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Tamponamento ciclista: chi ha ragione

23 Febbraio 2022
Tamponamento ciclista: chi ha ragione

Incidenti stradali: regole di responsabilità in caso di urto tra un’auto e una bicicletta. Non è possibile la presunzione di pari responsabilità e il concorso di colpa. 

Chi ha davanti un ciclista, anche se questo si piazza in mezzo alla corsia di marcia, dovrebbe lasciare il giusto spazio necessario a frenare in caso di emergenza (come nell’ipotesi in cui questi, sul più bello, decida di tagliare la strada per svoltare a sinistra). Il Codice della strada è a favore del più debole. Sicché, chi guida un’auto deve prefigurarsi anche le altrui violazioni di legge per poterle evitare ed impedire incidenti. 

La questione si pone oggi, più che mai, nei confronti di chi va in bicicletta. Non è sempre facile vedere e prevedere le mosse di chi inforca i pedali: non solo per l’agilità dei relativi spostamenti nel traffico ma anche perché, con la pedalata assistita, questi non sono più lenti come un tempo. Se un automobilista dovesse colpire un ciclista da dietro chi sarebbe tenuto a risarcire il danno? In altri termini, in caso di tamponamento di un ciclista chi ha ragione? Inutile dire che la questione è stata già posta ripetutamente al vaglio della Cassazione la quale, da ultimo, ha fornito un importante chiarimento [1]. Ecco alcune indicazioni che servono per capire come si definisce la responsabilità nel caso in cui un ciclista dovesse venire tamponato da un’auto proveniente da dietro. 

Le regole sulla responsabilità in caso di sinistri stradali sono fissate dall’articolo 2054 del Codice civile. In base a tale norma, si parte sempre da una presunzione di pari responsabilità – e quindi da un concorso di colpa – salvo che uno degli automobilisti fornisca non solo la prova di aver rispettato il Codice della strada ma di aver fatto anche di tutto per evitare il sinistro (dimostrazione quest’ultima che può essere data anche tramite indizi, ossia «presunzioni»).

Questa regola, che vale per tutti gli incidenti tra veicoli a motore, non si applica invece nel caso di tamponamenti. Per questi casi opera l’articolo 149 del Codice della strada in base al quale «Durante la marcia i veicoli devono tenere, rispetto al veicolo che precede, una distanza di sicurezza tale che sia garantito in ogni caso l’arresto tempestivo e siano evitate collisioni con i veicoli che precedono».

Quando un’auto urta un veicolo che sta davanti ad essa, il relativo conducente deve fornire la prova di aver lasciato una distanza di sicurezza tra sé e l’altro. Se non riesce a dimostrare tale circostanza, la colpa dell’incidente ricade su di lui. Dunque, possiamo dire che, in caso di tamponamento, chi tampona si presume responsabile salvo prova contraria che è quest’ultimo a dover fornire. E ciò vale a maggior ragione quando il soggetto tamponato è un ciclista. 

Con la sentenza in commento la Suprema Corte non ha fatto che ribadire i suddetti principi: spetta all’automobilista fornire la prova della colpa del sinistro in capo al ciclista che gli sta davanti e magari frena sul più bello o gli taglia la strada: perché se quest’ultimo viene spinto da dietro si può parlare di un vero e proprio «tamponamento», con automatica presunzione di colpa in capo a chi guidava l’auto. In casi come questi, ribadiscono i giudici della Cassazione, non si può più applicare la regola della presunzione di pari responsabilità prevista dall’art. 2054 secondo comma del Codice civile, ma quella dettata dall’art. 149 Codice della Strada in riferimento al tamponamento tra veicoli, e di conseguenza deve essere applicata la diversa regola probatoria ivi prevista: non la presunzione di corresponsabilità, ma la presunzione di responsabilità esclusiva a carico del conducente del veicolo investitore, che si trovava nella presunzione di fatto di aver violato la distanza di sicurezza. 

«Il diverso inquadramento normativo ha una ricaduta anche sulla regola probatoria da applicare» scrive la Corte. «È il conducente del veicolo che segue il soggetto onerato della prova liberatoria, di non aver potuto rispettare la distanza di sicurezza, e quindi evitare l’investimento, per ragioni esulanti dalla sua volontà e dalla sua sfera di controllo».  


note

[1] Cass. sent. n. 5760/22.


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