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All’ex moglie che convive spetta il mantenimento?

22 Febbraio 2022
All’ex moglie che convive spetta il mantenimento?

Assegno divorzile: non viene meno neanche in caso di stabile convivenza a patto che sussistano alcune condizioni. 

Già dopo la separazione, ciascuno dei due coniugi è libero di iniziare una nuova relazione, anche basata sulla convivenza. Il dovere di fedeltà cessa infatti ancor prima del divorzio se la coppia ha smesso di vivere insieme e ciò è attestato da una pronuncia del giudice. 

Si è a lungo dibattuto in giurisprudenza sul seguente quesito: all’ex moglie che convive spetta il mantenimento? Quanto l’inizio di una nuova stabile relazione può influire sull’obbligo del precedente coniuge di versare gli alimenti? 

La questione implica il bilanciamento di due interessi contrapposti: da un lato quello del soggetto obbligato che non può essere costretto a mantenere una seconda famiglia; dall’altro quello del soggetto beneficiario che, invece, non può essere privato – solo per ragioni economiche – del diritto costituzionale a rifarsi una famiglia. È necessario quindi un contemperamento tra queste due opposte esigenze. 

In linea generale, la Cassazione ha sempre detto che, nel momento in cui una persona inizia una stabile convivenza, basata sugli stessi presupposti del matrimonio (stabilità, reciproca assistenza, contribuzione alle esigenze familiari) e per questa definita «convivenza more uxorio», l’obbligo di versare l’assegno di mantenimento all’ex coniuge decade per sempre. Né rivive in caso di cessazione di tale convivenza.

Ma di recente le Sezioni Unite [1] sono tornate sul punto lasciando aperto lo spiraglio alla possibilità di prevedere un’eccezione in cui, anche in caso di convivenza stabile, l’ex moglie può mantenere il diritto agli alimenti? Qual è questa ipotesi? È sempre la Cassazione a ribadirlo in una pronuncia più recente [2] di cui daremo atto qui di seguito. Ecco dunque quali sono i presupposti in presenza dei quali all’ex moglie che convive spetta il mantenimento. Presupposti che devono sussistere tutti quanti nello stesso tempo, nessuno escluso. Con una precisazione: ci riferiremo qui di seguito alla donna solo per praticità e per maggiore incidenza statistica.

Ex moglie bisognosa

La prima condizione per poter accampare pretese economiche da parte dell’ex coniuge è la condizione di debolezza dal punto di vista economico rispetto all’ex marito. Ci deve quindi essere un divario sostanziale anche all’avvio della nuova convivenza. Il che significa che anche il reddito del nuovo partner non deve essere tale da garantire alla donna di poter condurre una vita dignitosa al pari di quella che avrebbe condotto con l’ex marito.

Ex moglie ha rinunciato alla carriera

Non perde l’assegno divorzile l’ex moglie che convive se, durante il matrimonio, d’accordo con il marito, ha sacrificato la propria carriera per badare alla casa, alla famiglia e ai figli. Del resto questo è lo stesso presupposto che, nel 2018, sempre la Cassazione a Sezioni Unite aveva individuato per riconoscere gli alimenti indipendentemente dalla capacità reddituale del coniuge richiedente. Il semplice fatto di aver contribuito, con la propria rinuncia (totale o parziale), al lavoro, all’arricchimento del patrimonio dell’ex e della famiglia, dà diritto a partecipare a tale ricchezza anche dopo la cessazione del matrimonio. 

Dunque, la nuova stabile relazione intrapresa dalla donna non è sufficiente, da sola, per negarle l’assegno divorzile. È necessario però che questa dia prova di avere fornito un concreto contributo alla comunione familiare e di avere concordato con l’uomo, all’inizio del matrimonio, la scelta di dedicarsi alla casa e ai figli e di rinunciare a lavoro e crescita professionale.

Fondamentale, in questa ottica, il richiamo al principio secondo cui «l’instaurazione, da parte dell’ex coniuge, di una stabile convivenza di fatto, giudizialmente accertata, incide sul diritto al riconoscimento di un assegno di divorzio (o alla sua revisione), nonché sulla quantificazione del suo ammontare, in virtù del progetto di vita intrapreso» col nuovo partner e «dei reciproci doveri di assistenza morale e materiale che ne derivano», ma tale relazione, precisano i Giudici, «non determina, necessariamente, la perdita automatica ed integrale del diritto all’assegno».

Difatti, l’ex coniuge che è più debole dal punto di vista economico, e che ha instaurato una stabile convivenza con un nuovo partner, «può mantenere il diritto al riconoscimento dell’assegno di divorzio, in funzione esclusivamente compensativa, se risulta essere privo, anche nell’attualità, di mezzi adeguati o impossibilitato per motivi oggettivi a procurarseli».

Ex moglie non si è risposata

L’ultimo dei tre requisiti per poter mantenere il diritto all’assegno divorzile è che la convivenza, seppur stabile, non sfoci in un nuovo matrimonio. In tal caso, il mantenimento cesserebbe definitivamente per via del principio di autoresponsabilità connesso all’inizio di una nuova famiglia. 


note

[1] Cass. S.U. sent. n. 32198 del 05.11.2021.

[2] Cass. ord. n. 5447/2022.

Cass. civ., sez. VI – 1, ord., 18 febbraio 2022, n. 5447

Presidente Bisogni – Relatore Di Marzio

Rilevato che:

1. – C.I. ricorre per due mezzi, nei confronti di R.P.A., contro la sentenza del 5 marzo 2019, con cui la Corte d’appello di Torino ha respinto il suo appello avverso sentenza resa tra le parti dal Tribunale di Alessandria.

2. – R.P.A. resiste con controricorso.

Considerato che:

3. – Il primo mezzo denuncia violazione dell’art. 360 c.p.c., n. 3, in relazione alla L. n. 898 del 1970, art. 5, comma 6, ed altresì in relazione agli artt. 143,148,159 e 179 c.c., violazione ovvero falsa applicazione di norme di diritto.

Il secondo mezzo denuncia violazione delle medesime norme, difformità dalla giurisprudenza di legittimità.

Ritenuto che:

4. – La Corte d’appello di Torino ha negato il diritto della R. all’assegno divorzile in ragione della sussistenza di una relazione more uxorio in epoca successiva alla cessazione della vita coniugale, conformandosi all’insegnamento di Cass. 3 aprile 2015, numero 6855.

Le Sezioni Unite di questa Corte hanno però affermato il diverso principio che segue: “L’instaurazione da parte dell’ex coniuge di una stabile convivenza di fatto, giudizialmente accertata, incide sul diritto al riconoscimento di un assegno di divorzio o alla sua revisione nonché sulla quantificazione del suo ammontare, in virtù del progetto di vita intrapreso con il terzo e dei reciproci doveri di assistenza morale e materiale che ne derivano, ma non determina, necessariamente, la perdita automatica ed integrale del diritto all’assegno.

Qualora sia giudizialmente accertata l’instaurazione di una stabile convivenza di fatto tra un terzo e l’ex coniuge economicamente più debole questi, se privo anche all’attualità di mezzi adeguati o impossibilitato a procurarseli per motivi oggettivi, mantiene il diritto al riconoscimento di un assegno di divorzio a carico dell’ex coniuge, in funzione esclusivamente compensativa. A tal fine, il richiedente dovrà fornire la prova del contributo offerto alla comunione familiare; della eventuale rinuncia concordata ad occasioni lavorative e di crescita professionale in costanza di matrimonio; dell’apporto alla realizzazione del patrimonio familiare e personale dell’ex coniuge. Tale assegno, anche temporaneo su accordo delle parti, non è ancorato al tenore di vita endomatrimoniale nè alla nuova condizione di vita dell’ex coniuge ma deve quantificato alla luce dei principi suesposti, tenuto conto, altresì della durata del matrimonio” (Cass., Sez. Unite, 5 novembre 2021, n. 32198).

Si impone pertanto la cassazione della sentenza impugnata ed il rinvio alla Corte d’appello di Torino che provvederà sulla domanda di assegno conformandosi al principio indicato, nonché sulle spese di questo giudizio di legittimità.

Si dispone l’oscuramento dei dati.

P.Q.M.

accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia anche per le spese alla Corte d’appello di Torino in diversa composizione; dispone l’oscuramento dei dati.

In caso di diffusione del presente provvedimento omettere le generalità e gli altri dati identificati, a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52, in quanto imposto dalla legge.


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