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Dipendenza dal lavoro

27 Luglio 2022 | Autore:
Dipendenza dal lavoro

Cos’è il workaholism? Come distinguere la semplice diligenza lavorativa dalla dipendenza? Qual è la durata massima dell’orario di lavoro giornaliero e settimanale?

«Scegli il lavoro che ami e non lavorerai mai, neanche per un giorno in tutta la tua vita». La famosa citazione di Confucio è la perla che accompagna chiunque abbia un sogno nel cassetto e, con impegno e dedizione, si adoperi per realizzarlo. Chi è che non vorrebbe alzarsi ogni mattina con l’entusiasmo di iniziare un nuovo giorno lavorativo? Tuttavia, occorre fare una distinzione: un conto è la passione per il proprio lavoro, cosa ben diversa è la compulsione lavorativa. Hai mai sentito parlare della dipendenza dal lavoro?

Devi sapere che, per definire la dipendenza dal lavoro, gli esperti usano il termine inglese workaholism dato dall’unione di “work” (lavoro) e “alcoholism” (alcolismo). Il dipendente dal lavoro è definito workaholic. Introdotto nel 1971 da Oates, il workaholism (o work addiction) indica l’esigenza incontrollabile di lavorare senza sosta, con la conseguente compromissione dei rapporti interpersonali, che degenerano in separazioni, divorzi, isolamento; abuso di sostanze stimolanti (come la caffeina); riduzione delle ore di sonno. Altri segnali del workaholism sono: la manifestazione di crisi di astinenza in assenza di lavoro; la necessità di lavorare anche quando le esigenze finanziarie e organizzative non lo richiedono; l’insorgenza di pensieri ossessivi legati alla professione svolta.

Per il workaholic vale il motto “vivere per lavorare”. Inevitabilmente, lavora oltre il normale orario lavorativo.

Ma cosa spinge alcune persone a rinunciare al proprio tempo libero per lavorare? Quando la diligenza si trasforma in dipendenza? Quali sono le conseguenze nelle relazioni sociali e professionali? Come uscirne? A rispondere a queste e a tante altre domande sull’argomento è il dr. Matteo Pacini, specialista in psichiatria e docente di medicina delle dipendenze presso il Dipartimento di Psichiatria dell’Università di Pisa.

Dopo l’intervista al dr. Pacini, ti spiegheremo quali sono i limiti fissati dalla legge sull’orario di lavoro; in particolare, qual è la durata massima della giornata lavorativa e per quante ore è possibile lavorare in una settimana.

Qual è il profilo del workaholic?

Il workaholic non è il diligente patologico, è piuttosto lo stakanovista. Come Stakanov, il workaholic non mira solo a essere esente da possibili critiche, ma è esaltato dall’idea di migliorare il prodotto del proprio lavoro e di spingere al massimo le sue potenzialità produttive.

Quali sono i problemi legati alla dipendenza dal lavoro?

Per il workaholic il lavoro è come una droga. Il dipendente non riesce a lavorare meno del dovuto, anche se non ha bisogno di guadagnare. Il lavoratore sacrifica anche il suo tempo libero per mettersi a disposizione di nuove iniziative trascurando così tutto ciò che lo circonda. Proprio per questo il workaholic ha problemi con partner, amici, parenti e colleghi. Nella maggior parte dei casi, la dipendenza dal lavoro compromette la vita familiare e porta a separazioni e divorzi. Spesso, il workaholic non solo trascura il partner ma si disinteressa anche dei figli; non è in grado di comprendere le loro richieste di aiuto e il loro bisogno di attenzioni.

Quali sono le debolezze del workaholic?

Il dipendente dal lavoro può essere improduttivo, e non è una contraddizione. La “diligenza patologica” rispetto alle richieste esterne, il timore di commettere errori o di ricevere critiche e l’eccessiva pianificazione possono portare il lavoratore ad una prestazione insoddisfacente.

Quali sono le cause della dipendenza dal lavoro?

La dipendenza dal lavoro può innescarsi per un successo lavorativo. Probabilmente, il meccanismo che si attiva nella mente del workaholic è analogo a quello del giocatore d’azzardo. Si crea l’aspettativa di vincita. Quando una persona si sente gratificata per i suoi sforzi, anche in assenza di risultati, ed è appagata della qualità del suo lavoro, al di là dell’effettiva convenienza, con molta probabilità soffre di dipendenza dal lavoro.

Lo smart working può incidere sulla manifestazione del workaholism?

Lo smart working non tende ad alimentare l’entusiasmo per il lavoro. Tuttavia, nel concetto di «smart» c’è una caratteristica importante, cioè l’uso di tecnologie e l’aumento dell’impiego di comunicazioni telematiche. Questo può determinare l’aumento della mole di lavoro che si può gestire in autonomia e favorire alcune forme di dipendenza dal lavoro, quando si tratta di prestazioni eseguibili a distanza. Il fatto di poter inviare cento mail al giorno o la possibilità di effettuare dieci colloqui virtuali, anziché un minor numero in presenza, può effettivamente alimentare un meccanismo di aumento del rapporto tra tempo e risultati apparenti.

Come diagnosticare la dipendenza dal lavoro?

Al momento, la diagnosi di dipendenza dal lavoro non è definita secondo criteri univoci; quindi, si tratta di una condizione ancora allo studio. Per alcuni esperti è una sindrome che caratterizza le personalità energiche, intraprendenti, ad alta capacità di organizzazione, con doti di leadership. Invece, per altri è proprio una distorsione che si sviluppa gradualmente con lo svolgimento di determinate attività lavorative, partendo da inclinazioni caratteriali per poi sfociare in un una sorta di mono-maniacalità.

È bene precisare che lo scopo perseguito dal workaholic non è necessariamente lucrativo. In sostanza, esistono non solo i workaholic ricchi ma anche quelli poveri. Un esempio è il personaggio del ragionier Filini, il collega di Fantozzi maniaco dell’organizzazione di eventi.

Come affrontare la dipendenza dal lavoro?

Nel definire la dipendenza dal lavoro non è sufficiente che la persona abbia raggiunto una condizione di insostenibile coinvolgimento con la propria attività lavorativa. Se così fosse, potrebbe trattarsi soltanto di una fase transitoria. Quindi, il miglior modo per inquadrare una situazione di questo tipo è una valutazione psichiatrica generale. Non ci sono terapie standard per chi soffre di workaholism. Come dicevamo, anche la diagnosi non è definita in maniera univoca, per cui sarebbe un errore scegliere un approccio a priori. Senza alcun dubbio, è importante far capire al lavoratore quali sono gli aspetti controproducenti legati allo svolgimento di un’unica attività in maniera intensiva.

Inoltre, la terapia farmacologica può rivestire un ruolo importante per affrontare il workaholism, e qui si aprono varie opzioni a seconda del tipo di modello che si intende provare: il modello della dipendenza, il modello del disturbo umorale, il modello dell’ossessività.

Quante ore è possibile lavorare per legge?

Dopo aver analizzato nel dettaglio tutto ciò che c’è da sapere sulla dipendenza dal lavoro nell’intervista al dr. Matteo Pacini, a seguire spiegheremo quante ore è possibile lavorare per legge.

Innanzitutto, è bene precisare che si definisce orario di lavoro «qualsiasi periodo in cui il lavoratore sia al lavoro, a disposizione del datore di lavoro e nell’esercizio della sua attività o delle sue funzioni» [1].

Per evitare l’usura psicofisica del lavoratore, la legge fissa dei limiti ben precisi per lo svolgimento della prestazione lavorativa. In particolare, l’articolo 3 del D. Lgs. 66/2003 stabilisce che la durata dell’orario normale di lavoro è di 40 ore settimanali; tuttavia, il numero di ore può essere inferiore a seconda dei Ccnl.

È possibile superare la soglia delle 40 ore settimanali? La risposta è affermativa. Il lavoratore può svolgere degli straordinari raggiungendo un tetto massimo di 48 ore di lavoro ogni sette giorni. Inoltre, il lavoratore ha diritto a un periodo di riposo settimanale di almeno 24 ore consecutive (di solito cade di domenica).

Quante ore è possibile lavorare in un giorno? Per calcolare la durata massima del lavoro giornaliero dobbiamo prendere ancora una volta il testo del D. Lgs. 66/2003: l’articolo 7 prevede che il lavoratore ha diritto ad un periodo di riposo consecutivo di 11 ore ogni 24 ore. Pertanto, nell’arco di 24 ore non si può lavorare per più di 13 ore consecutive.


note

[1] Art. 1 co. 2 lett. a) D. Lgs. 66/2003.


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