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Cosa si può fare durante i permessi legge 104?

6 Marzo 2022
Cosa si può fare durante i permessi legge 104?

Caregiver: quando il dipendente rischia il licenziamento per l’abuso dei permessi previsti dalla legge 104 del 1992.

Cosa si può fare durante i permessi legge 104? Con una recente sentenza [1] la Cassazione ha detto che è possibile sanzionare il dipendente che, fruitore della legge 104 per essere un caregiver, usa solo una piccola parte del permesso 104 per farsi i fatti suoi invece che per assistere il familiare disabile. E ciò anche se, a conti fatti, l’abuso riguarda meno di un quinto delle ore concesse dall’azienda al dipendente per fare l’assistenza. Un comportamento del genere è sì vietato, ma non può essere considerato tanto grave da determinare la perdita del posto di lavoro. Quindi, è legittima la sanzione purché non sia quella espulsiva.

Nel caso di specie, l’uomo era stato licenziato, ma il licenziamento è stato ritenuto invalido perché sproporzionato rispetto all’abuso commesso. La legge però prevede che, in questi casi, il datore sia costretto a pagare il risarcimento al lavoratore ma non a reintegrarlo sul posto. La reintegra infatti spetta solo quando si viene accusati di un comportamento mai commesso. Una magra consolazione dunque per l’uomo, rimasto così disoccupato e costretto ad accontentarsi del risarcimento e della Naspi.

La questione ha quindi riaperto l’eterno dubbio: cosa si può fare durante i permessi della legge 104? Cerchiamo di fare il punto della situazione.

Cosa si può fare durante i permessi 104?

Il problema di fondo è che la legge non lo dice espressamente. E forse questo è il principale limite della famosa “104”. È prevista solo l’assistenza al familiare disabile, assistenza che non deve per forza essere continuativa.

Questo significa che l’uso dei permessi 104 è compatibile con l’adempimento di piccole faccende quotidiane, come il fare la spesa, il pulire la casa: tutte quelle cose senza cui il ménage domestico non andrebbe avanti; è necessario che queste non assumano carattere “prevalente” rispetto al resto della giornata, ma siano semplici e rapidi intermezzi tra un momento di assistenza e l’altro.

In una storica pronuncia del 2016 [2], la Suprema Corte scrisse che la funzione primaria dei permessi 104 resta quella di prestare un aiuto e assistenza continuativa ai portatori di handicap e, nello stesso tempo, un sostegno economico integrativo alle famiglie il cui ruolo resta fondamentale nella cura e nell’assistenza dei soggetti portatori di handicap. Nello stesso tempo però – prosegue la pronuncia in questione – non si può negare la circostanza che tali permessi «vengono concessi per consentire al lavoratore, che con abnegazione dedica tutto il suo tempo al familiare handicappato, di ritagliare un breve spazio di tempo per provvedere ai propri bisogni ed esigenze personali. (…). Quel che è certo è che da nessuna parte della legge si evince che, nei casi di permesso, l’attività di assistenza dev’essere prestata proprio nelle ore in cui il lavoratore avrebbe dovuto svolgere la propria attività lavorativa. Anzi, tale interpretazione si deve escludere laddove si tenga presente che, per legge, l’unico presupposto per la concessione dei permessi è che il lavoratore assista il familiare handicappato con “continuità e in via esclusiva”, ma è del tutto evidente che tale locuzione non implica un’assistenza continuativa di 24 ore, per la semplice ragione che, durante le ore lavorative, il dipendente non può contemporaneamente assistere il parente. Dunque è sufficiente che tale assistenza sia prestata sì con modalità costanti, ma con flessibilità dovuta in base alle esigenze del lavoratore».

In sintesi, chi beneficia di uno o più giorni di permessi retribuiti dal lavoro ai sensi della legge 104 può dedicare una parte della giornata anche “ai propri affari” purché non snaturi la sostanza di tali permessi e non dimentichi totalmente il familiare invalido.

Non poche volte quindi la giurisprudenza ha fatto proprio il principio secondo cui, durante i permessi 104, si possono sbrigare le piccole faccende domestiche, gli adempimenti quotidiani (andare a prendere i figli a scuola), comprare le medicine (anche e a maggior ragione se per il disabile); è lecito tornare a casa per aprire la porta agli operai se ve ne dovesse essere la possibilità, ma non si possono usare i permessi per smaltire il lavoro di casa arretrato.

Cosa non si può fare durante i permessi 104?

Durante i permessi previsti dalla legge 104 non si può stare a casa propria, magari a riposarsi, ma si deve andare presso il disabile. Non è richiesto di dormire con lui, così come non è necessario rimanervi fino a mezzanotte, ossia fino al termine della giornata, anche se, non molto tempo fa, la Cassazione ritenne legittimo il licenziamento del dipendente sorpreso, in ora notturna, ma durante uno dei giorni di permesso, a partecipare a una serata in discoteca (leggi Durante i permessi della legge 104 non si può andare in discoteca).

Durante i giorni di permesso 104 non si possono svolgere attività ludiche (andare al bar con gli amici, fare un allenamento in palestra, fare una gita). Certo il giorno di permesso non è una prigionia: non si può impedire al caregiver di uscire di casa, magari per farsi quattro passi e prendere una boccata d’aria. Ma è legittimo ritenere che non vi sia alcun abuso se ciò avviene nei paraggi della casa del disabile e non dall’altro capo della città.

Il tempo dedicato alle attività extra, comunque, deve essere ridotto e non deve compromettere la qualità dell’assistenza: evidentemente, andare al mare o dedicarsi allo svago serale non rientra in questa logica. Come facilmente intuibile, i permessi non devono essere impiegati nemmeno per svolgere altre prestazioni lavorative.

Abuso permessi 104: quali rischi?

Chi abusa dei permessi 104 rischia una sanzione disciplinare che deve essere proporzionata all’entità dell’abuso: si va quindi dal richiamo verbale al licenziamento per giusta causa. Ma non è tutto: l’azienda potrebbe anche denunciare il dipendente che verrebbe incriminato per truffa ai danni dell’Inps atteso che la retribuzione, durante tali giornate, viene solo anticipata dal datore che poi, però, la recupera dall’Istituto nazionale di previdenza sociale.


note

[1] Cass. sent. n. 6796/22.

[2] Cass. sent. n. 54712/16.


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