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Cartomanzia: come difendersi dalle truffe

4 Marzo 2022
Cartomanzia: come difendersi dalle truffe

Esoterismo, astrologia e persone sensitive: quando è illegale e quando è possibile denunciare per ottenere la restituzione dei soldi. 

«Cartomante, astrologo e sensitivo» e magari anche «esperto in problemi d’amore», che sostiene di non avere «interessi di natura economica», ma di voler «aiutare chi ha realmente bisogno». Quante volte abbiamo letto annunci di questo tipo (anche su Google) e quante altre chi si è affidato a tali servizi si è trovato a dover pagare cifre spropositate per ottenere solo un conforto morale. La condanna arriva dai giudici della Cassazione che avvertono: “non fatevi abbindolare” e, così facendo, spiegano indirettamente come difendersi dalle truffe della cartomanzia. Una difesa che può essere sia di tipo penale che civile. La prima si sostanzia in una querela nei confronti del sedicente mago, la seconda nella richiesta di rimborso delle somme spese e dell’eventuale risarcimento del danno. Ne parleremo qui di seguito.

Ma quanto credere nella cartomanzia? Chiaramente i giudici non entrano nell’esoterismo, come non entrano nei misteri della religione: non danno cioè spiegazioni giuridiche o scientifiche del perché i tarocchi non sono attendibili, ma giudicano i comportamenti di chi si approfitta della credulità popolare. E dicono: da un lato è vero che ciascuno è libero di spendere i soldi per come vuole; ed è anche innegabile che le generazioni odierne siano meno ignoranti di quelle di un tempo, per cui anche il consulto del sensitivo può valere come semplice conforto di chi si sente solo, abbandonato da una società spesso fredda e indifferente. Ma è anche vero che tutt’ora è reato approfittare delle persone indifese, bisognose e – non ce ne vogliano – credulone. 

Non dimentichiamo che, ai sensi dell’articolo 121 del Testo Unico delle Leggi di Pubblica sicurezza, è ancora vietato il “mestiere” – se così può essere definito – di “ciarlatano”. 

E non è tutto. L’articolo 661 del Codice penale punisce l’abuso della credulità popolare che ad oggi costituisce ancora reato, pure quando realizzato a titolo gratuito. La norma infatti dispone che «Chiunque, pubblicamente, cerca con qualsiasi impostura, anche gratuitamente, di abusare della credulità popolare è punito, se dal fatto può derivare un turbamento dell’ordine pubblico, con l’arresto fino a tre mesi o con l’ammenda fino a euro 1.032».

C’è poi il delitto di truffa. Come chiarito dalla Cassazione di recente [1], il sedicente mago che convince la cliente a pagare per alcuni riti può essere querelato per truffa, reato ancor più grave di quello dell’abuso della credulità popolare. Stando così le cose, non è vero che chi crede nella cartomanzia lo fa a proprio rischio e pericolo: perché, se è stato frodato e indotto a pagare cifre elevate (diverse migliaia di euro) a fronte di vantaggi inesistenti, non solo può chiedere i soldi indietro e il risarcimento del danno ma può anche pretendere la condanna penale del sensitivo. Certo, non parliamo dei 5 euro della cartomante per strada, per i quali forse non vale neanche la pena passare dalla polizia per sporgere querela (peraltro la giurisprudenza ha detto che non è possibile intentare cause per somme irrisorie). Tant’è vero che il Consiglio di Stato, in una nota sentenza [2], aveva distinto tra cartomanti “buoni” e “cartomanti cattivi”. I primi sono quelli che si collocano sulle strade coi banchetti e chiedono pochi soldi in cambio di un consiglio. La “magia” – se così vogliamo chiamarla – è «idonea a rispondere ad una esigenza, per quanto illusoria ed opinabile, meritevole di soddisfacimento e, in quanto tale, suscettibile di generare, in termini mercantili, una corrispondente “domanda”. Tale può essere, appunto, quella di chi cerchi l’alleviamento dei suoi dubbi esistenziali o la rassicurazione delle sue certezze nei “segni” ricavabili, attraverso la mediazione del cartomante, dalla lettura ed interpretazione delle “carte”».

Ma c’è anche la condotta fraudolenta e rivolta a un illecito ed esagerato arricchimento rispetto alla prestazione fornita. Ed è proprio qui che si gioca la partita della legalità: quando non c’è proporzione tra il servizio offerto (il consiglio) e il denaro pagato, allora si può parlare di truffa. 

Secondo la Suprema Corte, va catalogata come truffaldina la condotta di chi convince il cliente di potere bloccare con dei precisi “riti magici”, ricompensati con denaro, i presunti pericoli che incombono su di lui. 

Impossibile invece parlare di «abuso della credulità popolare», il cui elemento costitutivo e differenziale «si individua nel turbamento dell’ordine pubblico e nell’azione rivolta nei confronti di un numero indeterminato di persone». Inequivocabile, quindi, il comportamento tenuto dall’uomo sotto processo, il quale non ha effettuato «comunicazioni nei confronti di un numero indeterminato di soggetti», ma ha fatto riferimento ai presunti «specifici pericoli» – incluso il rischio di morte – per la cliente, così convinta a «versargli somme di denaro» in cambio di riti destinati, secondo il sedicente mago, a proteggerla e a porla in salvo. Per quanto concerne, infine, la quantificazione dei danni provocati dal comportamento del sedicente mago, è sufficiente, spiegano i giudici, il riferimento alle «attendibili dichiarazioni della persona offesa circa gli importi da lei versati in favore dell’uomo».


note

[1] Cass. sent. n. 7513/2022.

[2] Cons. Stato sent. n. 4189/20 del 1.07.2020.

Cass. pen., sez. II, ud. 14 gennaio 2022 (dep. 2 marzo 2022), n. 7513

Presidente Verga – Relatore Pardo

Considerato in diritto

2.1 Tutti i motivi sono manifestamente infondati, oltre che reiterativi di questioni già devolute all’analisi della corte di appello ed il ricorso, pertanto, deve essere dichiarato inammissibile.

Quanto al primo motivo, secondo l’orientamento di questa Corte di cassazione, integra il delitto di cui all’art. 640 c.p., comma 2, n. 2 e non la fattispecie di abuso della credulità popolare – depenalizzata dal D.Lgs. 15 gennaio 2016, n. 8 -, il cui elemento costitutivo e differenziale si individua nel turbamento dell’ordine pubblico e nell’azione rivolta nei confronti di un numero indeterminato di persone, il comportamento di colui che, sfruttando la fama di mago, chiromante, occultista o guaritore, ingeneri nelle persone offese la convinzione dell’esistenza di gravi pericoli gravanti su di esse o sui loro familiari e, facendo credere loro di poter scongiurare i prospettati pericoli con i rituali magici da lui praticati, le induca in errore, così procurandosi l’ingiusto profitto consistente nell’incameramento delle somme di denaro elargitegli con correlativo danno per le medesime (Sez. 2, n. 49519 del 29/11/2019, Rv. 278004 – 01). Correttamente, pertanto, nel caso in esame la corte di merito ha ritenuto di qualificare i fatti ex art. 640 c.p. avuto riguardo all’assenza di comunicazioni nei confronti di un numero indeterminato di soggetti ed ai specifici pericoli che il ricorrente aveva rappresentato alle persone offese che attenevano persino al rischio di morte, convincendo così la vittima a versare somme di denaro.

2.2 Quanto al secondo motivo, va ricordato come in tema di ammissione di nuove prove ai sensi dell’art. 507 c.p.p., le nuove prove, rispetto a quelle inizialmente richieste dalle parti, sono soggette ad una più penetrante e approfondita valutazione della loro pertinenza e rilevanza che è correlata alla più ampia conoscenza dei fatti di causa già acquisita da parte del giudice, pertanto l’omesso esercizio di tale potere-dovere può essere sindacato in sede di legittimità, ma in limiti più ristretti rispetto al potere di ammissione delle prove a richiesta di parte, richiedendosi una manifesta assoluta necessità della trascurata assunzione probatoria, emergente dal testo della sentenza impugnata (Sez. 4, n. 8083 del 08/11/2018, Rv. 275149 – 01). Nel caso in esame, la corte di appello, con le specifiche argomentazioni esposte a pagina 4 della sentenza impugnata ha proprio spiegato per quali molteplici ragioni ritenere non assolutamente decisiva la prova richiesta e tali valutazioni appaiono prive dei lamentati vizi in quanto non configuranti nè violazione di legge nè illogicità, tanto più manifesta.

Infine, anche l’ultimo motivo è manifestamente infondato posto che i giudici di merito hanno proceduto alla quantificazione dei danni in forza delle dichiarazioni ritenute attendibili della persona offesa circa gli importi versati in favore dell’imputato. Pertanto, il percorso argomentativo seguito dai giudici di merito appare conforme ai criteri dettati da questa Corte e secondo cui le dichiarazioni della persona offesa – cui non si applicano le regole dettate dall’art. 192 c.p.p., comma 3, – possono essere legittimamente poste da sole a fondamento dell’affermazione di penale responsabilità dell’imputato, previa verifica, più penetrante e rigorosa rispetto a quella cui vengono sottoposte le dichiarazioni di qualsiasi testimone e corredata da idonea motivazione, della credibilità soggettiva del dichiarante e dell’attendibilità intrinseca del suo racconto (Sez. 2, n. 43278 del 24/09/2015, Rv. 265104). Principio questo certamente valido anche in relazione alla determinazione del danno risarcibile e che determina la manifesta infondatezza del terzo motivo posto che il giudice di appello con valutazione conforme a quella di primo grado ha proprio sottolineato la particolare attendibilità della vittima.

In conclusione, l’impugnazione deve ritenersi manifestamente infondata; alla relativa declaratoria consegue, per il disposto dell’art. 616 c.p.p., la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali, nonché al versamento in favore della Cassa delle ammende di una somma che, ritenuti e valutati i profili di colpa emergenti dal ricorso, si determina equitativamente in Euro 3.000,00.

La richiesta di liquidazione delle spese avanzata dalla parte civile, mediante deposito di conclusioni e nota spese in cancelleria, deve essere respinta posto che alla data odierna si procede con l’udienza pubblica in presenza e la mancata partecipazione della parte civile non comporta il sorgere di competenze.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro tremila in favore della Cassa delle Ammende.

Sentenza a motivazione semplificata.


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