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5 cose da fare dopo un licenziamento

27 Febbraio 2022
5 cose da fare dopo un licenziamento

Disoccupazione: che fare quando non si ha più il lavoro. Dalla contestazione all’assegno di disoccupazione, per finire al reddito di cittadinanza.

Anche se a qualcuno potrà tornare utile il farsi licenziare, in modo da prendere l’assegno di disoccupazione, avere una pausa di riposo e magari, nel frattempo, trovare un lavoro più congeniale, la gran parte dei lavoratori vive questo momento in modo drammatico, come una sconfitta. Lo sapevano bene i nostri padri costituenti quando, nello scrivere la Costituzione, misero il diritto al lavoro non tra i diritti e i doveri dei cittadini ma tra i principi generali dello Stato. Perché il lavoro non serve solo a portare il pane quotidiano a casa ma a completare l’uomo, a farlo sentire vivo: chi toglie a un uomo il suo lavoro gli toglie la dignità, l’anima. In quel momento si perde la lucidità, si cade in un momento di sconforto, di depressione. Ecco allora che proprio in quel momento bisogna farsi consigliare. Ed è per questo che vogliamo suggerire alcune cose da fare dopo un licenziamento. Ne parleremo meglio in questo articolo.

La contestazione

Chi ritiene che il licenziamento sia illegittimo deve immediatamente contestarlo per iscritto. La legge fissa un termine massimo per l’invio di tale contestazione: non devono passare più di 60 giorni da quando si è ricevuto il licenziamento.

La lettera va spedita al datore di lavoro con raccomandata o con una Pec. Non è necessario che a firmarla sia un avvocato o un sindacalista. Può essere lo stesso dipendente. Peraltro, non sono chieste formule particolari, né è necessario indicare i motivi della contestazione, tantomeno le prove. Basta scrivere «Con la presente contesto il licenziamento in quanto illegittimo». Data e firma. Nient’altro.

Il ricorso in tribunale

Dalla spedizione della contestazione, ci sono 180 giorni per depositare il ricorso in tribunale, che sarà chiaramente redatto e curato da un avvocato. In alternativa, si può comunicare al datore di lavoro la richiesta di tentativo di conciliazione o di arbitrato.

Se si lascia scadere questo termine non si possono più far valere i propri diritti.

Che succede se il datore rifiuta la conciliazione o l’arbitrato o se questi non vanno a buon fine? Il lavoratore è tenuto a depositare il ricorso in tribunale entro 60 giorni o dal rifiuto o dal mancato accordo.

Dopodiché si instaurerà una causa contro l’azienda nel corso della quale il giudice valuterà le prove addotte dal lavoratore in merito all’illegittimità del licenziamento.

Impugnare il licenziamento non è chiaramente necessario, ma sarà bene farlo anche laddove si abbia il minimo dubbio. Difatti, come detto, la lettera non richiede l’indicazione dei motivi, che potranno essere addotti in un momento successivo nel corso del giudizio. Così, nel frattempo, il lavoratore potrà acquisire il parere di uno o più avvocati, in modo da valutare l’opportunità dell’azione. Si tenga peraltro conto che, se il lavoratore teme la parcella dell’avvocato, può accedere al gratuito patrocinio se possiede un reddito inferiore a 11.746 euro annui.

Quali prove contro il licenziamento illegittimo?

Per quanto riguarda le prove da depositare in causa, tutto dipende dal tipo di contestazione che viene sollevata contro il licenziamento. Ad esempio, nel caso di licenziamento disciplinare si può discutere sull’effettiva commissione dell’illecito (nel qual caso bisognerà dimostrare di non aver commesso la condotta che ha dato il via al procedimento disciplinare) o che la sanzione è stata troppo grave rispetto all’illecito commesso.

Nel caso di licenziamento per motivi aziendali si dovrà dimostrare che le ragioni addotte dal datore sono pretestuose, che non c’è stata un’effettiva soppressione del posto, che il licenziamento nasconde finalità discriminatorie, che non è stata valutata prima la possibilità di adibire il lavoratore ad altre mansioni, che l’azienda non sta affrontando un’effettiva crisi e così via.

Conseguenze del licenziamento illegittimo

Le conseguenze del licenziamento illegittimo possono essere diverse a seconda del tipo di impugnazione. Difatti per il licenziamento discriminatorio, verbale, per motivi di maternità o per le nozze, o per fatti inesistenti o che non costituiscono illecito è prevista la reintegra. In tutti gli altri casi è dovuto solo il risarcimento del danno commisurata alla durata del rapporto.

L’assegno di disoccupazione

Il lavoratore licenziato, se ha almeno 13 settimane di contributi di lavoro dipendente versati negli ultimi quattro anni (che non abbiano già dato luogo a una indennità di disoccupazione qualsiasi), ha diritto alla Naspi, l’indennità di disoccupazione che ammonta all’incirca al 75% della retribuzione media degli ultimi quattro anni e spetta per la metà delle settimane contributive degli ultimi quattro anni. Ad esempio, chi ha lavorato per sei mesi ha diritto alla Naspi per 3 mesi.

Se lo stipendio del lavoratore è molto alto il tetto della retribuzione media non vale più: l’assegno viene ridotto progressivamente e comunque non può mai superare 1.360 euro lordi mensili.

La Naspi può essere richiesta telematicamente all’Inps entro non oltre 68 giorni dal licenziamento. Esiste un form in parte precompilato dallo stesso Istituto.

La decorrenza della Naspi, se la domanda è presentata tempestivamente, è dall’ottavo giorno successivo alla cessazione del rapporto di lavoro. Attenzione perché passati questi famosi 60 giorni non si ha più diritto all’indennità di disoccupazione anche se teoricamente spettante. Quindi, il lavoratore deve attivarsi in tempo.

Contestualmente alla Naspi bisogna dichiarare ai servizi per l’impiego (telematicamente) la DID, la dichiarazione di immediata disponibilità, e poi si viene convocati dai centri per l’impiego per firmare il patto di servizio. In questo modo, il lavoratore si dichiara disponibile a nuove attività lavorative, progetti, a corsi di formazione, a partecipare a selezioni e test.

Il reddito di cittadinanza

Per colpa della mancanza dello stipendio cambia il reddito del nucleo familiare. Quindi, se non si superano determinati tetti massimi è possibile chiedere il reddito di cittadinanza. A tal fine, bisogna farsi rilasciare un Isee corretto proprio perché è stato perso l’impiego, dopodiché si può procedere a richiedere il reddito di cittadinanza sulla base dei nuovi parametri economici.



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