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Lavorare bene in ufficio: quali regole seguire

2 Marzo 2022
Lavorare bene in ufficio: quali regole seguire

Nei luoghi di lavoro bisogna sempre sapere come comportarsi, anche perché un errore potrebbe determinare il licenziamento o una querela da parte dei colleghi. Ecco tutte le regole da rispettare.

Dalla legge è possibile ricavare un prontuario delle regole sulla vita da ufficio da rispettare. A parte lo Statuto dei lavoratori, non esiste alcun testo unico che spieghi ai dipendenti come comportarsi sul lavoro. Così bisogna estrapolare le norme di condotta dalle sentenze dei giudici, dal regolamento aziendale, dal contratto collettivo, dal Codice penale. E, non in ultimo, proprio dallo Statuto dei lavoratori.

Ecco allora alcuni principi cardine su come lavorare bene in ufficio; principi che bisogna sempre tenere in considerazione se non si vuol rischiare il posto o una querela.

Come comportarsi sul luogo di lavoro

Nel nostro ordinamento, il dipendente non deve garantire un risultato ma lo svolgimento delle proprie mansioni, durante il tempo di lavoro, con regolarità, correttezza, diligenza, obbedienza. Lo stipendio non dipende quindi dalla «quantità», cioè da quanto si produce, ma dalla «qualità». È anche vero però che la giurisprudenza ha aperto le porte al licenziamento per «scarso rendimento» che scatta tutte le volte in cui il lavoratore rallenta la propria prestazione, producendo meno rispetto alla media dei colleghi addetti alle stesse mansioni. Prima del licenziamento però il datore deve mettere l’interessato nelle condizioni di conoscere le proprie mancanze, diffidandolo.

Quando dicevamo che il metro di giudizio di un dipendente può essere solo la qualità della sua prestazione, non ci riferivamo però alla qualità del prodotto finale (la quale può dipendere da variabili non collegate all’opera dell’uomo), ma alla diligenza che questi impiega nello svolgere gli incarichi, diligenza che deve essere proporzionata al grado di specializzazione raggiunto dal dipendente, dalla posizione ricoperta all’interno dell’azienda (e quindi anche dallo stipendio), dall’anzianità di servizio.

Inoltre, il dipendente deve essere rispettoso sia nei confronti del datore che dei suoi superiori gerarchici. Deve cioè obbedire agli ordini che gli sono stati impartiti. Non può quindi compiere atti di insubordinazione, deve sempre rispettare le direttive che gli vengono fornite, anche quando le ritiene illegittime; in quest’ultimo caso, infatti, non può disobbedire ma deve prima rivolgersi al giudice per far cancellare l’ordine illegittimo. La disobbedienza è consentita solo laddove la richiesta del datore di lavoro sia lesiva di diritti costituzionali del lavoratore e contraria alla buona fede (ad esempio un trasferimento incompatibile con le condizioni di salute del lavoratore o del familiare titolare della legge 104).

La violazione di tali obblighi può comportare sanzioni disciplinari.

Non creare ambienti di lavoro ostili

La legge vieta di creare ambienti di lavoro ostili che possano pregiudicare la salute psicofisica dei colleghi. Quando il datore si accorge che un’unità produttiva non funziona bene a causa delle divergenze tra i lavoratori può trasferire uno di questi indipendentemente dall’accertamento delle relative responsabilità. È ciò che si chiama «trasferimento per incompatibilità ambientale».

Bisogna peraltro evitare di compiere condotte che possano nuocere alla professionalità dei colleghi, denigrandoli, emarginandoli, perseguitandoli, svilendone la personalità. Questi comportamenti potrebbero infatti generare ciò che tecnicamente viene chiamato «mobbing orizzontale», con conseguente obbligo di risarcimento del danno. Senza contare che il datore di lavoro potrebbe applicare sanzioni disciplinari come il trasferimento o il licenziamento.

È vietato anche sparlare dei propri colleghi, ad esempio rivelando – con dicerie diffuse – dettagli della loro vita privata o atteggiamenti che potrebbero metterli alla berlina degli altri. In caso contrario, si può essere querelati per diffamazione. Peraltro, anche le “critiche alle spalle” possono portare a sanzioni disciplinari per violazione dei doveri di fedeltà, correttezza e buona fede.

Lamentarsi sui social del proprio lavoro

La critica è lecita ma non deve comportare una diffamazione nei confronti dell’azienda. Chi si lamenta pubblicamente – come ad esempio con post sui social – del luogo di lavoro, del trattamento che riceve dai superiori o della stessa qualità della paga deve farlo con moderazione (la cosiddetta «continenza» entro cui si può esplicare il diritto costituzionale di critica) e senza offendere la moralità o la professionalità altrui. Non sono stati pochi i licenziamenti per gli insulti su Facebook, anche se indirizzati ai prodotti commercializzati dall’azienda.

Non divulgare i segreti aziendali

Il dipendente ha l’obbligo di segretezza e di non concorrenza fintantoché permane il rapporto di lavoro. Sicché, non può raccontare ad estranei o parenti quali sono i “segreti industriali”, come funziona l’organizzazione, chi sono i clienti, come si produce. Inoltre, non può acquisire dati dai computer per poi riutilizzarli per scopi personali (ad esempio nell’ottica di costituire una propria azienda).

Allontanarsi dal posto o navigare su Internet durante il lavoro

Non si può sprecare il tempo durante il quale bisognerebbe lavorare, ad esempio navigando su Internet, chattando o parlando al telefono (la sanzione disciplinare sarà tanto più grave quanto più prolungata è la pausa). Né ci si può allontanare dal proprio posto senza aver ottenuto l’autorizzazione dai superiori e “timbrato” il cartellino dell’uscita.

Non svolgere un secondo lavoro

Chi lavora presso un’azienda, purché non full time, può svolgere un secondo lavoro presso un altro datore. Così come potrebbe avviare un’attività personale (anche se ha un full time). Ma in entrambi i casi non può trattarsi di un’attività in concorrenza con quella dell’azienda.



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