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Usura manto stradale: c’è risarcimento in caso di incidente?

27 Febbraio 2022
Usura manto stradale: c’è risarcimento in caso di incidente?

Insidia stradale: avvallamenti, buche e asfalto rovinato sono causa di responsabilità per il Comune?

Il Comune ha l’obbligo di sottoporre le strade a manutenzione costante. Diversamente, viene meno a uno dei suoi più tipici obblighi. Obblighi per i quali peraltro percepisce le tasse dai cittadini. Ma anche i cittadini devono fare la loro parte: non possono cioè guidare distratti o girati dal lato opposto alla strada o magari con lo sguardo rivolto sullo smartphone. Se così facendo dovessero finire in una buca, dovrebbero dare la colpa solo a sé stessi.

Nello stabilire quindi se, in caso di usura sul manto stradale, c’è risarcimento in caso di incidente bisogna verificare innanzitutto la condotta tenuta dall’automobilista, la prevedibilità dell’incidente e, di conseguenza, la capacità di avvistamento dell’insidia stradale. Sono questi i tre parametri per stabilire se l’automobilista che fori uno pneumatico o che, sbandando, vada a finire contro un’altra auto ha diritto ad essere risarcito.

La questione è tutt’altro che nuova per le aule giudiziarie. Di recente, la Cassazione [1] ha definito di nuovo – come se mai ve ne fosse ancora bisogno – gli estremi della responsabilità del Comune e quella dell’automobilista in caso di incidente per usura del manto stradale.

Nel caso di specie, è stata respinta la richiesta di ristoro avanzata dal proprietario della vettura nei confronti dell’Ente locale. È risultato del tutto irrilevante il richiamo allo stato di usura del manto stradale che, per quanto accertato, non costituiva la vera causa del sinistro. In realtà, hanno osservato i giudici nel caso di specie, la colpa era da attribuirsi all’esagerata andatura della vettura, resa ancora più grave dalla persistente pioggia.

Questa pronuncia lascia ancora una volta comprendere come, in caso di insidie stradali, il Comune se la possa “cavare” appellandosi al cosiddetto caso fortuito previsto dall’articolo 2051 del Codice civile: norma questa che sì stabilisce, da un lato, la responsabilità del custode della cosa per i danni da questa arrecati a terzi, ma prevede anche l’esimente se tale danno è derivato da un evento imprevedibile e inevitabile. E tra gli eventi di questo tipo, oltre alla classica burrasca o al terremoto, vi è l’imprudenza dell’automobilista.

Risultato: il conducente che va veloce o che, anche a velocità normale, non si accorge di una buca grossa ed evidente non può chiedere il risarcimento. Il risarcimento compete solo per le «insidie» e per i «trabocchetti», ossia per quelle disconnessioni del manto stradale che non possono essere viste perché troppo piccole o magari coperte da foglie, ghiaia, materiali residui, pioggia (quando interessa tutta la strada e non solo lo spazio attorno alla buca, nel qual caso è facilmente immaginabile che c’è una voragine). Ed inoltre conta anche l’eventuale assenza di illuminazione laddove l’incidente avvenga di notte.

Dunque, il richiamo alla «particolare situazione del manto stradale» non è sufficiente secondo la Cassazione per alleggerire la colpa del conducente distratto o imprudente. Resta il fatto che il Comune, per evitare incidenti, dovrebbe – non appena avuto notizia del pericolo – transennare l’area. Perché, laddove è provato che l’insidia sia poco visibile e che l’automobilista abbia rispettato il Codice della strada, l’amministratore non può sottrarsi all’obbligo di pagare il risarcimento.


note

[1] Cass. civ., sez. VI – 3, ord., 17 febbraio 2022, n. 5230.

Cass. civ., sez. VI – 3, ord., 17 febbraio 2022, n. 5230

Presidente Amendola – Relatore Cirillo

Fatti di causa

  1. G.M. convenne in giudizio, davanti al Tribunale di Lametia Terme, l’Amministrazione provinciale di Catanzaro, chiedendo che fosse condannata al risarcimento dei danni subiti dalla vettura di sua proprietà in occasione di un sinistro stradale.

Espose, a sostegno della domanda, che tale vettura, condotta nell’occasione da C.S. , in data (omissis) , alle ore 4 del mattino, era finita fuori strada a causa dello stato di usura del manto stradale, liscio e non drenante.

Si costituì in giudizio l’Amministrazione convenuta, chiedendo il rigetto della domanda.

Il Tribunale, istruita la causa con prove documentali e testimoniali, rigettò la domanda e condannò l’attore al pagamento delle spese di lite.

  1. La pronuncia è stata impugnata dall’attore soccombente e la Corte d’appello di Catanzaro, con sentenza del 2 aprile 2019, ha rigettato il gravame, ha confermato la decisione del Tribunale ed ha condannato l’appellante alla rifusione delle ulteriori spese del grado.
  2. Contro la sentenza della Corte d’appello di Catanzaro ricorre G.M. con atto affidato a tre motivi.

Resiste l’Amministrazione provinciale di Catanzaro con controricorso. Il ricorso è stato avviato alla trattazione in Camera di consiglio, sussistendo le condizioni di cui agli artt. 375,376 e 380-bis c.p.c., e non sono state depositate memorie; la parte controricorrente ha depositato l’atto di costituzione di un nuovo difensore, in sostituzione del precedente.

Ragioni della decisione

  1. Con il primo motivo di ricorso si lamenta violazione degli artt. 115 e 116 c.p.c., e dell’art. 2700 c.c., oltre a difetto di motivazione.

Osserva il ricorrente, dopo aver riportato il contenuto delle censure proposte con l’atto di appello, che la sentenza impugnata avrebbe letto in modo arbitrario le risultanze di causa. In particolare, non avrebbe tenuto presente quanto riportato dal rapporto della Polizia stradale, dal quale risultava che il manto stradale era usurato nella misura di quattro quinti, essendo liscio e non drenante. La pronuncia, senza aver fatto eseguire una c.t.u., avrebbe arbitrariamente affermato che il conducente dell’auto procedeva a velocità eccessiva, non considerando che le tracce di frenata non erano rivelatrici di una velocità particolarmente elevata.

  1. Con il secondo motivo di ricorso si lamenta, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), violazione e falsa applicazione dell’art. 116 c.p.c., in relazione all’art. 2697 c.c., in tema di onere della prova.

Osserva il ricorrente che la sentenza impugnata si connoterebbe per la sua motivazione apparente, avendo sopravvalutato elementi di scarso rilievo senza considerare in modo adeguato la particolare situazione del manto stradale.

  1. Il primo ed il secondo motivo, da trattare congiuntamente per la stretta connessione tra loro esistente, sono entrambi inammissibili.

La giurisprudenza di questa Corte ha in più occasioni ribadito che in materia di responsabilità da sinistri derivanti dalla circolazione stradale, la ricostruzione delle modalità del fatto generatore del danno, la valutazione della condotta dei singoli soggetti che vi sono coinvolti, l’accertamento e la graduazione della colpa, l’esistenza o l’esclusione del rapporto di causalità tra i comportamenti dei singoli soggetti e l’evento dannoso, integrano altrettanti giudizi di merito, come tali sottratti al sindacato di legittimità se il ragionamento posto a base delle conclusioni sia caratterizzato da completezza, correttezza e coerenza dal punto di vista logico-giuridico (v., tra le altre, le sentenze 23 febbraio 2006, n. 4009, 25 gennaio 2012, n. 1028, e l’ordinanza 5 giugno 2018, n. 14358).

Nella specie la Corte d’appello ha rilevato che dall’istruttoria svolta, e in particolare dai rilievi della Polizia stradale, era emerso che l’incidente era da ascrivere a responsabilità esclusiva del conducente il quale aveva tenuto una velocità elevatissima, incompatibile con l’ora notturna e con la pioggia che insisteva sul manto stradale; tale conclusione è stata supportata dalle considerazioni svolte sulla dinamica del sinistro, nel quale la vettura, dopo aver subito una rotazione pari a 90 gradi, aveva proseguito nella sua corsa, superando il ciglio stradale e continuando a scarrocciare fino ad impattare con un ostacolo di cemento, “prendendo letteralmente il volo ed atterrando a distanza di dodici metri”.

Simile comportamento, assumendo il carattere di caso fortuito idoneo ad interrompere il nesso di causalità tra la cosa e l’evento, rendeva inapplicabile la fattispecie dell’art. 2051 c.c., risultando priva di pregio anche la diversa ricostruzione fondata sull’art. 2043 c.c.; tanto più che la natura pianeggiante dei luoghi non rendeva necessaria alcuna segnalazione di un pericolo inesistente.

A fronte di tale ricostruzione il ricorrente, mentre ribadisce una serie di considerazioni in punto di fatto già ritenute non credibili dai due giudici di merito, insiste nel sostenere che la velocità tenuta dalla vettura non era elevata e che la natura scivolosa del manto stradale era stata l’unica causa del sinistro.

Si tratta, in definitiva, di censure che tendono a riproporre il vizio di motivazione secondo una formulazione ormai non più vigente e che, dietro l’apparenza della violazione di legge, sollecitano in effetti questa Corte ad un diverso e non consentito esame del merito.

  1. Con il terzo motivo di ricorso si lamenta, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3), violazione e falsa applicazione degli artt. 91 e 92 c.p.c., sostenendo che la Corte d’appello avrebbe errato nel condannare l’appellante alle spese senza tenere in considerazione le novità introdotte dalla sentenza n. 77 del 2018 della Corte costituzionale.

4.1. Il motivo non è fondato.

La Corte d’appello ha doverosamente fatto applicazione del criterio della soccombenza, per cui non è chiaro di cosa possa dolersi il ricorrente, anche perché la censura non pone in luce quale potrebbe essere la grave ed eccezionale ragione idonea a consentire la compensazione delle spese.

  1. Il ricorso, pertanto, è rigettato.

A tale esito segue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, liquidate ai sensi del D.M. 10 marzo 2014, n. 55.

Sussistono, inoltre, le condizioni di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, se dovuto.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, liquidate in complessivi Euro 2.500, di cui Euro 200 per spese, oltre spese generali ed accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, dà atto della sussistenza delle condizioni per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, se dovuto.


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