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Un pubblico dipendente può essere socio di una società?

27 Febbraio 2022
Un pubblico dipendente può essere socio di una società?

Lavori incompatibili con il pubblico impiego: chi lavora nella Pubblica Amministrazione può essere socio o amministratore di una società di capitali o di persone?

Un nostro lettore ci chiede se un pubblico dipendente può essere socio di una società. In merito sia alla carica di socio che di amministratore sarà necessario effettuare alcuni chiarimenti.

Come abbiamo già spiegato nell’articolo Doppio lavoro per il dipendente pubblico: è vietato?, la legge prevede alcune incompatibilità tra pubblico impiego e altri lavori. Incompatibilità più che altro rivolte a garantire non solo l’imparzialità dell’andamento della Pubblica Amministrazione contro eventuali conflitti di interesse, ma anche che il secondo lavoro non distragga il dipendente da un diligente svolgimento del proprio impiego. La violazione dei divieti può implicare sanzioni disciplinari che potrebbero arrivare persino al licenziamento.

Prima quindi di spiegare se un pubblico dipendente può essere socio di una società sarà bene vedere quali sono questi lavori che presentano incompatibilità assoluta.

La normativa di riferimento è contenuta nell’articolo 53 del Dlgs 165/2001 (Testo unico del pubblico impiego) che, a sua volta, richiama gli articoli 60 e seguenti del Dpr 3/1957 (Testo unico degli impiegati civili dello Stato).

In particolare, secondo il citato articolo 60 «l’impiegato non può esercitare il commercio, l’industria né alcuna professione o assumere impieghi alle dipendenze di privati o accettare cariche in società costituite a fine di lucro, tranne che si tratti di cariche in società o enti per le quali la nomina è riservata allo Stato e sia all’uopo intervenuta l’autorizzazione del Ministro competente». Il divieto in questione – stabilisce il successivo articolo 61- «non si applica nei casi di società cooperative».

Da tale disciplina consegue il divieto per il pubblico dipendente sia di svolgere qualsiasi professione, o attività imprenditoriale, sia di essere amministratore di qualsivoglia tipo di società commerciale. Nello stesso tempo, al pubblico dipendente è vietato ricoprire la qualità di socio illimitatamente responsabile di una società. Si tratterà chiaramente delle sole società di persone, a meno che non vi sia un’espressa limitazione di responsabilità prevista nell’atto costitutivo.

In particolare, chi già lavora nel pubblico impiego non può rivestire il ruolo di socio accomandatario in una Sas (società in accomandita semplice) o in una società semplice; né può partecipare a una Snc (società in nome collettivo).

Al contrario, il pubblico dipendente può essere socio senza poteri di amministrazione di una Spa o di una Srl, o socio accomandante in una Sas (società in accomandita semplice). Si tratta cioè delle società di capitali che, come noto, al contrario delle società di persone, implicano una limitazione di responsabilità: il socio cioè non risponde dei debiti contratti dalla società.

È da segnare comunque la pronuncia del Tar Campania, secondo cui non sussiste incompatibilità dell’impiego pubblico con la posizione di socio accomandante in una società in accomandita semplice, che comporta l’esercizio di un’attività eventuale e saltuaria [1].

Tuttavia, come previsto dall’articolo 1, commi 56 e seguenti, della legge 23 dicembre 662/1996, le suddette limitazioni non si applicano ai dipendenti delle pubbliche amministrazioni con rapporto di lavoro a tempo parziale e con prestazione lavorativa non superiore al 50 per cento di quella a tempo pieno. Dunque, in questi ultimi casi, il dipendente, ove fosse socio lavoratore accomandante in una Sas o socio lavoratore in una Srl, e nell’ipotesi in cui svolgesse la sua attività lavorativa a tempo parziale al 50 per cento, non incorre in alcuna incompatibilità. Nel rispetto di tali limiti, è anche possibile prestare due attività lavorative, una alle dipendenze di un datore di lavoro pubblico e l’altra quale libero professionista, anche in qualità di socio di associazione professionale. Stante tuttavia il disposto dell’articolo 92, comma 1, del D.lgs. 267/2000, quando l’incarico professionale proviene da un ente pubblico (anche se diverso dall’ente datore di lavoro) si ritiene necessaria l’autorizzazione dell’ente pubblico di appartenenza, anche in considerazione della necessità di valutare, nell’assumere incarichi libero-professionali, un eventuale conflitto di interessi con l’amministrazione datrice di lavoro.


note

[1] Tar Campania, sent. n. 708/1981.


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