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Quando il consenso informato esclude il risarcimento

22 Febbraio 2022 | Autore:
Quando il consenso informato esclude il risarcimento

Danno alla salute: in quali casi il medico è responsabile verso il paziente leso da un trattamento sanitario compiuto senza adeguata informazione dei rischi.

In materia di consenso informato all’esecuzione di terapie mediche ed interventi chirurgici vi sono molti equivoci. C’è chi crede che la sua mancanza comporti sempre e inevitabilmente la responsabilità del medico che non lo ha acquisito prima di intervenire; e, all’opposto, c’è chi sostiene che la firma messa sul modulo elimini ogni responsabilità del personale sanitario, e così escluda la possibilità di ottenere il risarcimento dei danni subiti dal paziente, quando le cure non hanno avuto l’esito sperato.

Quando il consenso informato esclude il risarcimento? Il consenso informato non è affatto una liberatoria assoluta, che una volta rilasciato esclude la responsabilità dei sanitari per i danni alla salute derivanti da un’operazione mal riuscita o da altri tipi di cure che hanno provocato conseguenze negative. Anzi, il paziente che non è stato adeguatamente informato dei rischi cui andava incontro può agire anche se non ha riportato danni fisici, perché è stato comunque leso il suo diritto alla libera autodeterminazione. In altri casi, però, aver rilasciato il consenso informato può costituire un ostacolo al risarcimento e impedisce di ottenerlo.

Consenso informato: cos’è e come va dato?

Il consenso informato è l’assenso dato dal paziente ad intraprendere il trattamento proposto dal medico: un esame diagnostico, un ricovero ospedaliero, un’operazione chirurgica, una terapia farmacologica, ed anche una vaccinazione obbligatoria, compresa quella contro il Covid-19. L’obbligo di consenso informato è previsto dalla legge [1], per consentire al paziente di decidere consapevolmente se sottoporsi o meno a questi trattamenti sanitari.

Il medico deve informare scrupolosamente – in modo completo e con un linguaggio chiaro – il paziente su tutti gli aspetti del trattamento e delle possibili conseguenze, sottolineando, in particolare, i rischi e le complicazioni che potrebbero verificarsi: malattie, invalidità, reazioni allergiche, effetti indesiderati, ecc. Il medico deve esporre anche le eventuali alternative praticabili all’intervento proposto (ad esempio, una terapia medica al posto di un’operazione chirurgica). Così la firma sul modulo non è una mera formalità, ma è l’atto finale compiuto dal paziente che è stato debitamente informato e acconsente a quel trattamento sanitario.

Consenso informato e risarcimento: rapporti

La giurisprudenza della Corte di Cassazione [2] afferma da tempo che, in caso di intervento chirurgico dal quale sono derivate conseguenze dannose per la salute del paziente, il medico che lo ha eseguito e la struttura sanitaria in cui opera sono tenuti a risarcire il danno, se il paziente dimostra che, se fosse stato compiutamente informato dei possibili rischi, avrebbe «verosimilmente rifiutato l’intervento», e così avrebbe evitato tutte le conseguenze invalidanti. In queste situazioni l’illegittimità delle cure praticate – a prescindere dal loro esito – deriva proprio dalla mancanza, o dall’insufficienza, del consenso informato.

Per comprendere i rapporti tra consenso informato e risarcimento occorre tenere presente che, quando il medico viene meno al suo preciso dovere di informare l’assistito, ci sono due diversi tipi di danni risarcibili:

  • la lesione del diritto di autodeterminazione del paziente, che sussiste per il solo fatto che il consenso informato non è stato regolarmente acquisito;
  • la lesione della salute (o della vita, in caso di evento infausto dopo le cure e in conseguenza di esse), che sussiste solo quando è ragionevole ritenere che il paziente avrebbe evitato l’intervento, se fosse stato consapevole dei pericoli che esso poteva comportare.

Mancanza di consenso informato: danni risarcibili

In caso di danno alla salute, è sempre il paziente che deve provare di non aver ricevuto un adeguato avvertimento delle possibili complicanze, e deve anche dedurre che, se ne fosse stato informato, non si sarebbe sottoposto all’intervento o alle terapie suggerite dal medico.

Nell’ipotesi di consenso informato mancante, o incompleto, invece, il risarcimento spetta – anche in assenza di danni alla salute – quando risulta che il paziente, se avesse ricevuto le informazioni adeguate e necessarie, non avrebbe acconsentito al trattamento e avrebbe compiuto una scelta diversa: la lesione dell’autodeterminazione per mancanza del consenso informato è un danno in sé.

Ecco perché senza consenso informato spetta sempre il risarcimento danni. Quando, invece, il consenso è stato rilasciato, occorre distinguere e considerare l’evento lesivo che si è prodotto sulla salute del paziente e la sua ricollegabilità, in termini di causa-effetto, alla condotta del medico che ha eseguito il trattamento.

Consenso informato: quando ostacola il risarcimento dei danni alla salute?

Una recente sentenza del tribunale di Reggio Emilia [2] ha applicato ad un caso concreto i principi generali che abbiamo indicato. Una signora aveva fatto un’operazione chirurgica al seno, ma l’intervento non aveva avuto l’esito sperato: una mammella era rimasta più grande dell’altra, ed era posizionata in maniera diversa. La differenza era vistosa. Così la donna ha agito contro il centro medico che aveva eseguito questo intervento di mastoplastica, ma la decisione del giudice non è stata favorevole.

La sentenza ha rigettato la domanda risarcitoria osservando che «spetta anzitutto al paziente provare il nesso causale tra l’insorgere della patologia e la condotta del medico; solo in un secondo momento, laddove il paziente abbia dato prova di tale ciclo causale, il sanitario deve provare il pieno rispetto delle leges artis o comunque delle best practice, evidenziando la causa non imputabile che gli ha reso impossibile fornire la prestazione corrispondente ai canoni di professionalità dovuti».

Fin qui, il giudice ha rilevato che in caso di violazione della diligenza dovuta è il medico che deve discolparsi, provando di aver adempiuto alla propria prestazione secondo gli standard di qualità professionale richiesti dal caso; ma il punto a sfavore della donna operata consisteva nel fatto che la complicanza insorta era stata considerata nel consenso informato, che prevedeva la possibilità di un’asimmetria del seno post-intervento, dovuta ad una «contrattura capsulare»: e questa avvertenza le era stata fornita. Inoltre, e prima ancora di ciò, mancava la prova decisiva del fatto che l’inestetismo lamentato fosse riconducibile ad una colpa del medico che aveva praticato l’intervento.

Approfondimenti

Per ulteriori informazioni leggi: “Violazione del consenso informato: ultime sentenze“.


note

[1] L. n. 219/2017 .

[2] Cass. ord. n. 12593 del 21.05.2021 e n. 8163 del 23.03.2021.

[3] Trib. Reggio Emilia, sent. n. 188 del 17.02.2022.


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