare efficacia a disposizioni bocciate dalla Corte costituzionale;
  • violare, sospendere o derogare diritti fondamentali o attribuzioni costituzionali;
  • sospendere o derogare norme di rango costituzionale.

Le responsabilità del Governo nell’approvare un decreto di urgenza

L’articolo 77 della Costituzione contiene un breve passaggio che non va assolutamente sottovalutato. Dice, infatti, che, in caso di necessità e di urgenza, il Governo può intervenire nel modo in cui abbiamo spiegato ma «sotto la sua responsabilità». Che significa?

Il Governo, con questa azione, si prende una doppia responsabilità. Innanzitutto, quella politica, poiché il provvedimento emanato a Palazzo Chigi potrebbe non godere del favore del Parlamento e, quindi, venire respinto. Ciò non incrina il rapporto tra le due istituzioni, cioè non comporta le eventuali dimissioni del premier, come potrebbe accadere se alle Camere l’Esecutivo viene palesemente e appositamente sfiduciato per il suo operato generale. Certo è, però, che quando il Parlamento rifiuta un provvedimento del Governo, il segnale politico che emerge non è dei migliori.

La seconda responsabilità è di tipo civile. Consiste nella possibilità di chiedere il risarcimento del danno o la restituzione delle somme indebitamente riscosse nel caso in cui decada il decreto-legge che le aveva previste.



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