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Danno da perdita di chance: a quali lavoratori spetta?

3 Marzo 2022 | Autore:
Danno da perdita di chance: a quali lavoratori spetta?

A quali categorie di dipendenti non assunti, non promossi o licenziati viene riconosciuto il risarcimento? Come viene liquidato e a quanto ammonta?

A volte, le opportunità mancate non sono del tutto perdute. Anche nel mondo del lavoro è possibile recuperarle, a determinate condizioni. Chi perde occasioni di carriera o di crescita professionale a causa di un comportamento illecito del suo datore di lavoro ha diritto al risarcimento del danno da perdita di chance.

L’art. 4 della Costituzione italiana intende il lavoro sia come un diritto sia come un dovere, in quanto l’attività lavorativa è un modo di espressione della personalità e concorre al progresso materiale e spirituale della società. Da questa ampia concezione deriva la possibilità di ottenere il risarcimento non solo dei danni patrimoniali, ma anche di quelli morali.

A quali lavoratori spetta il danno da perdita di chance? In linea di principio a tutti, compresi quelli che ancora non sono diventati tali, come gli aspiranti esclusi illegittimamente da un concorso. Poi ci sono i non promossi, quando avevano diritto al posto superiore, ed anche quelli ingiustamente licenziati. Una recente pronuncia della Corte di Cassazione [1] ha affermato che il danno da perdita di chance spetta anche ai lavoratori con contratto a termine; così anche i dipendenti precari sono compresi nel novero degli aventi diritto al risarcimento.

Danno da perdita di chance: cos’è?

La chance è una buona probabilità di successo. Il danno da perdita di chance consiste nel venir meno di un’occasione favorevole, di un’aspettativa legittima a ottenere qualcosa.

Nel mondo del lavoro questo succede soprattutto quando c’è una mancata promozione ad una posizione alla quale si avrebbe diritto, l’impedimento a ricoprire un incarico di maggior prestigio e con funzioni più ampie o, peggio ancora, quando si è colpiti da un licenziamento ingiustificato. In tutti questi casi, il vantaggio sperato sfuma e diventa improvvisamente precluso. Chi aveva confidato nel suo realizzarsi subisce il danno da perdita di chance.

La stessa situazione può verificarsi in caso di mancata ammissione ad un concorso (pubblico o privato), che evidentemente pregiudica l’aspirante e gli impedisce l’ottenimento di quel posto di lavoro.

Risarcimento danno da perdita di chance

Siccome nel danno da perdita di chance si ragiona in termini di possibilità, e non di certezze, per quantificare l’ammontare del risarcimento bisogna fare un calcolo a posteriori sulla ragionevole probabilità che l’evento auspicato aveva di realizzarsi, se non si fosse interposto il fattore che lo ha impedito.

Abbiamo visto che la chance perduta è ancorata a una speranza legittima, ragionevole e concreta, non meramente ipotetica o campata in aria (se sono il fattorino dell’azienda, non posso lamentarmi di essere stato estromesso dalla partecipazione al concorso per direttore generale: un incarico che richiede titoli e competenze che non possiedo).

Ecco allora che il risarcimento del danno da perdita di chance viene riconosciuto solo se il danneggiato riesce a provare che senza l’ingiustizia subita (il licenziamento, la mancata promozione, ecc.) avrebbe con ogni probabilità conseguito l’obiettivo. Dunque, per farsi risarcire dal datore di lavoro il danneggiato deve dimostrare che, se non vi fosse stato quel comportamento illecito:

  • avrebbe ottenuto i relativi vantaggi economici o avrebbe mantenuto quelli già acquisiti (come la retribuzione, in caso di licenziamento);
  • non avrebbe riportato altre conseguenze pregiudizievoli (ad esempio, un danno alla salute o un danno morale).

Pertanto, il danno da perdita di chance, per essere risarcibile, deve sempre risultare come conseguenza immediata e diretta del fatto illecito e ogni tipologia di danno deve essere provata nella sua insorgenza e consistenza.

Danno da perdita di chance: spetta ai lavoratori precari?

Nel comparto del pubblico impiego non è prevista la conversione automatica del rapporto di lavoro a termine in un contratto a tempo indeterminato: per la stabilizzazione definitiva occorre partecipare a un concorso, nel quale eventualmente i periodi di servizio già espletati attribuiscono un punteggio maggiore. Nel privato, invece, le norme sono fissate dalla contrattazione collettiva nazionale e di categoria per ciascun settore (ad esempio, per la durata e le condizioni dell’apprendistato).

La tutela risarcitoria dei lavoratori per il danno da perdita di chance è soggetta a un regime probatorio agevolato, in quanto la prova del pregiudizio può essere raggiunta anche sulla base di presunzioni, come quelle che dimostrano la perdita di altre occasioni di lavoro. Perciò – come ha affermato la Corte di Cassazione [1] – anche il lavoratore precario, che era stato assunto con contratto a termine, può essere risarcito per perdita di chance, quando emerge l’impossibilità di trovare un altro impiego stabile e, ovviamente, sempre che il termine finale di durata del rapporto sia illegittimo.

La Suprema Corte in proposito ha affermato: «atteso che il pregiudizio sofferto dal lavoratore, in base al diritto eurocomunitario, è soggetto a un onere probatorio agevolato tale da essere assolto sulla base di mere presunzioni, deve considerarsi normalmente correlato alla perdita di chance di altre occasioni di lavoro stabile (e non alla mancata conversione del rapporto, esclusa per legge con norma conforme sia ai parametri costituzionali che a quelli comunitari) e derivandone, appunto per l’impossibilità di identificare il pregiudizio del dipendente pubblico nella perdita del posto, l’incongruità del parametro di cui all’art. 18 L.300/1970, il parametro per la quantificazione del medesimo va individuato nell’art. 32, comma 5, L. 183/2010, disposizione espressamente riferita al risarcimento del danno in caso di illegittima apposizione del termine».

La norma richiamata attribuisce un’indennità risarcitoria commisurata all’ultima retribuzione globale percepita dal lavoratore, tra un minimo di 2,5 e un massimo di 12 mensilità, ferma restando la possibilità di risarcimento degli ulteriori danni non patrimoniali derivati dalla perdita di chance [2].

Approfondimenti


note

[1] Cass. ord. n. 6493/2022.

[2] Cass. sent. n. 5072/2016.


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