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Articolo 90 Costituzione: spiegazione e commento

4 Marzo 2022
Articolo 90 Costituzione: spiegazione e commento

Cosa dice e cosa significa l’art. 90 sull’immunità del presidente della Repubblica: la sua responsabilità giuridica e quando può essere messo sotto accusa.

Il presidente della Repubblica non è responsabile degli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni, tranne che per alto tradimento o per attentato alla Costituzione.

In tali casi è messo in stato di accusa dal Parlamento in seduta comune, a maggioranza assoluta dei suoi membri.

La responsabilità giuridica del presidente della Repubblica

Intoccabile? Sì, ma fino a un certo punto. Il presidente della Repubblica, grazie a quanto stabilito dall’articolo 90 della Costituzione, gode di totale immunità, cioè non risponde di quel che fa o che dice nell’esercizio delle sue funzioni. Tuttavia, la norma in commento pone due limiti a questo ombrello protettivo: i casi di alto tradimento all’Italia e di attentato alla Costituzione. E, senza citarla espressamente, c’è un’altra importante sfumatura in questo articolo: il fatto che non risponda degli atti commessi «nell’esercizio delle sue funzioni» significa che può essere chiamato a rispondere di ciò che ha fatto prima di salire al Quirinale e di assumere la carica di Capo dello Stato. Vale a dire, quando non era nell’esercizio delle sue funzioni.

Secondo l’articolo 90 della Costituzione, dunque, dal punto di vista giuridico, il presidente della Repubblica ha una sorta di «responsabilità limitata». Non può essere chiamato in tribunale per eventuali illeciti commessi nell’esercizio delle sue funzioni. Anche se la Corte costituzionale ha voluto precisare un dettaglio tutt’altro che insignificante, ossia l’importanza di distinguere tra atti e dichiarazioni che hanno a che fare con le funzioni del Capo dello Stato e quelli non inerenti alle sue funzioni. In quest’ultimo caso, potrebbe essere chiamato a rispondere in giudizio come qualsiasi altro cittadino.

In altre parole, e per fare un esempio molto semplice: se nello svolgere le sue funzioni (ad esempio, durante un discorso istituzionale) il presidente della Repubblica offende la reputazione di qualcuno in diretta tv, egli sarà protetto dall’immunità penale. Non lo sarà, invece, se una notte decide di uscire dal Quirinale per conto suo a farsi un giro guidando un’auto e, passando un semaforo rosso, investe un cittadino e si dà alla fuga.

Ma perché il Presidente deve godere dell’immunità? È un privilegio che gli concede la Costituzione? Non proprio. L’articolo 90 prevede questo «ombrello» giuridico per gli atti funzionali in modo da garantire l’indipendenza del presidente della Repubblica da altri organi e, quindi, di evitare che venga chiamato in causa continuamente a rispondere di questioni che potrebbero essere architettate apposta al fine di destabilizzarlo. Va ricordato che il nostro sistema democratico prevede questa condizione di indipendenza per tutte le istituzioni proprio per lo stesso motivo. E che della stessa immunità penale gode il presidente del Senato quando viene nominato supplente del Capo dello Stato, poiché l’immunità riguarda la carica e non la persona.

L’alto tradimento e l’attentato alla Costituzione

Due, come detto, i casi previsti dall’articolo 90 in cui il presidente della Repubblica è chiamato a rispondere e che, di conseguenza, non sono protetti dall’immunità penale di cui gode nell’esercizio delle sue funzioni: l’alto tradimento e l’attentato alla Costituzione.

Il primo si verifica quando viene tenuto un comportamento doloso (quindi voluto) che, offendendo il prestigio interno ed internazionale del Paese, comporta una violazione del dovere di fedeltà alla Repubblica su cui il Presidente giura all’inizio del suo mandato. Tale condotta si può manifestare, ad esempio, attraverso un accordo con una potenza straniera o con qualche lobby potenzialmente in grado di nuocere gli interessi nazionali o di sovvertire l’ordinamento. In sostanza, l’alto tradimento avviene quando si pregiudica il bene del proprio Paese per favorire altri Stati o gruppi di potere.

L’attentato alla Costituzione, invece, è sempre un comportamento doloso che questa volta, però, mira a sovvertire le istituzioni o a violare uno o più articoli della Carta di cui proprio il presidente della Repubblica è il garante supremo. L’esempio più palese può essere quello di acquisire i consensi necessari a mettere in pratica un colpo di Stato e prendere tutto il potere in mano. Giova citare in proposito l’articolo 283 del Codice penale, che recita: «Chiunque, con atti violenti, commette un fatto diretto e idoneo a mutare la Costituzione dello Stato o la forma di Governo è punito con la reclusione non inferiore a cinque anni».

La messa in stato di accusa del Presidente

Negli Stati Uniti viene comunemente chiamato impeachment. Ne abbiamo sentito parlare ai tempi dello scandalo Lewinsky che investì il presidente americano Bill Clinton, o quando più recentemente Donald Trump è stato accusato di essere il mandante dell’assalto al Congresso statunitense, nell’Epifania del 2021. In Italia, l’impeachment viene chiamato «stato di accusa» e, come stabilisce l’articolo 90 della Costituzione, ci può finire il presidente della Repubblica in caso di alto tradimento o di attentato alla Costituzione.

È successo in passato anche nel nostro Paese, anche se nessuno dei tentativi di incriminare i capi di Stato è andato a buon fine. Nel 1978, Giovanni Leone fu accusato dal Partito comunista di essere coinvolto nello scandalo Lockheed, relativo all’acquisto da parte dell’Italia di aerei americani (fu poi riconosciuta la sua estraneità). Nel 1992, fu Francesco Cossiga a finire nel mirino del Partito dei democratici di sinistra (il Pds) per il suo ruolo nell’organizzazione segreta Gladio. Sia Leone sia Cossiga si dimisero, evitando in questo modo la procedura per la messa in stato di accusa.

E ancora: nel 1993 Oscar Luigi Scalfaro fu costretto a respingere le accuse di aver utilizzato fondi neri quando era ministro dell’Interno (il suo famoso «io non ci sto» durante un discorso in tv). Nel 2014, il Movimento 5 Stelle fece una formale richiesta di messa in stato di accusa di Giorgio Napolitano, per espropriazione della funzione legislativa del Parlamento e abuso della decretazione d’urgenza. In entrambi i casi, le richieste vennero respinte.

Affinché il Capo dello Stato venga messo in stato di accusa, il Parlamento deve rispettare un iter ben preciso. Ci vuole, prima di tutto, una relazione di un Comitato di cui fanno parte i componenti delle Giunte del Senato e della Camera che normalmente decidono sulle autorizzazioni a procedere.

Il Comitato riceve dal presidente della Camera la documentazione relativa ai reati previsti dall’articolo 90 (alto tradimento e/o attentato alla Costituzione) dandone comunicazione al presidente del Senato. Il Comitato viene convocato entro dieci giorni da quando ha ricevuto le carte e può prendere una di queste tre decisioni:

  • chiedere l’archiviazione per la manifesta infondatezza della notizia di reato;
  • dichiarare la propria incompetenza, nel caso in cui il reato oggetto della vicenda sia diverso da quelli previsti dall’articolo 90;
  • presentare una relazione in Parlamento in cui vengono riassunte le indagini svolte ed esposte le conclusioni.

In quest’ultimo caso, ed entro 30 giorni dalla presentazione della relazione o dalla scadenza dei termini per concludere e presentare le indagini, il presidente della Camera, sentito l’omologo del Senato, convoca deputati e senatori in seduta comune, da tenersi entro un mese dalla data di convocazione. In questa sede ha luogo il voto per mettere o non mettere in stato di accusa il Presidente. Il voto è segreto e, affinché abbia efficacia, la messa in stato di accusa deve essere approvata con la maggioranza assoluta dei componenti del Parlamento. Entro due giorni, il presidente della Camera trasmette al presidente della Corte costituzionale l’esito della votazione e, quindi, lo stato di accusa. La Consulta, a questo punto, può disporre la sospensione del presidente della Repubblica.



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