Diritto e Fisco | Articoli

Addio tasse in Italia: ecco come

3 Marzo 2022
Addio tasse in Italia: ecco come

Trasferimento all’estero: dove pagare le tasse? Per non pagare le tasse in Italia non basta trasferire la propria residenza all’estero.

A pagare le tasse in Italia non è chi ha la cittadinanza italiana ma chi ha, nel nostro Paese, la cosiddetta residenza fiscale. Si può essere fiscalmente residenti in Italia anche senza avere la cittadinanza italiana. Così come un cittadino italiano potrebbe non essere tenuto a pagare le imposte nel nostro Paese allo stesso modo uno straniero potrebbe dover pagare le tasse in Italia nonostante abbia nazionalità estera.

È quindi sbagliato ritenere che solo trasferendo la propria residenza all’estero non si pagano le imposte al nostro Erario. Di qui la domanda: come dire addio alle tasse in Italia? 

Ci sono alcuni concetti piuttosto semplici che bisogna conoscere.

Quando si è fiscalmente residenti in Italia

Sono considerati “fiscalmente residenti” in Italia, e pertanto soggetti a pagare le tasse al nostro Paese coloro che, per la maggior parte del periodo di imposta, sono iscritti nelle anagrafi della popolazione residente o hanno nel territorio dello Stato il domicilio o la residenza ai sensi del Codice civile. 

Detto in termini più schematici, è necessario che, per almeno 183 giorni anche non consecutivi dell’anno solare (o 184 negli anni bisestili), ricorra in capo al contribuente anche una sola delle seguenti condizioni:

  • avere in Italia la residenza, anche se si soggiorna per gran parte del periodo d’imposta all’estero;
  • avere in Italia, pur con la residenza all’estero, il domicilio (ossia la sede principale dei propri affari e interessi, anche morali e sociali) oppure la dimora abituale (ossia il luogo nel quale normalmente si vive per gran parte dell’anno).

L’iscrizione all’Aire

Da quanto visto è chiaro che basta il semplice dato formale della residenza in un qualsiasi Comune italiano per essere soggetti all’imposta italiana sui redditi (Irpef). Sono quindi del tutto inutili le prove fornite dal contribuente di vivere di fatto all’estero. In tal caso, dunque, l’Agenzia delle Entrate può chiedere il versamento delle imposte dovute per tutto l’anno. 

Solo spostando la propria residenza all’estero, per almeno 183 giorni anche non consecutivi all’anno (o 184 negli anni bisestili), si può sperare di non pagare le tasse in Italia. E non solo: è necessaria anche l’iscrizione all’Aire, ossia l’Anagrafe degli italiani residenti all’estero [1]. 

È logico quindi dedurre – come chiarito dalla Cassazione [1] – che «le persone iscritte nelle anagrafi della popolazione residente si considerano in ogni caso residenti» in Italia, e quindi «soggetti passivi d’imposta in Italia». Ciò perché «l’iscrizione anagrafica è preclusiva di ogni ulteriore accertamento» e «il trasferimento della residenza all’estero non rileva fino a quando non risulta la cancellazione dall’anagrafe del Comune italiano».

Proprio applicando questi principi, è evidente la plausibilità della pretesa avanzata dal Fisco nei confronti del contribuente italiano ancora non iscritto all’Anagrafe dei residenti italiani all’estero.

Ecco come dire addio alle tasse italiane

Possiamo quindi tracciare una sintesi di quanto abbiamo appena detto con la precisazione che il fisco ragiona in termini di annualità d’imposta. Se il contribuente è residente in Italia per 183 giorni in un anno (o 184 negli anni bisestili) dovrà sempre pagare le tasse allo Stato italiano indipendentemente da dove abbia soggiornato.

Il contribuente non residente in Italia per almeno 183 giorni in un anno (o 184) che non voglia pagare le tasse italiane deve fare un ulteriore sforzo. Atteso infatti che la residenza è un dato formale, che potrebbe anche essere alterato per ottenere un beneficio fiscale, è necessario compiere due ulteriori adempimenti:

  • iscriversi all’Aire: a tal fine, è sufficiente una dichiarazione scritta depositata al Consolato a cui bisognerà fornire la prova dell’effettiva residenza straniera (una carta d’identità rilasciata da quello Stato estero, le bollette di luce e gas della casa dove sarai andato a vivere, un contratto di lavoro). In conseguenza di ciò, si viene cancellati dagli elenchi della popolazione residente in Italia (e si perderà anche il diritto all’assistenza sanitaria, salvo che per le urgenze);
  • spostare il proprio domicilio o la dimora abituale all’estero per almeno 183 (o 184) giorni anche non consecutivi. 

Non basta, quindi, un certificato per cavarsela. Quella dell’Aire è una presunzione di residenza estera, ma può cadere con la controprova: il Fisco può scovare elementi di segno contrario per dimostrare che in realtà sei rimasto qui. E se ci riesce vince lui e ti fa pagare le tasse in Italia come se non ti fossi mai trasferito. Per ulteriori informazioni leggi “Residenza estera: come si dimostra?“.

Approfondimenti 

Per maggiori approfondimenti leggi:


note

[1] Cass. sent. n. 1355/2022.

Autore immagine: depositphotos.com

Cass. civ., sez. VI – T, ord., 18 gennaio 2022, n. 1355

Presidente Greco – Relatore Crolla

Rilevato che:

1. G.E.R.M. impugnava davanti alla Commissione Tributaria Provinciale di Torino quattro avvisi di accertamento relativi agli anni di imposta 2007-2010 ed un atto di contestazione con l’Ufficio, accertando l’esistenza di attività finanziarie non dichiarate presso paesi a fiscalità privilegiata, recuperava a tassazione la maggiore imposta Irpef ed irrogava le sanzioni di legge.

2. La Commissione Tributaria Provinciale rigettava il ricorso.

3. La sentenza veniva impugnata dal contribuente e la Commissione Tributaria Regionale del Piemonte accoglieva parzialmente l’appello annullando gli accertamenti 2008, 2009 e 2010 e rideterminando le sanzioni in Euro 81.866,00. I giudici di seconde cure rilevavano: a) che il G. aveva provato, superando le contrarie risultanze formali, di essere residente in (omissis) con la conseguente invalidità delle contestazioni relative agli anni 2008, 2009 e 2010; b) che la sanzione poteva essere contenuta nella misura poco superiore al minimo edittale.

4. Avverso la sentenza della CTR l’Agenzia delle Entrate ha proposto ricorso per Cassazione sulla base due motivi. Il contribuente si è costituito depositando controricorso.

5 Sulla proposta avanzata dal relatore ai sensi del novellato art. 380 bis c.p.c. risulta regolarmente costituito il contraddittorio. Il contribuente ha depositato memoria illustrativa.

Considerato che:

1.Con il primo motivo l’Amministrazione Finanziaria denuncia violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 917 del 1986, art. 2, comma 2 e dell’art. 2700 c.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3); si sostiene che la CTR ha errato nel non riconoscere la soggettività fiscale italiana sino al 2011, anno di iscrizione all’AIRE, e contestuale cancellazione della popolazione residente nel Comune di Torino.

1.1. Con il secondo motivo viene dedotta la violazione e falsa applicazione del D.L. n. 167 del 1990, art. 5, comma 2 e D.Lgs. n. 472 del 1997, art. 7, comma 4 in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 per aver l’impugnata sentenza calcolato la sanzione sull’imposta evasa anziché sull’attività non dichiarata.

2. Il primo motivo è fondato

2.1 Il D.Lgs. n. 917 del 1986, art. 2, comma 2 stabilisce che “Ai fini delle imposte sui redditi si considerano residenti le persone che per la maggior parte del periodo di imposta sono iscritte nelle anagrafi della popolazione residente o hanno nel territorio dello Stato il domicilio o la residenza ai sensi del codice civile”.

2.2 Vengono, quindi, individuati, perché sussista la residenza fiscale nello Stato, tre presupposti, indicati in via del tutto alternativa come si desume dall’utilizzo della congiunzione “o”: il primo, formale, rappresentato dall’iscrizione nelle anagrafi delle popolazioni residenti, gli altri due, di fatto, costituiti dalla residenza o dal domicilio nello Stato ai sensi del codice civile.

2.3 Secondo la giurisprudenza di questa Corte, dalla quale non vi è motivo di discostarsi, le persone iscritte nelle anagrafi della popolazione residente si considerano, in applicazione del criterio formale dettato dal D.P.R. n. 917 del 1986, art. 2, in ogni caso residenti, e, pertanto, soggetti passivi d’imposta, in Italia; con la conseguenza che, ai fini predetti, essendo l’iscrizione indicata preclusiva di ogni ulteriore accertamento, il trasferimento della residenza all’Estero non rileva fino a quando non risulti la cancellazione dall’anagrafe di un Comune italiano (cfr. Cass. 677/15, 14434/10, 9319/06, 21970/2015 e 16634/2018).

3 Il secondo motivo è infondato.

3.1 Il D.L. n. 167 del 1990, art. 4, comma 1 stabilisce che “Le persone fisiche, gli enti non commerciali e le società semplici ed equiparate ai sensi del testo unico delle imposte sui redditi, di cui al D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, art. 5 residenti in Italia che, nel periodo d’imposta, detengono investimenti all’estero ovvero attività estere di natura finanziaria, suscettibili di produrre redditi imponibili in Italia, devono indicarli nella dichiarazione annuale dei redditi. Sono altresì tenuti agli obblighi di dichiarazione i soggetti indicati nel precedente periodo che, pur non essendo possessori diretti degli investimenti esteri e delle attività estere di natura finanziaria, siano titolari effettivi dell’investimento secondo quanto previsto dall’art. 1, comma 2, lett. u), e dall’allegato tecnico del D.Lgs. 21 novembre 2007, n. 231″. Ai sensi del successivo art. 5, comma 2″ La violazione dell’obbligo di dichiarazione previsto nell’art. 4, comma 1, è punita con la sanzione amministrativa pecuniaria dal 3 al 15 per cento dell’ammontare degli importi non dichiarati. La violazione di cui al periodo precedente relativa alla detenzione di investimenti all’estero ovvero di attività estere di natura finanziaria negli Stati o territori a regime fiscale privilegiato di cui al decreto del Ministro delle finanze 4 maggio 1999, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 107 del 10 maggio 1999, e al decreto del Ministro dell’economia e delle finanze 21 novembre 2001, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 273 del 23 novembre 2001, è punita con la sanzione amministrativa pecuniaria dal 6 al 30 per cento dell’ammontare degli importi non dichiarati. Nel caso in cui la dichiarazione prevista dall’art. 4, comma 1, sia presentata entro novanta giorni dal termine, si applica la sanzione di Euro 258”.

3.2 Orbene, contrariamente a quanto opinato dall’Agenzia delle Entrate, la CTR non ha calcolato la sanzione sul quantum dell’imposta ma sui “depositi non dichiarati”, limitatamente agli anni 2005-2007 operando, sulla scorta di un accertamento in punto di fatto non sindacabile in questa sede se non per vizio motivazionale, la diminuzione D.Lgs. n. 472 del 1997, ex art. 7, comma 4.

3.3 Con il motivo di ricorso incidentale il contribuente lamenta la violazione del D.Lgs. n. 472 del 1997, art. 12 in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 per non avere la CTR dedotto il pagamento della sanzione di Euro 13.473,00 irrogata con un autonomo atto di contestazione

3.4 Il motivo è infondato in quanto, ai sensi del D.Lgs. n. 472 del 1997, art. 12, comma 6 “il concorso e la continuazione sono interrotti dalla contestazione della violazione”.

3.5 È ciò che si è verificato nella fattispecie in esame, avendo l’impugnata contestazione relativa agli anni 2008-2010 interrotto la continuazione con la violazione relativa all’anno 2004 oggetto di distinta contestazione.

3.6 In accoglimento del primo motivo del ricorso l’impugnata sentenza va cassata con rinvio alla CTR in diversa composizione anche in ordine alla regolamentazione delle spese del presente giudizio.

P.Q.M.

La Corte:

accoglie il primo motivo del ricorso, rigettato il secondo motivo e il ricorso incidentale, cassa l’impugnata sentenza, in relazione al motivo accolto, e rinvia alla Commissione Tributaria regionale del Piemonte in diversa composizione anche per la regolamentazione delle spese del presente giudizio.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente incidentale dell’ulteriore importo pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis se dovuto.


Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non hanno ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema (max 1000 caratteri). Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA

Canale video Questa è La Legge

Segui il nostro direttore su Youtube