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Articolo 85 Costituzione: spiegazione e commento

2 Marzo 2022
Articolo 85 Costituzione: spiegazione e commento

Cosa dice e cosa significa l’art. 85 sulla durata del mandato del presidente della Repubblica e su cosa succede alla scadenza della sua carica.

Il presidente della Repubblica è eletto per sette anni.

Trenta giorni prima che scada il termine, il presidente della Camera dei deputati convoca in seduta comune il Parlamento e i delegati regionali, per eleggere il nuovo presidente della Repubblica.

Se le Camere sono sciolte, o manca meno di tre mesi alla loro cessazione, la elezione ha luogo entro quindici giorni dalla riunione delle Camere nuove. Nel frattempo, sono prorogati i poteri del Presidente in carica.

Il settennato del presidente della Repubblica

È un perfetto gioco di incastri. Almeno così lo hanno pensato i padri costituzionali quando hanno stabilito la durata di una legislatura e quella della carica di presidente della Repubblica: la prima è di cinque anni, quando ci si arriva. La seconda, fissata dall’articolo 85 della Costituzione, è di sette anni, quando non c’è il bis a grande richiesta. In buona sostanza, un Capo di Stato resta in funzione almeno due anni in più rispetto ai presidenti di Senato e Camera. Ma anche due anni in meno dei giudici costituzionali, attivi per nove anni.

Perché questa disparità tra le più alte cariche dello Stato? Perché è stato creato quello che abbiamo chiamato «un perfetto gioco di incastri»?

La Costituzione ribadisce in più passaggi il ruolo super partes del presidente della Repubblica. Per rimarcare ancora di più questo concetto, l’articolo 85 slega in termini di tempo la durata della sua carica da quella della maggioranza parlamentare che lo ha eletto. In questo modo, la Carta costituzionale dice al cittadino: deputati e senatori scelgono un Presidente che potrà lavorare sia con l’attuale Parlamento sia con quello successivo, anche se di colore politico diverso. Il Capo dello Stato resterà al Quirinale per sette anni, indipendentemente dal fatto che una legislatura arrivi al termine naturale dei cinque anni o finisca prima per uno scioglimento anticipato delle Camere. E non concluderà il suo mandato quando i parlamentari andranno a casa: sarà in carica anche all’arrivo dei nuovi parlamentari.

Leggendo bene il primo comma dell’articolo 85 della Costituzione, paradossalmente occorre sottolineare non qualcosa che c’è ma qualcosa che manca. Il primo comma dice testualmente: «Il presidente della Repubblica è eletto per sette anni». Non dice «è eletto per un massimo di sette anni». E qui, il dibattito è servito.

Fino al 2013 si è ritenuto che la frase «è eletto per sette anni» dovesse essere interpretata come il termine oltre il quale il Capo dello Stato non poteva restare in carica. Insomma, finito il settennato se ne doveva aprire un altro con un Presidente diverso. In effetti, nella storia della Repubblica non era mai successo che qualcuno restasse al Colle per più di sette anni. Semmai di meno, come nel caso di Enrico De Nicola (1946-1947) e di Antonio Segni (1962-1964), oltre a Giovanni Leone, che nel 1978 lasciò l’incarico sei mesi prima, e a Francesco Cossiga, che si dimise con due mesi di anticipo, ad aprile del 1992 anziché a giugno.

Che è successo nel 2013? Il Parlamento fu costretto dalla propria incapacità di eleggere il successore di Giorgio Napolitano a reinterpretare lo spirito dell’articolo 85 della Costituzione: «Il presidente della Repubblica è eletto per sette anni», come abbiamo più volte visto. Il che non vieta di candidare di nuovo il Capo dello Stato uscente – se disponibile – e a rieleggerlo «per sette anni». Risultato: visto che deputati, senatori e delegati regionali non trovavano la quadra su un’altra figura, venne proposto a Napolitano di fare un breve «bis». Napolitano accettò e, due anni dopo, lasciò il posto a Mattarella; il quale, sette anni dopo, si trovò nella stessa situazione e si vide costretto a fare un «secondo giro». Ancora una volta, per l’incapacità dei partiti di trovare un sostituto.

In altre parole: dove l’articolo 85 della Costituzione dice che il Presidente viene eletto per sette anni, intende dire, a questo punto, che il settennato si riferisce ad ogni volta che qualcuno viene eletto, non al fatto che dopo sette anni occorre cambiare per forza candidato al Quirinale.

La convocazione del Parlamento per l’elezione del Presidente

Che ci siano o meno dei nuovi candidati alla Presidenza della Repubblica, bisogna per forza porre fine ad un settennato per avviarne un altro. Nel caso più recente, infatti, anche se ci fosse da tempo un accordo per far restare altri sette anni Sergio Mattarella al Quirinale, sarebbe stato comunque necessario convocare il Parlamento per l’elezione del nuovo Capo dello Stato.

La convocazione, come stabilisce l’articolo 85 della Costituzione, deve essere fatta dal Presidente della Camera, che farà gli onori di casa durante le votazioni. E non si tratta di una scelta fatta a caso dai costituenti ma di una questione di equilibri di potere da garantire: poiché, infatti, il presidente del Senato sostituisce come seconda carica dello Stato il presidente della Repubblica (lo prevede espressamente l’articolo 86), al Capo di Montecitorio viene riconosciuto il ruolo di convocare e di ospitare in seduta comune deputati, senatori e delegati inviati dalle Regioni. Insomma, una parte di responsabilità a uno, una parte all’altro.

La convocazione deve essere fatta 30 giorni prima della scadenza del mandato del Capo dello Stato.

Dopodiché, cominciano le eccezioni che anche in questo caso confermano la regola. La prima riguarda l’eventualità che, alla scadenza del mandato del presidente della Repubblica, le Camere siano sciolte o siano prossime allo scioglimento. In questo caso, il Parlamento non è politicamente abilitato a scegliere il nuovo Capo dello Stato. Vuoto di potere? No. Ed è proprio l’articolo 85 della Costituzione ad evitarlo, prevedendo la proroga dei poteri del Presidente fino all’insediamento delle nuove Camere. Spetterà a loro decidere chi sarà il nuovo inquilino del Quirinale.



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