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Le tecniche della polizia per farti confessare

26 Luglio 2022 | Autore:
Le tecniche della polizia per farti confessare

Interrogatorio penale: quali sono i metodi usati dalle forze dell’ordine per ottenere dichiarazioni dalla persona indagata?

L’interrogatorio consente alla polizia di avere un confronto diretto con la persona sospettata di aver commesso un crimine. Lo scopo dell’interrogatorio è di ottenere dichiarazioni utili dall’indagato, magari anche una confessione che possa chiudere definitivamente il caso. Chi è responsabile di un crimine, però, difficilmente lo andrà a raccontare agli inquirenti. Ecco perché le forze dell’ordine adottano diversi metodi per persuadere l’interrogato a dire la verità. Di tanto parleremo nel presente articolo: vedremo cioè quali sono le tecniche della polizia per farti confessare.

Sin da subito va detto che la legge italiana prevede una serie di regole a tutela dell’indagato, la più importante delle quali è quella di essere necessariamente assistito da un avvocato. In altre parole, la polizia non può prendere da parte l’indagato e sottoporlo a un interrogatorio senza che sia presente il difensore; se ciò avvenisse, le dichiarazioni rese sarebbero totalmente inutilizzabili in giudizio. Se l’argomento ti interessa, prosegui nella lettura: vedremo insieme quali sono le tecniche della polizia per farti confessare.

Interrogatorio: quanti tipi?

Come anticipato, l’interrogatorio è il momento in cui polizia e indagato possono confrontarsi direttamente. Si tratta di un atto tipico della fase delle indagini preliminari, che può aversi in momenti diversi:

  • subito dopo l’arresto in flagranza o il fermo;
  • su richiesta del pubblico ministero (interrogatorio investigativo);
  • su richiesta dell’indagato stesso (interrogatorio difensivo);
  • dopo l’applicazione di una misura cautelare (arresti domiciliari, ecc.). Si parla in questo caso di interrogatorio di garanzia, che si svolge davanti al gip.

Quali sono le regole dell’interrogatorio?

Le regole generali dell’interrogatorio, di qualunque tipo esso sia, sono le seguenti:

  • la presenza dell’avvocato è obbligatoria;
  • l’indagato ha facoltà di non rispondere, tranne che alla richiesta di identificarsi fornendo le proprie generalità;
  • tutto ciò che l’interrogato dirà potrà essere utilizzato contro di lui (inclusa la confessione, ovviamente);
  • l’indagato può mentire senza incorrere in alcuna responsabilità.

A queste regole fondamentali se ne aggiunge un’altra, che vedremo nel prossimo paragrafo.

Tecniche della polizia per farti confessare: quali sono?

Per legge [1], la polizia non può utilizzare tecniche o metodi idonei a influire sulla sua libertà di autodeterminazione della persona interrogata. Cosa significa?

Vuol dire che gli inquirenti non possono estorcere una confessione all’indagato, magari minacciandolo o facendogli violenza. Una cosa del genere sarebbe illegale e l’eventuale confessione non sarebbe utilizzabile nel processo.

Se un poliziotto, durante l’interrogatorio, dicesse «Se non confessi, ti ammazzo di botte», oppure «Se non fai i nomi dei tuoi complici, farò arrestare anche i tuoi genitori!», non solo commetterebbe egli stesso un abuso, ma otterrebbe una dichiarazione inutilizzabile nel giudizio.

Nemmeno possono essere usati strumenti come la macchina della verità o l’ipnosi. È in questo contesto, quindi, che si inseriscono le tecniche (legali) della polizia per farti confessare. Vediamo quali sono.

Fingere di essere dalla tua parte

Il primo metodo utilizzato dalla polizia per farti confessare durante un interrogatorio è quello di fingere di essere dalla tua parte. È cosa nota, infatti, che la diplomazia è sempre la prima arma da utilizzare per vincere la resistenza del nemico.

Il poliziotto che dirige l’interrogatorio fingerà sin da subito comprensione nei tuoi riguardi e, anzi, si porrà in maniera del tutto cordiale, quasi come se foste amici che fanno una chiacchierata. Si tratta di una tecnica volta a carpire la fiducia dell’interrogato il quale, sentendosi a proprio agio, tenderà a fidarsi dell’agente che gli sta davanti e ad aprirsi, giungendo a dichiarare ciò che il poliziotto vuole sapere.

Tecnica poliziotto buono – poliziotto cattivo

Un modo per ottenere la fiducia dell’interrogato è quella di rendere ancor più evidente la comprensione e la benevolenza di un poliziotto mettendolo a confronto con un collega ostile. È questa la famosa tecnica del “poliziotto buono – poliziotto cattivo”.

Il metodo “poliziotto buono – poliziotto cattivo” presuppone la presenza di due agenti: uno recita la parte del poliziotto aggressivo, mentre l’altro si dimostra comprensivo e affabile.

Lo scopo di questa tecnica è di convincere la persona sottoposta a interrogatorio a “confidarsi” con il poliziotto buono, il quale ispira fiducia e simpatia per il netto contrasto rispetto a quello “cattivo”.

Alimentare il senso di colpa

Un’altra tecnica molto diffusa è quella di alimentare il senso di colpa dell’interrogato. Con questo metodo, il poliziotto calca la mano sul rimorso che l’indagato può avere per il crimine che gli viene contestato, esagerando le conseguenze morali dello stesso.

La polizia sfrutta il senso di colpa degli interrogati soprattutto se questi si dimostrano sin da subito piuttosto deboli oppure se hanno famiglia.

Ad esempio, se la polizia ti arresta e sa che hai dei figli piccoli, sicuramente gli agenti cercheranno di farti crollare facendoti sentire in colpa per le ripercussioni che il tuo gesto potrà avere sui tuoi bambini.

Minimizzare il reato

Altra tecnica usata dalla polizia per far confessare l’indagato è quella di minimizzare il reato contestato. In genere, si usano espressioni come «È stato un errore», «Sarebbe potuto succedere a tutti», «Non ti sei nemmeno reso conto», «Non è una cosa grave».

Lo scopo è sempre quello di apparire benevoli, ottenendo così la fiducia dell’indagato e, di conseguenza, la sua confessione.

Minimizzare il reato serve inoltre a far credere all’interrogato che non ha commesso nulla di grave e che, pertanto, non deve temere di dire la verità.

Prospettare una pena minore

Altra tecnica che la polizia usa per favorire una confessione è quella di prospettare una pena minore in caso di collaborazione. In effetti, non si tratta di una menzogna ma di un fatto reale: l’indagato che collabora con la giustizia può sperare in una maggiore comprensione del giudice al momento in cui questi stabilisce la pena da infliggere.

Inoltre, una confessione garantisce quasi sempre la concessione delle attenuanti generiche, con conseguente sconto di pena.

Fare il “terzo grado”

Quando il gioco si fa duro, allora la polizia mette in campo tecniche di persuasione ancora più convincenti. Una delle più importanti è il ricorso al cosiddetto “terzo grado”, cioè a una serie di domande incalzanti fatte per mettere pressione all’indagato e non lasciargli il tempo di elaborare bugie.

Spesso, il “terzo grado” viene eseguito senza neanche lasciare il tempo di rispondere, così da sfinire l’interrogato.

In pratica, con il “terzo grado” la polizia conta di esasperare l’indagato, il quale, dopo una lunga serie di domande serrate, alla fine cederà e confesserà.

L’interrogatorio fiume

Spesso, il terzo grado si accompagna a un’altra tecnica usata dalla polizia per far confessare qualcuno: il cosiddetto “interrogatorio fiume”. Con questa espressione si intende un interrogatorio di ore, a volte anche di una giornata o di una notte intera, fatto per logorare l’indagato, il quale alla fine, pur di smettere, confesserà.

Va detto che la tecnica dell’interrogatorio fiume deve comunque tenere in debito conto i diritti fondamentali dell’indagato, il quale non potrà essere privato del cibo e del riposo necessario; in caso contrario, si tratterebbe di una vera e propria tortura, che renderebbe inutilizzabile qualsiasi dichiarazione resa.

Mentire per ottenere la confessione

Infine, un’altra tecnica spesso impiegata dalla polizia è quella di mentire per ottenere la confessione.

In pratica, la polizia può fare ricorso ad alcune menzogne mirate che servono a sollecitare le dichiarazioni dell’indagato.

Ad esempio, se ti arrestano per presunto spaccio insieme a un tuo amico, l’agente che ti interroga potrà dirti che il tuo compagno ha già confessato tutto per indurti a fare lo stesso, anche se in realtà non c’è stata alcuna confessione.

Un’altra bugia tipica è quella di aggravare le conseguenze della condotta contestata. Facciamo un esempio.

Mettiamo il caso che tu venga arrestato per aver sferrato un pugno a un poliziotto. Portato in caserma, per spaventarti ti viene detto che l’agente è in fin di vita e che rischi un’accusa per omicidio. Impaurito delle possibili conseguenze, confessi tutto sperando nella clemenza del giudice. In realtà, l’uomo che hai colpito è solo lievemente ferito.


note

[1] Artt. 64 e 188 cod. proc. pen.

Autore immagine: canva.com/


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