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Chi può essere chiamato alle armi in Italia in caso di guerra

27 Febbraio 2022 | Autore:
Chi può essere chiamato alle armi in Italia in caso di guerra

Veterani dell’Esercito, donne, appartenenti alle forze di Polizia, riservisti, giovanissimi: quali categorie possono essere richiamate in caso di necessità militare?

L’invasione dell’Ucraina apre scenari inaspettati fino a poco tempo fa. Il lungo periodo di pace di cui abbiamo goduto per decenni potrebbe finire presto e all’improvviso. L’Italia, in quanto appartenente alla Nato, può essere coinvolta in una guerra, specialmente se la Russia di Vladimir Putin, nelle sue mire espansionistiche, non dovesse “accontentarsi” dell’Ucraina ma allargare le sue mire verso gli Stati baltici, o la Finlandia, la Polonia e la Romania: a differenza dell’Ucraina, questi Paesi sono membri Nato e, in caso di loro aggressione, l’Italia sarebbe obbligata a intervenire militarmente.

Così molti si chiedono: chi può essere chiamato alle armi in Italia in caso di guerra? La leva obbligatoria è stata sospesa da molti anni e l’Italia si è dotata di forze armate professionali, come avviene nella maggior parte degli Stati del mondo. Questo però non esclude la possibilità di chiamata alle armi, o di richiamo per chi ha già svolto in passato il servizio militare. Le categorie “a rischio” sono numerose: non solo i giovani ma anche gli adulti e le persone di mezza età, fino alla soglia degli anziani. Comprese le donne, che da tempo sono state equiparate a tutti gli effetti agli uomini e infatti fanno parte dell’Esercito, della Marina, dell’Aeronautica e di tutte le forze di Polizia.

Nessuno è immune o può chiamarsi fuori, soprattutto se l’Italia venisse attaccata militarmente: l’art. 52 della Costituzione sancisce che: «La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino». In questa delicatissima materia nulla è lasciato al caso, o ai pubblici proclami, come le false “lettere di presentazione al distretto militare” per le classi dal 1990 al 2003, che circolano in questi giorni. Al contrario, le leggi vigenti specificano chi può essere chiamato alle armi in caso di guerra. Vediamo come funziona e quando si applica questa speciale normativa.

L’Italia può entrare in guerra?

In base all’art. 11 della Costituzione «l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa agli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali». Questo significa che non si può fare una guerra offensiva, per aggredire o tentare di conquistare un qualsiasi altro Paese; ma implica che, in caso di attacco da parte di Stati stranieri, la difesa è necessaria, tant’è che la stessa Costituzione, all’art. 78 e all’art.87, prevede i modi per deliberare e dichiarare lo stato di guerra.

Anche l’art. 51 della carta Onu – l’Organizzazione delle Nazioni Unite, alla quale l’Italia aderisce – ammette la legittima difesa di ogni Stato contro gli attacchi armati e riconosce il «diritto naturale di autotutela individuale o collettiva»: uno Stato attaccato ha il pieno diritto di difendersi militarmente e usando la forza. L’Italia riconosce questa possibilità, sia pure in casi estremi e assolutamente indispensabili.

A questo punto, con il via libera costituzionale, subentrano i trattati internazionali e le organizzazioni sovranazionali. L’Italia non è sola nel decidere se e quando entrare in guerra: il nostro Paese fa parte della Nato, l’Alleanza Atlantica creata nel 1949, dopo la fine del secondo conflitto mondiale. L’art. 5 del trattato Nato prevede che in caso di «attacco armato» ad uno Stato membro gli altri devono intervenire in suo aiuto, anche con l’uso della forza armata, cioè militarmente.

Il Trattato precisa che per attacco armato si considera non solo quello realizzato direttamente contro il territorio nazionale – come un’invasione con esercito e carri armati o un bombardamento aereo – ma anche quello compiuto «contro le forze, le navi e gli aeromobili che si trovino su questi territori o in qualsiasi altra regione d’Europa o nel mare Mediterraneo». I nostri cieli e i nostri mari sono popolati da aerei, navi e sottomarini delle forze alleate, a partire da quelle statunitensi. Il rischio che uno di essi possa trovarsi sotto tiro ed essere colpito è sempre stato altissimo. Così una nuova guerra potrebbe scoppiare per un “quasi incidente” a un incrociatore o a un cacciabombardiere colpiti dagli apparati militari di uno Stato estraneo alla Nato.

Tutto ciò implica che l’Italia, per decidere l’entrata in guerra, non può limitarsi a “fare la guardia” ai propri confini, verificando che essi non siano minacciati o violati: come membro della Nato ha assunto l’impegno di intervenire militarmente anche se un altro Stato alleato subisce questi attacchi. Questo potrebbe concretizzarsi se la Russia dovesse invadere uno qualsiasi degli “Stati cuscinetto” tra il suo territorio ed il nostro, come la Finlandia, l’Estonia, la Lettonia, la Lituania, la Romania o la Polonia: tutti Paesi che un tempo, fino alla caduta del muro di Berlino, erano nell’orbita sovietica (come la Germania Est, l’ex Cecoslovacchia, la Romania e l’ex Jugoslavia che oggi fanno parte dell’Unione Europea). E infatti questi Stati hanno già chiesto protezione internazionale ai sensi dell’art. 4 del trattato Nato, chiedendo l’intervento (ancora non militare) degli alleati. Insomma, la sorte di uno Stato membro della Nato dipende anche da quella degli altri: vale la regola dell'”uno per tutti, tutti per uno”.

La leva obbligatoria può essere ripristinata?

L’obbligo di prestare servizio militare è stato abolito nel 2004 per i nati a partire dal 1° gennaio 1986. Le chiamate alla leva sono state «sospese» a partire dal 1° gennaio 2005. Da quel momento e sino ad oggi l’Esercito e le altre forze armate si alimentano con dei professionisti, cioè militari di carriera. Le nuove leve si arruolano come Vfp, volontari in ferma prefissata, che può avere durata di un anno (Vfp1) o di quattro anni (Vfp4). Al termine di questo periodo, i Vfp possono decidere di restare nel Corpo di appartenenza, o di partecipare a uno dei concorsi per l’ingresso nelle forze di Polizia o di congedarsi e così abbandonare la carriera militare (ma non in modo definitivo, come vedremo fra poco).

La possibilità di reintrodurre la leva obbligatoria c’è. Per reintrodurre l’obbligo  – che è stato «sospeso»,  dunque non completamente eliminato – il Codice militare [1] richiede un «ripristino» che può avvenire in questi due casi:

  • se l’Italia entra in guerra, con una deliberazione adottata dal Parlamento ai sensi dell’art. 78 della Costituzione;
  • se si verifica «una grave crisi internazionale» nella quale l’Italia è coinvolta direttamente o in ragione della sua appartenenza ad una organizzazione internazionale, come la Nato. E in questo caso le possibilità sono molto più estese.

Chi può essere richiamato alle armi e quando?

In entrambe le situazioni, per ripristinare la leva obbligatoria occorre che il personale volontario in servizio sia insufficiente e che le carenze di personale non possano essere colmate con i volontari in ferma permanente che hanno cessato il servizio da non più di 5 anni. Questa categoria di persone è la prima che, in caso di necessità, sarebbe richiamata in servizio, senza bisogno di arrivare a chiamare alla leva gli adulti e i giovanissimi che non hanno mai prestato il servizio militare.

In caso di entrata in guerra, o comunque di grave crisi internazionale, il richiamo alle armi può essere disposto con un decreto del presidente della Repubblica (Dpr), previa deliberazione del Consiglio dei ministri; non c’è bisogno di una legge perché, come abbiamo visto, questa ipotesi è già contemplata dal Codice dell’ordinamento militare, che ha messo la leva obbligatoria in stand by ma non l’ha abolita [2]. Dunque, per decidere chi può essere richiamato alle armi e quando, basterebbero i provvedimenti attuativi emanati dal Governo.

Sono, invece, esclusi dal richiamo alle armi gli appartenenti alle Forze di polizia ad ordinamento civile – come la Polizia di Stato, la Polizia penitenziaria e i vari Corpi di Polizia locale – e i Vigili del fuoco. Le forze di Polizia ad ordinamento militare, invece, come i Carabinieri e la Guardia di Finanza, sono già militari e fanno parte delle Forze armate a tutti gli effetti; quindi, per loro si tratta solo di decidere l’impiego in servizio in caso di operazioni belliche e non è necessario alcun richiamo.

Chi può essere chiamato alle armi per la prima volta?

L’abolizione della leva militare ha congelato, al momento, la coscrizione obbligatoria e l’arruolamento nelle Forze armate (Esercito, Marina e Aeronautica), o nelle forze di Polizia a ordinamento militare, avviene solo su base volontaria. Sono rimaste, però, le liste di leva, nelle quali vengono iscritti tutti i cittadini maschi che hanno compiuto 17 anni di età. Le liste sono tenute dalle anagrafi dei Comuni italiani e – se la leva obbligatoria fosse ripristinata – i distretti militari attingerebbero ad esse e chiamerebbero a visita gli interessati.

Potrebbero così essere chiamati alle armi per la prima volta i cittadini maschi nella fascia di età che va dal compimento del 18° anno fino a 45 anni. L’esito della visita può essere uno dei tre “classici” che i non più giovanissimi ben ricordano: idoneo (e quindi avviene l’arruolamento), rivedibile (cioè temporaneamente inabile, da sottoporre a nuova visita) e riformato (permanentemente inidoneo al servizio militare).

Regole particolari valgono per chi, invece, in passato ha già fatto parte delle Forze armate: a seconda dei gradi raggiunti all’atto del congedo, degli incarichi ricoperti e delle normative di settore stabilite da ciascuna forza armata o Corpo di appartenenza, gli Ufficiali (in servizio permanente o di complemento) e i Sottufficiali vengono inseriti negli speciali ruoli della «riserva» e in caso di necessità possono essere richiamati, anche su loro domanda, fino al 56° anno di età e talvolta anche oltre.

Si può rifiutare la chiamata alle armi?

La chiamata alle armi è obbligatoria e non può essere rifiutata. L’art. 52 della Costituzione – quello che sancisce la difesa della Patria come «sacro dovere del cittadino» – dispone che «il servizio militare è obbligatorio nei modi e nei limiti stabiliti dalla legge».

Abbiamo visto che la legge attuale stabilisce che il vuoto di organico delle Forze armate debba essere colmato rivolgendosi, in prima battuta, ai veterani recenti, cioè ai volontari che hanno cessato la ferma da non più di 5 anni. Quindi, chi si era arruolato e poi si è congedato non può opporsi ad un eventuale richiamo in servizio e alle armi.

Se l’Italia decidesse di partecipare a un conflitto armato non si potrebbe neppure invocare l’obiezione di coscienza. Si può evitare la chiamata alle armi solo per gravi motivi di salute che impediscono una partecipazione attiva alle operazioni militari (e a quel punto tornano in vigore le regole che abbiamo visto per l’idoneità al servizio militare) o, per le donne, se la chiamata avviene durante lo stato di gravidanza. Per altre informazioni leggi: “Si può rifiutare di andare in guerra?“.


note

[1] Art. 1929 D.Lgs. n. 66 del 15.03.2010 (Codice ordinamento militare).

[2] L. n. 226/2004.


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