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Articolo 94 Costituzione: spiegazione e commento

8 Marzo 2022
Articolo 94 Costituzione: spiegazione e commento

Cosa dice e cosa significa l’articolo 94 della Costituzione sul rapporto di fiducia tra Governo e Parlamento nel sistema di bicameralismo perfetto.

Il Governo deve avere la fiducia delle due Camere.

Ciascuna Camera accorda o revoca la fiducia mediante mozione motivata e votata per appello nominale.

Entro dieci giorni dalla sua formazione il Governo si presenta alle Camere per ottenerne la fiducia.

Il voto contrario di una o d’entrambe le Camere su una proposta del Governo non importa obbligo di dimissioni.

La mozione di sfiducia deve essere firmata da almeno un decimo dei componenti della Camera e non può essere messa in discussione prima di tre giorni dalla sua presentazione.

Avanti con fiducia

Il primo principio espresso dall’articolo 94 della Costituzione è che il Governo non può lavorare solo «sulla parola»: è necessario che ciascuna Camera esprima il proprio voto di fiducia all’Esecutivo e al programma che intende attuare. La norma, però, dice chiaramente che occorre la fiducia delle due Camere e questo ci fa capire almeno due cose.

Innanzitutto, la Costituzione ribadisce in questo modo la centralità del Parlamento come organo in cui risiede la sovranità popolare. In pratica, la fiducia concessa o rifiutata dalla Camera e dal Senato al Governo è la fiducia concessa o rifiutata dai cittadini che, in quelle Aule, hanno i loro rappresentanti legittimamente eletti.

In secondo luogo, viene ribadita ancora una volta l’autonomia di ciascuna Camera nell’ambito del bicameralismo perfetto sancito dall’articolo 55 della Costituzione. Deputati da una parte e senatori dall’altra, possono avere una visione univoca o discordante sulla fiducia da accordare al Governo. Per capisci meglio: a Montecitorio ci può essere un voto favorevole mentre a Palazzo Madama si può negare il consenso all’Esecutivo, o viceversa.

Ma in che cosa consiste la fiducia al Governo? Si tratta di un gesto con cui il Parlamento approva il progetto politico presentato dal premier e garantisce, in partenza oppure ogni volta che viene richiesta questa verifica, la maggioranza necessaria ad approvare i provvedimenti che via via verranno presentati nelle Commissioni e nelle Assemblee. In questo modo, la fiducia crea un rapporto politico tra Parlamento e Governo. Il voto in Aula è nominale, cioè viene espresso da ciascun parlamentare in modo palese affinché ogni deputato e ogni senatore si assuma la responsabilità della fiducia accordata.

Quando si vota la fiducia al Governo?

Il Governo ha bisogno della fiducia di ciascuna Camera per iniziare a fare il proprio lavoro. A tal fine, e come stabilisce l’articolo 94 della Costituzione, entro dieci giorni dalla sua formazione, l’Esecutivo deve presentarsi in entrambi i rami del Parlamento per sottoporsi al voto dei parlamentari.

Tuttavia, la fiducia potrebbe non durare per tutta la legislatura. Strada facendo, infatti, se l’operato del Governo non convince una parte dei parlamentari, è possibile presentare una mozione di sfiducia in una o in entrambe le Camere per verificare se l’Esecutivo ha ancora una maggioranza che gli consenta di andare avanti con il suo programma. La mozione, però, deve essere firmata – secondo questa norma della Costituzione – da almeno un decimo dei componenti della Camera in cui la si vuole sottoporre al voto e deve essere discussa non prima di tre giorni dalla data in cui è stata presentata.

Altre volte, è il Governo a chiedere la fiducia del Parlamento ma su questioni puntuali. Di norma, il voto di fiducia viene sollecitato per avere la certezza sull’approvazione di un provvedimento. Come a dire: se sono sicuro di avere una maggioranza sia alla Camera sia al Senato, vi chiedo di approvare un testo sulla fiducia. Un modo per «forzare la macchina» e ottenere il consenso su qualche materia delicata.

Che succede se il Governo non ottiene la fiducia?

A scanso di equivoci, l’articolo 94 della Costituzione precisa le conseguenze di un eventuale voto contrario alla fiducia. Certo, il Governo deve prendere atto che c’è qualcosa che non va nel suo rapporto istituzionale con il Parlamento, non può fare finta di niente. E deve cercare, per quel che gli compete, una soluzione per sbloccare l’ingranaggio inceppato.

Di fronte a tale situazione, il presidente del Consiglio ha due possibilità: la prima, cercare di correggere il tiro e di presentare nelle Camere le modifiche opportune al suo programma al fine di ottenere i consensi necessari a proseguire l’attuazione del suo programma. Cosa, per la verità, più unica che rara.

Nella maggior parte dei casi, quando capisce che il Parlamento non ha intenzione di appoggiare il suo lavoro, il premier si reca al Quirinale per informare il presidente della Repubblica della mancata fiducia e per rimettere il mandato nelle sue mani, aprendo di fatto una crisi di Governo. Non è detto che il Capo dello Stato sciolga le Camere e convochi elezioni oppure sostituisca il presidente del Consiglio: sicuramente, sentirà i presidenti di Senato e di Camera, gli ex presidenti della Repubblica e le varie forze politiche al fine di trovare una soluzione. Come già successo nel 2019, quando Matteo Salvini aprì la crisi negando la fiducia al primo Governo Conte, può succedere che il Quirinale chieda al premier dimissionario di tornare sui suoi passi, di modificare la composizione dell’Esecutivo e di elaborare un nuovo programma per poter contare su una nuova maggioranza.

La sfiducia può interessare sia l’intero Governo, come nell’ipotesi appena spiegata, sia un singolo ministro. A tal proposito, la Corte Costituzionale ha ribadito sia la responsabilità collegiale dei ministri (quella, cioè, che si assume insieme ai colleghi sull’operato dell’Esecutivo) sia la loro responsabilità individuale per il lavoro che svolge in capo al loro dicastero. Responsabilità sempre politica, sostiene la Consulta, che comporta un rapporto di fiducia.

In fin dei conti, la Consulta ritiene legittima la possibilità di sfiduciare un solo ministro che si discosti dalla linea politica del Governo, in modo da evitare il rischio di crisi istituzionale ogni volta che il Parlamento vuole contestare l’operato del singolo.



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