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Responsabilità di chi va a caccia

1 Marzo 2022
Responsabilità di chi va a caccia

Obblighi di chi va a caccia: risarcimento del danno e responsabilità penale. L’assicurazione obbligatoria.

Poniamo il caso di un cacciatore che, durante una battuta di caccia, accidentalmente ferisca una persona nascosta dietro i cespugli. La vittima non era visibile, ciò nonostante pretende il risarcimento. Qual è, in un’ipotesi del genere, la responsabilità di chi va a caccia?

Colpi di fucile accidentali, spari ad altezza d’uomo, persone o cani da caccia scambiati per cacciagione sono tra le cause più frequenti di un incidente venatorio. In questi casi, a pagare i danni è sempre l’assicurazione, ma chiaramente bisogna prima comprendere se il cacciatore è davvero responsabile. Resterebbe comunque ferma la responsabilità penale, che è sempre personale, e non può essere scaricata sulle compagnie di assicurazioni. In tal caso scatterà il reato di lesioni colpose o di omicidio colposo.

La questione relativa alla responsabilità di chi va a caccia è stata affrontata varie volte dalla giurisprudenza. Il problema è il coordinamento tra la responsabilità di chi spara inavvertitamente o in direzione di una persona non visibile e la tutela di quest’ultima. La legge segue la linea di massimo rigore: chi decide spontaneamente di imbracciare un fucile, strumento di per sé pericoloso, deve adottare le massime cautele. Inutile dichiararsi “non esperti” del settore: chi ha un’arma tra le mani deve assumersi maggiori responsabilità di un uomo medio.

Di qui il principio in tema di responsabilità del cacciatore sancito dalla giurisprudenza [1]: la caccia deve essere considerata un’«attività pericolosa», in quanto esercitata mediante l’impiego di armi da fuoco che, come noto, sono mezzi destinati all’offesa. Di conseguenza, per i danni che si verificano in occasione di battute di caccia si deve presumere sempre la responsabilità del cacciatore. A imporre tale interpretazione è l’articolo 2050 del Codice civile, rubricato appunto «Responsabilità per l’esercizio di attività pericolose». In base a tale norma, «chiunque cagiona danno ad altri nello svolgimento di un’attività pericolosa, per sua natura o per la natura dei mezzi adoperati, è tenuto al risarcimento», salvo che dimostri «di avere adottato tutte le misure idonee a evitare il danno». Non si tratta quindi di una presunzione di responsabilità assoluta, ma viene concessa la possibilità della cosiddetta prova contraria. Prova che, tuttavia, non è assolutamente facile da fornire. Infatti, chi in occasioni di una caccia ferisce un’altra persona o, nella peggiore delle ipotesi, la uccide, avrebbe dovuto adottare tutte quelle misure suggerite dalla comune esperienza, idonee ad evitare il danno.

Non si può pensare di addossare la colpa al danneggiato solo perché questi si trovava, al momento dello sparo, nella direzione del colpo del fucile, nascosto magari dalla vegetazione. Chi sta per premere sul grilletto deve prima controllare che, in direzione della traiettoria del proiettile, non vi sia nessuno.

La giurisprudenza della Cassazione ha sempre ritenuto che «nel caso di ferimento di taluno per effetto di un colpo di fucile sparato da un cacciatore senza il previo accertamento di una sufficiente libertà e sicurezza del campo di tiro – come accertato nella fattispecie – non è configurabile una colpa concorrente del danneggiato con quella del feritore» per il solo fatto che il primo si sia avvalso del «diritto di esercitare la caccia nella stessa località del secondo o anche a breve distanza da lui»

Come chiarito anche dalla Cassazione penale [2], in tema di caccia, costituisce obbligo essenziale del cacciatore il controllo degli spostamenti dei compagni e l’accertamento scrupoloso in ordine all’assenza di persone sulla traiettoria del colpo, non costituendo fatto imprevedibile l’improvviso spostamento di un cacciatore, in quanto è caratteristica dell’attività venatoria di gruppo rendere possibile gli spostamenti dei partecipanti e, pertanto, la presenza di siffatte situazioni di pericolo per la loro incolumità (nel caso di specie, si è giudicato un caso di omicidio colposo durante una battuta di caccia).

La responsabilità del cacciatore, così inquadrata in forma molto rigorosa, non riguarda solo i danni causati a persone ma anche a cose o ad animali. Così, ad esempio, nell’ipotesi in cui, durante una battuta di caccia al cinghiale, un cacciatore uccida erroneamente il cane di proprietà di un altro cacciatore, sussiste a suo carico la responsabilità per l’esercizio di attività pericolosa, che non viene esclusa dal fatto che tutti i partecipanti accettano scientemente e volontariamente i rischi derivanti dall’attività [3].

In ogni caso, come detto in apertura, si deve tenere conto che tutti i cacciatori devono avere un’assicurazione che copre i danni causati durante la battuta. Assicurazione prevista dalla legge 157/1992 e dal Decreto del Ministero delle politiche agricole forestali e alimentari 23 dicembre 2020 che ha aggiornato i massimali ai seguenti valori:

903.283,12 euro per ogni sinistro, quale importo complessivo ripartito nel seguente modo:

  • 677.462,34 euro, quale massimale di copertura per ogni persona danneggiata;
  • 225.820,78 euro quale massimale di copertura nel caso di danni ad animali o cose;
  • nonchè di polizza assicurativa per infortuni correlata all’esercizio dell’attività venatoria, con massimale di 90.328,31 euro per morte o invalidità permanente.

Come avviene negli incidenti stradali, il danneggiato può rivolgersi direttamente all’assicurazione e chiedere a questa il risarcimento, senza dover prima rivolgere la domanda al cacciatore-assicurato (il quale però dovrà fornire gli estremi della propria polizza e della relativa compagnia).

Nel caso di un cacciatore non identificato o non munito di assicurazione, il risarcimento viene pagato dal Fondo di Garanzia vittime della caccia, proprio similmente a quanto avviene per i sinistri stradali.


note

[1] Trib. Tivoli, sent. n. 1698/2021.

[2] Cass. pen. sez. IV , 05/03/2013 , n. 12948. Giurisprudenza costante. In senso conforme, v. Sez. IV, 30 aprile 1985, n. 101, in C.E.D. Cass., n. 171536; Sez. IV, 5 febbraio 1982, n. 7029,ivi, n. 154660. Sulla stessa linea, v. anche Sez. IV, 2 giugno 1981, n. 8361, in Riv.pen., 1982, p. 136 (secondo cui costituisce un preciso obbligo del cacciatore quello di tenere sempre conto delle specifiche peculiarità di tempo e di luogo, nonché della probabile “rosa” del tiro, stante il carattere gravemente imprudente dell’esplosione di un colpo ad altezza d’uomo, senza accertarsi della sicura assenza di persone nella zona di destinazione); Sez. IV, 4 febbraio 1981, n. 2213, in C.E.D. Cass., n. 148042 (che ha precisato che il dovere del cacciatore di accertarsi in modo scrupoloso, prima di sparare, che sulla traiettoria del colpo non si trovino altre persone, deve assumersi in termini di particolare rigore allorché il colpo di fucile viene diretto in una zona “cieca”, quale può essere quella coperta da fitta vegetazione); Sez. IV, 15 novembre 1976, n. 3165,ivi, n. 135393 (secondo cui deve ritenersi senz’altro illegittimo, poiché inaccettabilmente pericoloso, anche nel corso dell’attività di caccia, l’esercizio di attività di fuoco contro bersaglio non bene individuato).

[3] Trib. Perugia sent. del 26/05/1995.

Tribunale di Tivoli – Sezione civile – Sentenza 26 novembre 2021 n. 1698

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE DI TIVOLI

Il Giudice

dott.ssa Francesca Coccoli

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa civile iscritta al n. 2861/2018 R.G.A.C., vertente

tra

(…), nato a C. (R.) il (…), rappresentato e difeso dagli avv.ti Ma.To., Re.To. e Lo.Ma.;

attore

e

(…) – Rappresentanza generale in I., in persona del legale rappresentante pro tempore, rappresentata e difesa dall’avv. Fe.Co.;

convenuta

nonché

(…), nato a C. (R.) il (…), rappresentato e difeso dall’avv. Ma.Re.; convenuto

OGGETTO: responsabilità extracontrattuale

FATTO E DIRITTO

Con citazione ritualmente notificata (…) conveniva in giudizio (…) e la (…) – Rappresentanza Generale in I., esponendo che il giorno 27 settembre 2015, mentre si trovava all’interno della vallata denominata “(…)”, sita nel comune di Cave (RM), intento a raccogliere funghi, era stato colpito da un colpo di fucile sparato accidentalmente da (…), il quale, impegnato in una battuta di caccia, aveva scambiato l’attore per un volatile.

Lamentando di aver riportato lesioni permanenti dal sinistro, chiedeva la condanna del (…) e della sua compagnia assicuratrice al risarcimento del danno, biologico e morale, oltre che patrimoniale subìto.

Si costituiva in giudizio la società convenuta contestando la fondatezza delle pretese attoree delle quali domandava il rigetto.

Si costituiva, altresì, il convenuto (…), il quale confermava l’accadimento dei fatti così come narrato dall’attore.

La causa, istruita sulla base della documentazione allegata in atti e della disposta CTU, all’udienza del 7 giugno 2021 è stata trattenuta in decisione con assegnazione alle parti del termine di sessanta giorni per comparse conclusionali e di ulteriori venti giorni per memorie di replica.

La domanda è fondata e merita accoglimento.

Alla luce della mancata contestazione da parte del convenuto (…) dei fatti allegati da parte attrice, oltre che della conferma della dinamica dell’incidente, così come emersa dalla documentazione acquisita, può ritenersi accertato che in data 27 settembre 2015 (…) si trovava a raccogliere funghi all’interno della vallata denominata “(…)”, sita nel Comune di Cave (RM), cui si accede tramite la strada comunale via Cesiano, quando veniva improvvisamente attinto da un colpo di fucile sparato accidentalmente da (…) il quale, intento in una battuta di caccia, scambiava l’attore per un volatile.

A causa di tale incidente, il (…) era trasportato immediatamente presso il Polo Ospedaliero Palestrina – Zagarolo Ospedale Coniugi (…) e, successivamente, al Policlinico Umberto I di Roma, dove era sottoposto ad un intervento di asportazione di corpo estraneo sottocongiuntivale (doc. 9, 10, 11, 12 di parte attrice).

Tale circostanza, assolutamente pacifica ed ammessa, come evidenziato, anche nel corso del presente giudizio, dallo stesso (…), trova riscontro nella documentazione in atti.

In particolare:

– nel “modulo denuncia incidente di caccia” trasmesso ai L. successivamente al verificarsi dell’incidente (doc. 1 di parte attrice) (…) nelle “informazioni generali sul sinistro” scrive quanto segue: “il sig. (…) cercava di colpire un volatile e accidentalmente colpiva il sig. (…) che si trovava nei pressi in cerca di funghi “;

– nell’annotazione di Polizia Giudiziaria redatta dalla Legione Carabinieri Lazio – Stazione di Cave in data 27 settembre 2015 (doc. 2 di parte attrice), si legge che “questa mattina alle ore 10.30 nell’intervenire in Via (…) per la segnalazione di persona colpita da colpi di arma di fuoco, apprendevamo che presso il pronto soccorso dell’Ospedale di Palestrina si era presentato un uomo con ferite da arma da fuoco.

Sul posto accertavamo la presenza di (…) nato a C. il (…), ivi residente in Via (…), il quale riferiva che nel mentre stavo raccogliendo dei funghi in un bosco, veniva colpito da un colpo di fucile da caccia, questi presentava ferite alla gamba, al braccio ed al viso lato sinistro.

L’uomo aggiungeva che non appena veniva attinto dal colpo, a seguito delle sua grida di aiuto, veniva soccorso da un anziano uomo il quale gli riferiva di essere stato lui a sparare. Quest’ ultimo presente presso il predetto nosocomio, in quanto aveva soccorso insieme al figlio il malcapitato, veniva identificato in (…) nato a C. il (…) ed ivi residente in Viale (…)”;

– nel “verbale di sopralluogo e rinvenimento di cartuccia da caccia esplosa in Cave (Rm) via Valle dei (…)” redatto dalla Legione Carabinieri Lazio – Stazione di Palestrina in data 27 settembre 2015 (doc. 3), è scritto quanto segue: “prendevamo contatti con il sig. (…), nato a C. il (…)… il quale spiegava che verso le ore 9.00 circa era intento a fare dei lavori nel bosco ed aveva sentito un colpo di fucile da caccia e subito dopo urla di una persona che chiedeva, più volte, aiuto. Lui gridava per sapere cosa era successo ma non gli si dava nessuna risposta, allora decideva di uscire dal bosco per andare a vedere cosa fosse successo e nel frattempo chiamava con il suo cellulare il 112. Quella mattina, presto, aveva notato una persona, sola, che con un cestino andava raccogliere funghi. Lui si trovava nel bosco ubicato all’interno della stradina di campagna sterrata sopra citata a circa duecento metri da via Valle dei (…). Percorrevamo, a piedi, la stradina in questione e, in effetti, a circa duecento metri da via Valle dei (…) vi è un bosco sulla destra e un capo coltivato a granturco sulla sinistra. Proprio mentre giungevamo in prossimità dove il (…) aveva udito lo sparo rinvenivamo in terra, tra l’erba, vicino al campo di granturco, una cartuccia da caccia esplosa cal. 12 marca RCI 32 grammi di colore azzurro che veniva repertata in maniera da non inquinarla… Più avanti, a circa due metri, trovavamo un mucchietto di funghi con chiare tracce di sangue sugli stessi e altro mucchietto di funghi, a circa un metro, nelle medesime condizioni”;

– nella “comunicazione notizia di reato ex art. 347 c.p.p. circa le lesioni patite da (…)” della Legione Carabinieri Lazio – Stazione di Cave del 27 settembre 2015 (doc. 4) si legge quanto segue: “dalla ricostruzione dei fatti si appurava che:

……verso le ore 9: 15 il (…) giungeva in località Valle dei (…) e percorrendo una stradina sterrata, si divideva dal figlio, A., che prendeva la direzione di un canalone sulla sinistra, mentre questi continuava sulla strada. Ad un tratto il (…) giungeva al termine di un canneto e dinanzi gli volava un uccello denominato colombaccio, istintivamente seguiva il volo del volatile ed esplodeva un solo colpo dal proprio fucile . L’uomo udiva delle grida provenire dal bosco di fronte a sé… di un uomo che chiedeva aiuto. Immediatamente si portava sul posto e constatava la presenza di un soggetto il quale presentava segni di colpo d’arma da fuoco sul braccio sinistro ed in volto, immediatamente intuiva che era stato colpito dal colpo esploso pochi istanti prima”.

Alla luce di quanto sopra risulta pertanto pacifico che a sparare ed a colpire accidentalmente il (…) sia stato (…).

Ebene, in tema di responsabilità per danni causati nell’esercizio dell’attività venatoria, va osservato come non residuino dubbi sulla natura pericolosa di detta attività (Cass. pen. 25.9.1980; Cass. civ. 19.8.2003, n. 12109), in quanto esercitata mediante l’impiego di armi da fuoco, che sono mezzi destinati all’offesa.

Ne consegue che agli eventi di danno verificatisi in occasione di battute di caccia è applicabile la presunzione di responsabilità di cui all’art. 2050 c.c. La responsabilità dell’autore del danno è sancita, dunque, in via presuntiva e può essere esclusa qualora si dimostri di avere adottato tutte le misure idonee ad evitare il danno.

Non avendo il convenuto fornito una tale prova, e neppure, invero, avendone allegato i presupposti, la pretesa attorea va accolta.

Né alcun addebito, neppure concorsuale, può ascriversi alla condotta dell’attore poiché, come emerso dall’istruttoria, e per stessa ammissione del (…), il colpo di fucile è partito mentre questi cercava di colpire un volatile, non avvedendosi della presenza dell’attore, con ciò evidenziando la imprudenza, negligenza ed imperizia del convenuto nel maneggiare l’arma da fuoco, causa del ferimento.

Ed invero, secondo il condivisibile orientamento della Corte di Cassazione (Cass. civ. 2003, n. 12109), “… come statuito già in remoti precedenti di questa Suprema Corte (Cass. 23 dicembre 1968 n. 4072; 28 settembre 1964 n. 2442), poiché non sono ammissibili, ai sensi dell’art. 16 della Costituzione, restrizioni della libertà di circolazione delle persone nelle campagne e nei luoghi in cui sia in atto l’esercizio della caccia, nel caso di ferimento di taluno per effetto di un colpo di fucile sparato da un cacciatore senza il previo accertamento di una sufficiente libertà e sicurezza del campo di tiro, come accertato nella fattispecie, non è configurabile una colpa concorrente del danneggiato con quella del feritore per il solo fatto che il primo si sia avvalso del pari diritto di esercitare la caccia nella stessa località del secondo o anche a breve distanza da lui”.

La convenuta società (…) è tenuta, in solido con l’autore del danno, al risarcimento in favore del (…), in virtù della polizza n. (…), sottoscritta dal (…) (titolare della licenza di caccia n. 908344-M) al fine di essere tenuto indenne quale civilmente responsabile per i danni involontariamente cagionati a terzi, in conseguenza di un fatto accidentale verificatosi nello svolgimento dell’attività di cacciatore.

Passando alla quantificazione del ristoro dovuto, deve preliminarmente osservarsi come il (…) abbia riportato nell’incidente lesioni che, secondo le condivisibili conclusioni della consulenza tecnica disposta d’ufficio, hanno determinato un periodo di inabilità temporanea totale pari a giorni 30 e una inabilità temporanea parziale al 75% per giorni 20 e al 50% per ulteriori giorni 20, oltre che una invalidità permanente residua pari al 12 %.

Tali esiti permanenti residuati non influiscono, secondo le conclusioni del CTU, sull’attività specifica in quanto i postumi in tal senso individuati “potevano essere attribuiti alla dolenzia dell’arto inferiore causata maggiormente dalla pregressa rottura del menisco e crociato anteriore sinistro(2016)”.

In via generale, occorre premettere che, ai sensi del combinato disposto degli artt. 1223 e 2056 cod.civ., il risarcimento deve comprendere il danno emergente (le effettive perdite subite dal danneggiato rispetto all’epoca precedente all’avvenuta lesione) ed il lucro cessante (il mancato guadagno, vantaggio, utilità che il soggetto leso avrebbe potuto conseguire se il fatto illecito non si fosse verificato).

Per procedere alla liquidazione del danno non patrimoniale subito dall’attore occorre fare applicazione delle tabelle elaborate dal tribunale di Milano comunemente adottate per la liquidazione equitativa ex art. 1226 c.c. del danno non patrimoniale derivante da lesione dell’integrità psicofisica – criterio di liquidazione condiviso dalla Suprema Corte (Cass. 7/6/2011 n. 12408 e Cass. 22/12/2001 n. 28290), con le precisazioni contenute nella recente pronuncia n. 25164 del 10.11.2020.

In via generale non pare inutile ricordare che il risarcimento del danno alla persona deve essere integrale, essendo compito del giudice accertare l’effettiva consistenza del pregiudizio allegato, a prescindere dal nome attribuitogli. Pertanto, in tema di liquidazione del danno per la lesione del diritto alla salute, nei diversi aspetti o voci di cui tale unitaria categoria si compendia, l’applicazione dei criteri di valutazione equitativa, rimessa alla prudente discrezionalità del giudice, deve consentirne la maggiore approssimazione possibile all’integrale risarcimento, anche attraverso la cd. personalizzazione del danno (Cass., Sez. Un., n. 26972/08).

Con particolare riferimento alla c.d. personalizzazione, la Suprema Corte ha precisato che “il grado di invalidità permanente espresso da un baréme medico legale esprime la misura in cui il pregiudizio alla salute incide su tutti gli aspetti della vita quotidiana della vittima. Pertanto, una volta liquidato il danno biologico convertendo in denaro il grado di invalidità permanente, una liquidazione separata del danno estetico, alla vita di relazione, alla vita sessuale, è possibile soltanto in presenza di circostanze specifiche ed eccezionali, le quali rendano il danno concreto più grave, sotto gli aspetti indicati, rispetto alle conseguenze ordinariamente derivanti dai pregiudizi dello stesso grado sofferti da persone della stessa età. Tali circostanze debbono essere tempestivamente allegate dal danneggiato, ed analiticamente indicate nella motivazione, senza rifugiarsi in formule di stile o stereotipe del tipo ‘tenuto conto della gravità delle lesioni'” (Cass. 23778/2014).

Nel caso in esame il Giudice, procedendo ad una valutazione nella sua effettiva consistenza delle sofferenze fisiche e psichiche patite dall’attore, in difetto di particolari allegazioni e deduzioni ritiene che la voce del danno non patrimoniale intesa come sofferenza soggettiva in sé considerata sia adeguatamente risarcita con la sola applicazione dei predetti valori monetari riferiti al danno biologico strettamente inteso, non potendosi ritenere provato nel caso di specie il concorso del danno dinamico-relazionale e del danno morale.

Orbene, in base al parametro di riferimento rappresentato dalle tabelle elaborate dal Tribunale di Milano, spetta all’attore, a titolo di danno biologico permanente, tenuto conto della invalidità del 12% e dell’età del soggetto all’epoca del sinistro (58 anni), la somma complessiva di Euro 21.053,00 secondo i valori attuali.

Con riferimento al periodo di inabilità temporanea così come accertato dal C.T.U., si liquida ad equità – sempre sulla scorta delle tabelle milanesi – la somma di Euro 99,00 al giorno, per un totale di Euro 5.445,00 in valori attuali.

Nell’ottica della sopra menzionata personalizzazione del risarcimento, la sommatoria degli importi appena indicati (Euro 26.498,00) costituisce – ad avviso di questo giudice – un ristoro esaustivo del danno non patrimoniale patito dall’attore.

Deve poi osservarsi che la somma cui si perviene, se da un lato costituisce l’adeguato equivalente pecuniario, al momento della statuizione, della compromissione di beni giuridicamente protetti, tuttavia non comprende l’ulteriore e diverso danno rappresentato dalla sua mancata disponibilità, provocata dal ritardo con cui viene liquidato al creditore danneggiato l’equivalente in denaro del bene leso. Orbene, tale voce di danno deve essere provata dal creditore e, solo in caso negativo, il giudice, nel liquidare il risarcimento ad essa relativo, può fare riferimento, quale criterio presuntivo ed equitativo, ad un tasso di interesse che, in mancanza di contrarie indicazioni suggerite dal caso concreto, può essere fissato in un valore prossimo all’interesse legale del periodo intercorrente tra la data del fatto e quella attuale della liquidazione; ciò in quanto nei debiti di valore, come in quelli di risarcimento da fatto illecito, vanno infatti corrisposti interessi per il cui calcolo non si deve utilizzare necessariamente il tasso legale, ma un valore tale da rimpiazzare il mancato godimento delle utilità che avrebbe potuto dare il bene perduto.

Tale “interesse” va poi applicato non già alla somma rivalutata in un’unica soluzione alla data della sentenza, bensì, conformemente al principio enunciato dalle S.U. della Suprema Corte con sentenza 17/2/1995, n. 1712 (ribadito da Cassazione sez. II civile sentenza 3/12/1997 n. 12262, nonché da Cassazione civile sez. III, 10 marzo 2000 n. 2796) sulla “somma capitale” originaria rivalutata di anno in anno.

Procedendo alla stregua dei criteri appena enunciati, a partire dal danno complessivamente subito e su indicato in valori attuali, si determina il “danno iniziale”, inteso come danno finale devalutato alla data del sinistro; questo dunque viene successivamente rivalutato fino alla data della sentenza, al contempo calcolando gli interessi ponderati via via maturati.

Sulla somma complessivamente spettante alla parte ricorrente, decorrono gli interessi legali dalla data della presente decisione e sino all’effettiva corresponsione.

Risultano, infine, documentate spese mediche per complessivi Euro 1.108,83 (doc. 24, 31, 32).

Le spese di giudizio sostenute da parte attrice seguono la soccombenza e, liquidate e distratte come in dispositivo, vanno poste a carico dei convenuti, al pari delle spese relative alla predisposizione della consulenza tecnica d’ufficio.

La sentenza è provvisoriamente esecutiva tra le parti ai sensi dell’art. 282 c.p.c., come modificato dalla L. n. 534 del 1995.

P.Q.M.

Il Tribunale di Tivoli, in persona del G. I. in funzione di Giudice Unico, ogni diversa e contraria istanza, domanda ed eccezione respinta, definitivamente pronunciando, così provvede:

– in accoglimento delle domande avanzate da (…), condanna (…) e la (…) – Rappresentanza generale in I. al pagamento in favore della parte attrice e per le causali di cui in premessa, della complessiva somma di Euro 26.498,00, che andrà devalutata alla data del sinistro, e successivamente rivalutata fino alla data della presente sentenza, con applicazione di anno in anno degli interessi legali maturati, oltre interessi al tasso legale vigente dalla data della presente sentenza al saldo effettivo;

– condanna i convenuti al pagamento dell’ulteriore importo, a titolo di rimborso delle spese mediche sostenute, di Euro 1108,83, oltre interessi legali dai singoli esborsi fino al soddisfo;

– condanna i convenuti alla rifusione delle spese processuali che liquida, in favore dell’attore in complessivi Euro 575,00 per esborsi ed Euro 3.500,00 per compensi, oltre il 15% di rimborso spese generali e I.V.A. e C.P.A. come per legge, ed oltre le spese di C.T.U., liquidate come da decreto in atti.

Dichiara la presente sentenza provvisoriamente esecutiva tra le parti ai sensi dell’art. 282 c.p.c..

Così deciso in Tivoli il 22 novembre 2021. Depositata in Cancelleria il 26 novembre 2021.

Cassazione penale sez. IV, 05/03/2013, (ud. 05/03/2013, dep. 20/03/2013), n.12948

RITENUTO IN FATTO1. – Con sentenza resa in data 27.10.2011, la Corte d’appello di Cagliari ha integralmente confermato la sentenza del Tribunale di Lanusei del 18.11,2010, con la quale M.G. è stato condannato alla pena di sei mesi di reclusione (condizionalmente sospesa), in relazione al reato di omicidio colposo commesso, ai danni di C.C., nel corso di una battuta di caccia, in (OMISSIS).

Avverso tale sentenza, a mezzo del proprio difensore, ha proposto ricorso per cassazione l’imputato, sulla base di tre motivi di ricorso.

2.1. – Con il primo motivo, il ricorrente censura la sentenza impugnata per violazione di legge in relazione all’art. 40 c.p., comma 1, art. 41 c.p., comma 2 e art. 43 c.p..

Si duole il ricorrente che la corte territoriale, pur giudicando imprudente la condotta tenuta dalla vittima in occasione dell’incidente da cui ebbe a scaturirne l’uccisione, ne abbia escluso l’imprevedibilità ex ante, sì da ritenere persistente il nesso di causalità tra la condotta dell’imputato e l’evento mortale occorso a carico del C., avendo il M. trascurato di osservare la norma cautelare consistente nell’obbligo di prevedere e prevenire anche le altrui condotte imprudenti e illecite, come quella nella specie realizzata dalla vittima.

Sul punto, rileva il ricorrente come la corte territoriale abbia errato nell’escludere la rilevanza dell’affidamento riposto dall’imputato sulla diligenza del C., atteso che entrambi i protagonisti dell’incidente de quo dovevano considerarsi persone esperte nell’esercizio dell’attività venatoria e, come tali, pienamente consapevoli del contenuto delle regole di condotta da rispettare nel corso di una battuta di caccia.

Nel caso di specie, la condotta osservata dalla vittima doveva ritenersi a tal punto imprudente da costituire un’abnorme e imprevedibile circostanza sopravvenuta, rispetto all’ordinario svolgimento delle attività di caccia, tale da elidere del tutto il nesso di causalità tra l’esplosione del colpo d’arma da fuoco da parte dell’imputato e l’evento mortale verificatosi ai danni del C., ovvero, in ogni caso, una circostanza tale, per la sua imprevedibilità, da escludere l’esigibilità di alcun diverso comportamento dell’imputato, per ciò solo non rimproverabile a titolo di colpa in relazione all’evento accaduto.

2.2. – Con il secondo motivo, il ricorrente censura la sentenza impugnata per vizio di motivazione nonchè violazione di legge in relazione all’art. 5 del decreto dell’assessore regionale alla difesa dell’ambiente della regione autonoma Sardegna n. 18 del 5.7.2005.

In particolare, si duole il ricorrente del carattere contraddittorio del ragionamento della corte territoriale nella parte in cui, da un lato, non contesta la liceità dell’esercizio dell’attività venatoria (peraltro espressamente consentito dalla norma regolamentare richiamata), e dall’altro impone il rispetto di norme cautelari a tal punto rigorose da esporre l’esercente dell’attività venatoria a una forma di responsabilità d’indole inaccettabilmente oggettiva.

2.3. – Con il terzo motivo, il ricorrente censura la sentenza impugnata per vizio di motivazione là dove afferma che la vittima non indossasse abiti mimetici in occasione dell’incidente oggetto di causa, in contrasto con le risultanze fotografiche e testimoniali acquisite nel corso del procedimento.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

  1. – I motivi di ricorso (congiuntamente esaminabili in ragione dell’intima connessione delle questioni dedotte) sono tutti infondati.

Secondo l’insegnamento della giurisprudenza di legittimità, tra i doveri del cacciatore che partecipi con altri a una battuta di caccia rientra l’obbligo di controllare gli spostamenti dei compagni, prima di sparare all’indirizzo di animali. Da tanto deriva che non costituisce fatto imprevedibile l’improvviso spostamento di un cacciatore, poichè è caratteristica dell’attività venatoria di gruppo rendere possibili spostamenti, più o meno accentuati, dei partecipanti e quindi situazioni di pericolo per la loro incolumità (Cass., Sez. 4, n. 101/1985, Rv. 171536; Cass., Sez. 4, n. 7029/1982, Rv. 154660), mentre deve ritenersi senz’altro illegittimo, poichè inaccettabilmente pericoloso, anche nel corso dell’attività di caccia, l’esercizio di attività di fuoco “alla cieca”, e cioè contro bersaglio non bene individuato (Cass., Sez. 4, n. 3165/1976, Rv. 135393), costituendo un preciso obbligo del cacciatore quello di tenere sempre conto delle specifiche peculiarità di tempo e di luogo, nonchè della probabile “rosa” del tiro, stante il carattere gravemente imprudente dell’esplosione di un colpo ad altezza-uomo, senza accertarsi della sicura assenza di persone nella zona di destinazione (cfr. Cass., Sez. 4, n. 8361/1981, Rv, 150242; Cass., Sez. 4, n. 9942/1980, Rv. 146104).

Deve pertanto ritenersi rivestito di carattere essenziale il dovere del cacciatore, prima di sparare, di accertarsi in modo scrupoloso che sulla traiettoria del colpo non si trovino altre persone; tale dovere, peraltro, deve assumersi in termini di particolare rigore allorchè il colpo di fucile viene diretto verso una zona “cieca”, quale può essere quella coperta da fitta vegetazione (Cass., Sez. 4, n. 2213/1981, Rv. 148042).

Nel caso di specie, la corte territoriale ha evidenziato come l’odierno imputato abbia esploso il colpo d’arma da fuoco che attinse la persona offesa durante la battuta di caccia per cui è processo in modo assolutamente imprudente, senza accertarsi in modo scrupoloso che sulla traiettoria percorsa dal proiettile esploso non vi fosse alcuna persona potenzialmente raggiungibile, ponendo pertanto in essere per propria colpa (benchè concorrente con quella della vittima) una situazione di gravissimo pericolo per l’incolumità dei compagni di caccia.

La decisione così dettata dalla corte cagliaritana deve ritenersi tale da sfuggire alle censure critiche in questa sede sollevate dal ricorrente, siccome fondata sulla base di una motivazione del tutto lineare sul piano della coerenza logica e della consequenzialità argomentativa, dovendo recisamente escludersi, in contrasto con quanto infondatamente sostenuto dal ricorrente, che l’affidamento da quest’ultimo invocato possa in alcun modo sollevare il cacciatore dal dovere di verificare scrupolosamente l’eventuale presenza di persone potenzialmente raggiungibili dal proprio colpo al momento della relativa esplosione.

Deve ritenersi, pertanto, del tutto fuori luogo la prospettazione contenuta nel secondo motivo del ricorso proposto dall’imputato, dovendo escludersi alcuna contraddizione tra la sicura e positivamente stabilita liceità dell’esercizio dell’attività venatoria e l’adempimento, da parte del cacciatore, di tutti i doveri d’indole cautelare sullo stesso incombenti ai fini della preservazione dell’incolumità di tutti i soggetti coinvolti nello svolgimento dell’attività in esame.

Sulla base delle argomentazioni che precedono, deve ritenersi del tutto privo di rilievo il motivo di ricorso illustrato dall’imputato con riguardo alle caratteristiche cromatiche degli indumenti indossati dalla persona offesa nel corso della battuta di caccia, essendo aliunde emersa la grave sottrazione dell’imputato agli obblighi cautelari sullo stesso incombenti ai fini del regolare e sicuro svolgimento dell’attività venatoria in corso, avendo potuto, l’eventuale utilizzazione di vesti mimetiche, da parte della vittima, indurre al più il dubbio sulla natura della figura in movimento, ma non già alcuna sicura certezza sulla natura non umana del bersaglio.

  1. – Sulla base delle argomentazioni che precedono, dev’essere pertanto riconosciuta l’integrale infondatezza dei motivi di doglianza avanzati dall’imputato, con il conseguente rigetto del relativo ricorso e la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.

PQM

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 5 marzo 2013.

Depositato in Cancelleria il 20 marzo 2013


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