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La crisi di democrazia in Italia e il ritorno all’uomo forte

3 Marzo 2022
La crisi di democrazia in Italia e il ritorno all’uomo forte

Perché in Italia e nel resto del mondo la democrazia è in crisi? L’accentramento di potere nelle mani di un solo uomo è davvero la soluzione?

Premesso che l’articolo 139 della nostra Costituzione stabilisce che la forma repubblicana dello Stato non può mai essere soggetta a modifica, per cui mai potrebbe intervenire una legge di revisione costituzionale che stabilisca una forma di governo diversa da quella che abbiamo, bisognerebbe tuttavia chiedersi perché molte persone invocano l’arrivo di un «uomo forte», quando non proprio un «dittatore», a rimettere le cose a posto e in ordine.

In realtà, si tratta di un desiderio del tutto naturale se non addirittura scontato. È un processo che potremmo definire l’entropia della democrazia, una sorta di ascesa e declino delle libertà.

Ci spieghiamo meglio e vediamo in che limiti può essere concepita la dittatura in Italia.

Leo Longanesi disse «Soltanto sotto una dittatura riesco a credere nella democrazia» in tal modo ben descrivendo l’attuale stallo. La maggioranza è vero non è indice di saggezza. Socrate venne condannato a morte con un voto di maggioranza. Platone preferiva il governo dei saggi, la “sofocrazia”. Aristotele temeva la degenerazione in oclocrazia (tirannide delle masse). 

Oggi, la sopravvivenza della democrazia liberale è messa in dubbio dal trasferimento di decisioni a livello sovranazionale (ad esempio le Nazioni Unite, l’Unione Europea, la Nato); dall’aumento delle diseguaglianze; dalla corruzione di chi detiene il potere. E, non in ultimo – si sostiene – dalla debolezza dei partiti politici, venuti meno al loro compito principale: portare persone capaci alla guida della Repubblica. Ma anche il populismo è un attacco alla democrazia. E dietro il populismo c’è sempre una persona che se ne vuole approfittare per aumentare il proprio potere.

Il potere è, per natura, tendenzialmente espansivo. Chi ha potere ne vuole ancora. E il concetto di potere si lega quasi sempre all’abuso. Conosciamo questo pericolo dai libri di storia. E difatti siamo soliti ripetere che la libertà non è mai conquistata: essa va difesa costantemente. I latini avevano sintetizzato questo concetto con il motto «se vuoi la pace, preparati alla guerra», si vis pacem para bellum. Una guerra non è mai l’ultima se non per chi vi è morto.

Abbiamo meno dimestichezza con un altro pericolo, di segno opposto: quello per cui nemmeno la libertà e la democrazia si sottraggono alla legge dell’entropia, e ogni trasformazione in termini di diffusione del potere si accompagna a un aumento del disordine-caos.

Quanto più le civiltà diventano complesse e si moltiplicano le connessioni fra gli esseri umani, tanto più è difficile governare. Il sistema rischia di implodere. Lo notiamo da una semplice considerazione: gli Stati dove i regimi si sono diffusi più facilmente sono stati quelli estesi, proprio per la necessità di controllare il territorio. E anche se gli Stati Uniti potrebbero apparirci un’eccezione, non è così: lì la polizia ha un ampio potere e possiamo dire che il controllo avviene proprio attraverso l’ampio esercizio della forza che viene riconosciuto al singolo. 

Ebbene, più diventa complesso un sistema sociale, più questo è esposto alla crescita del disordine. E se questo disordine supera una certa soglia, essa offre un pretesto per invocare il ritorno a una maggiore concentrazione del potere. E a invocarla non è solo il potere esistente (che come detto è, per sua natura, espansivo) ma anche gli stessi cittadini. Le dittature hanno spesso un forte sostegno della massa. 

Quando il disordine cresce (o anche quando viene enfatizzato al di là della sua reale entità, magari per fini politici) la richiesta di una maggiore autorità che rimetta ordine è un’aspirazione naturale.

E a chi obietta che il rafforzamento del potere è sempre preoccupante, subito si risponde che non c’è alcun pericolo se ad essere rafforzato è un organo eletto dal popolo. 

In realtà, questa è una distorsione logica, perché la garanzia contro gli abusi del potere non è data dal fatto che questo sia “elettivo”, cioè scelto dagli elettori, ma sta nei limiti che ad esso sono apposti. Quando aumenta il caos democratico, il rimedio non è aumentare il potere-ordine bensì far crescere il senso di responsabilità delle persone e quindi l’armonia. In pratica, la soluzione non sta al vertice ma alla base. E se la base è troppo ignorante per comprendere, bisogna raddoppiare gli sforzi attraverso la formazione. 

La democrazia – si sente dire spesso – è a un bivio, sta conoscendo una forte crisi perché ha mal gestito l’evoluzione della società. I cittadini sono scontenti, preoccupati di perdere lavoro e identità a causa di globalizzazione e cambio tecnologico. Si tratta delle tipiche crisi delle società, che sono cicliche e funzionali alla loro crescita, ma che non per questo devono implodere o tornare a sistemi primitivi; al contrario, devono evolversi verso forme ancora più avanzate. Chi mai, se lavora con un sistema operativo non più in grado di gestire la mole di dati, e pertanto rallentato, preferisce tornare a quello precedente piuttosto che fare l’upgrade dell’intera macchina? Insomma, se questa democrazia non va bene non è perché va sostituita con il modello anteriore – il regime – ma perché va aggiornata al nuovo modello di società, ancora più complesso, più caotico. Non è accentrando i poteri su un solo soggetto che si risolve il problema, pena il ritorno a un’epoca di guerre e di abusi. 

 



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