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L’Italia può entrare in guerra?

27 Febbraio 2022 | Autore:
L’Italia può entrare in guerra?

Quando e a quali condizioni il nostro Paese può decidere di intervenire in un conflitto armato? Quali sono gli obblighi internazionali?

Le recenti tensioni internazionali spaventano tutto il mondo. La violenta invasione dell’Ucraina da parte della Russia ha colto di sorpresa i governi dei maggiori Paesi occidentali, convinti fino all’ultimo momento che Vladimir Putin non sarebbe arrivato a tanto. E probabilmente le sue mire espansionistiche non finiranno qui. Così, dopo decenni di pace, l’ipotesi di una guerra è diventata un problema attuale e urgente. La guerra potrebbe scoppiare davvero e, forse, assumere le proporzioni di uno scontro globale e devastante.

Un conflitto armato potrebbe coinvolgere anche il nostro Paese. Nessun luogo o Stato è indipendente dagli altri. Ormai tutto ciò che accade in territori lontani e in Paesi fino a ieri sconosciuti ci riguarda da vicino e ci preoccupa direttamente. Le nostre forze armate esistono per questo: servono a proteggerci in caso di minacce e aggressioni esterne. Ma l’Italia può entrare in guerra?

La nostra Costituzione, i trattati internazionali e le leggi prevedono questa eventualità e stabiliscono quali sono le condizioni necessarie per realizzare un intervento armato. Le norme usano formule elastiche, in modo da prevedere un ampio ventaglio di situazioni possibili nello scenario internazionale. Se si verificano, si può – e in certi casi si deve – schiacciare il tasto per far partire le operazioni militari.

La situazione internazionale

Partiamo proprio dallo scenario internazionale ed esaminiamo le tensioni e gli attriti esistenti. Chi ha dolori al ginocchio o soffre di artrosi sa bene che la causa spesso dipende dalle cartilagini: sono un cuscinetto che serve ad impedire che le ossa si tocchino fra loro. Il deterioramento delle cartilagini provoca uno sfregamento durante i movimenti e così le ossa vengono a contatto l’una con l’altra e diventano nemiche. Potremmo dire che entrano in guerra.

In Ucraina sta accadendo una situazione simile. L’Ucraina si trova tra la Russia e i Paesi appartenenti all’Unione Europea. Un tempo apparteneva al blocco sovietico. Dopo la caduta del Muro di Berlino e dell’Urss è diventata uno Stato indipendente. Non fa parte della Nato, ma ha chiesto di entrarvi. In questo modo potrebbe diventare una nazione occidentale a tutti gli effetti, come è già successo per la Romania, la Bulgaria, l’Ungheria, la Polonia, la Germania Est e l’ex Cecoslovacchia: Stati che un tempo erano sotto l’influenza sovietica e adesso appartengono all’Unione Europea che si è “allargata” (alcuni dicono: diluita) fino a comprendere gli attuali 27 Stati.

La risposta internazionale all’invasione dell’Ucraina non si è fatta attendere ma è rimasta, per ora, a livello di deplorazioni verbali e di sanzioni economiche, e non di intervento militare diretto ed esplicito. L’Italia ha rafforzato i contingenti impegnati nelle missioni all’estero, così come hanno fatto tutte le maggiori potenze occidentali. Ma la Russia prosegue per la sua strada e non sembra intimidita da queste, finora deboli, reazioni della comunità mondiale. Putin non vuole avere un Paese “nemico” ai suoi confini e così ha deciso di attaccarla ed invaderla militarmente; lo ha fatto anche per prevenire il suo ingresso nella Nato ed evitare di avere vicino ai suoi confini schieramenti militari considerati ostili.

Con ogni probabilità, quando Putin riuscirà ad occupare l’Ucraina e ad eliminare le resistenze nazionali, la renderà uno Stato formalmente autonomo ma in realtà succube della Russia: instaurerà un governo di facciata, assoggettato ai voleri di Mosca. Il passo successivo delle mire espansionistiche del dittatore russo potrebbe essere quello di prendere di mira uno degli Stati baltici, come l’Estonia, la Lettonia e la Lituania, o la Finlandia, o anche la Romania, la Polonia e l’Ungheria: anch’essi si trovano nella “zona cuscinetto”. Alcuni di questi Stati sanno di rischiare parecchio ed hanno già chiesto protezione internazionale alla Nato, di cui fanno già parte. Tutto questo aumenta le probabilità di uno scontro armato perché, come vedremo fra poco, esiste un preciso obbligo di intervento.

A quali condizioni l’Italia può entrare in guerra?

Se fossimo vissuti nell’Ottocento o nella prima metà del Novecento, sarebbe bastato che un sovrano, come il re Vittorio Emanuele, o un dittatore, come Mussolini, avesse detto: «armiamoci e partite» per farci entrare in guerra. È successo con le guerre di Crimea e di Prussia, dove i nostri battaglioni furono mandati a combattere in terre distanti, e poi con la conquista italiana di quei “ritagli” dell’Africa che non erano stati conquistati dalle altre potenze (Libia, Etiopia, Somalia, Abissinia, Eritrea). E, soprattutto, è accaduto nelle due guerre mondiali, che sono state combattute sul suolo italiano e hanno causato milioni di morti anche tra le popolazioni civili. «La dichiarazione di guerra è già stata consegnata agli ambasciatori di Gran Bretagna e di Francia», disse il Duce il 10 giugno del 1940, per informare il popolo italiano di una decisione già presa.

Con la Costituzione italiana questo non è più possibile: l’art. 11 stabilisce che l’Italia «ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali». Ripudiare è un verbo forte: significa rifiutare decisamente, respingere fermamente, rinnegare, disconoscere. Ma questo ripudio è limitato alla guerra offensiva, quella di aggressione e di conquista: l’intervento armato è, invece, ammesso quando è necessario per la difesa nazionale, cioè in caso di attacchi militari da parte di Stati stranieri. Infatti, l’art. 52 della Costituzione sancisce che «la difesa della Patria è sacro dovere del cittadino» e l’art. 78 prevede che «le Camere deliberano lo stato di guerra e conferiscono al Governo i poteri necessari».

L’Italia può entrare in guerra per volontà della Nato?

Nell’epoca attuale della globalizzazione l’Italia non decide da sola se entrare in guerra. L’impegno militare viene stabilito insieme alle organizzazioni sovranazionali di cui il nostro Paese fa parte: prime fra tutte, la Nato e l’Unione Europea. La Nato è l’Alleanza Atlantica creata nel 1949, poco dopo la fine del secondo conflitto mondiale, in contrapposizione al “blocco sovietico” guidato dall’Urss, l’antenato dell’odierna Russia. È dotata di potenti strumenti militari, in massima parte messi a disposizione dagli Usa, gli Stati Uniti d’America, che sono rimasti attivi anche dopo la caduta dell’Unione Sovietica e di recente sono stati potenziati per fronteggiare le minacce della Russia ed anche quelle della Cina e della Corea, che sono dotate di armi nucleari e di distruzione di massa.

La Nato agisce di concerto e in blocco: le azioni militari necessarie scattano in comune, secondo la regola dell'”uno per tutti, tutti per uno”. L’art. 5 del Trattato stabilisce, infatti, che un «attacco armato» contro uno Stato membro viene considerato come un attacco diretto a tutti gli altri Stati appartenenti all’Alleanza. Di conseguenza, tutti i Paesi membri sono tenuti ad agire a sostegno reciproco e, in particolare, possono decidere di usare la forza armata. Dunque, tutti possono dichiarare guerra all’aggressore di un qualsiasi Stato che fa parte della Nato.

Inoltre, l’attacco armato che può scatenare il conflitto non deve necessariamente avvenire sul territorio nazionale di uno degli Stati coinvolti, ma potrebbe realizzarsi – come prevede espressamente l’art. 6 del Trattato – anche «contro le forze, le navi e gli aeromobili che si trovino su questi territori o in qualsiasi altra regione d’Europa o nel mare Mediterraneo». Questa equiparazione dell’attacco territoriale all’attacco ad un apparato militare (come una nave, aereo o sottomarino, o qualsiasi esercito terrestre, anche quando si trova oltre i propri confini nazionali) aumenta parecchio il rischio di guerra.

Perciò, l’Italia per rispettare i suoi obblighi internazionali deve intervenire militarmente non solo se i suoi confini vengono violati, ma anche se uno Stato alleato – come ad esempio la lontana Finlandia – dovesse subire questi attacchi armati. L’Ucraina, invece, non è membro Nato, e quindi sono state adottate soluzioni diverse. L’Alleanza Atlantica, però, dispone di una «forza di rapido impiego»: è un contingente militare multinazionale (anche l’Italia vi partecipa con le sue forze armate), che è già pronta all’uso e può essere chiamata a intervenire nei casi di emergenza. È successo per l’Ucraina, dove migliaia di soldati (tra cui, attualmente, 4mila italiani) sono stati mobilitati e dispiegati sul fianco orientale, per prepararsi a rispondere ad eventuali attacchi dei russi. La loro presenza viene disposta nell’ottica della difesa preventiva: serve comunque da deterrente, in quanto dimostra che la Nato non è disposta a farsi aggredire.

L’Italia può entrare in guerra se lo decide l’Unione Europea?

L’Unione Europea non dispone di un apparato militare proprio, ma si avvale delle forze armate degli Stati membri. Il Trattato istitutivo dell’Unione Europea, però, prevede un reciproco sostegno fra i 27 Paesi membri, tra cui l’Italia: essi mettono a disposizione dell’Unione le proprie «capacità civili e militari» per attuare la politica di sicurezza e difesa comune (Psdc), che è dotata di un apposito fondo in cui confluiscono gli stanziamenti necessari, attinti dalle risorse europee. Inoltre, l’art. 42 del Trattato prevede espressamente che «qualora uno Stato membro subisca un’aggressione armata nel suo territorio, gli altri sono tenuti a prestargli assistenza con tutti i mezzi in loro possesso», dunque anche con l’intervento delle rispettive forze militari.

L’ostacolo pratico alla deliberazione dello stato di guerra da parte dell’Unione Europea nasce dal fatto che la sua politica estera non è condivisa in modo unanime, ma viene decisa, di volta in volta, dal Consiglio Europeo, composto dai capi di Stato e di Governo dei Paesi membri, tenendo conto anche delle opinioni espresse dal Parlamento europeo. Così l’Unione riesce facilmente a disporre missioni di pace internazionali, come quella compiuta nei Balcani, ma per arrivare a una dichiarazione di guerra servirebbe una completa coesione degli Stati membri nel decidere di prestare aiuto militare: il Trattato richiede che tutte le decisioni di politica e sicurezza comune devono essere approvate all’unanimità.

Che succede se l’Italia entra in guerra?

In caso di entrata in guerra dell’Italia, ci si chiede innanzitutto chi può essere chiamato alle armi e così indossare l’uniforme e partire per il fronte. A tal proposito, bisogna tenere presente che l’obbligo di servizio militare – la cosiddetta leva obbligatoria – è cessato a partire dal 2005. Ora le nostre forze armate (Esercito, Marina e Aeronautica) sono composte esclusivamente da professionisti, militari di carriera che hanno deciso di indossare la divisa e vengono addestrati per un impiego prolungato. L’arruolamento avviene come «volontari in ferma prefissata» (Vfp), di durata annuale (Vfp1) o quadriennale (Vfp4).

Ma la leva obbligatoria, al momento, è stata solo sospesa e potrebbe essere facilmente ripristinata in due casi: se l’Italia entra in guerra o se si verifica «una grave crisi internazionale» che coinvolge l’Italia anche in virtù della sua appartenenza alla Nato. In entrambi i casi, la decisione è evidentemente politica, fermo restando che, come abbiamo visto, l’entrata in guerra e, più in generale, l’impiego della forza militare, costituiscono soluzioni estreme, da adottare solo nei casi in cui quelle più “morbide” si rivelano inefficaci o inadeguate allo scopo.

Prima di ricorrere alla chiamata alle armi di chi non ha mai prestato il servizio militare, la legge prevede di ricorrere al richiamo degli ex Vpf, iniziando da coloro che hanno terminato il servizio entro i 5 anni precedenti. In seconda battuta, se fossero necessari ulteriori soldati, un Decreto del presidente della Repubblica (Dpr) potrebbe estendere il richiamo ad altre categorie. Non possono, invece, essere richiamati alle armi gli appartenenti alle Forze di polizia ad ordinamento civile, come la Polizia di Stato, la Polizia penitenziaria e i corpi di Polizia locale, e i Vigili del fuoco.

In caso di estrema necessità si potrebbe, dunque, tornare alla coscrizione obbligatoria, attingendo alle liste di leva che tuttora vengono tenute dai Comuni italiani: comprendono tutti i cittadini maschi che hanno compiuto 17 anni. La chiamata alle armi – previa visita medica di idoneità – riguarderebbe le fasce di età dai 18 ai 45 anni, con un’estensione ulteriore per gli ex appartenenti alle forze armate, come gli ufficiali in congedo.



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