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Recensioni negative: quando c’è diffamazione?

19 Marzo 2022
Recensioni negative: quando c’è diffamazione?

Su Google ho pubblicato una recensione negativa riguardante un’agenzia immobiliare, definendo il titolare cafone, presuntuoso, scostumato, specificando altresì che l’immobile che mi è stato fatto vedere è abusivo. Posso essere denunciato?

In linea di massima, recensioni e feedback negativi possono costituire il reato di diffamazione aggravata, se il commento lede la reputazione della persona offesa. Per perseguire questo delitto, la querela va sporta entro tre mesi da quando si è avuta conoscenza del fatto. Ciò non significa, tuttavia, che non si sia liberi di manifestare il proprio pensiero.

Secondo la giurisprudenza (Trib. Pistoia, sent. del 16.12.2015), non c’è alcun reato nell’esprimere considerazioni critiche sulla qualità dei servizi offerti.

In pratica, il diritto di critica, tutelato dalla Costituzione, quando si esercita nei confronti di un’attività, “dilata i suoi confini”; ciò perché colui che intraprende un’attività commerciale accetta implicitamente il rischio che la clientela non sia soddisfatta dei suoi servizi e che su di essa esprima, quindi, giudizi poco lusinghieri.

Dunque, tutte le volte in cui un soggetto si affaccia sul mercato si espone al rischio del giudizio impietoso dei propri clienti, con inevitabile affievolimento del proprio diritto a non veder criticate la propria attività.

Del resto, è lo stesso imprenditore che si avvantaggia di questa “regola economica” nel momento in cui, grazie al passaparola, la propria attività viene lodata.

I limiti al diritto di critica sono: l’esistenza del fatto criticato (in buona sostanza, la veridicità di ciò che si contesta) e la continenza verbale (ossia, l’utilizzo di una forma espressiva non inutilmente aggressiva o infamante). Entro questi limiti, i giudizi aspri o polemici sono legittimi e non costituiscono diffamazione.

La Cassazione (sent. n. 3148/19) ha accolto il ricorso contro una doppia condanna, incassata sia in primo sia in secondo grado, proposto da una persona accusata di aver offeso la reputazione della titolare di un’attività gastronomica, pubblicando sul profilo Facebook una guida satirica ai peggiori ristoranti della città e dintorni. Nel mirino era finito un signore accusato di vendere pasta a prezzi esorbitanti bluffando anche sul peso.

Così la sentenza da ultimo citata: «Le espressioni incriminate, inserite nel contesto in cui si sono sviluppate, concernono la critica ai prezzi praticati dalla gastronomia […] e al dubbio manifestato circa la rispondenza, in una specifica occasione, tra peso effettivo della merce e prezzo applicato […]. Sussiste un interesse pubblico derivante dal fatto che si parla di un esercizio commerciale aperto al pubblico. Il linguaggio, figurato e gergale, nonché i toni, aspri e polemici, utilizzati dall’agente sono funzionali alla critica perseguita, senza trasmodare nella immotivata aggressione ad hominem. Il requisito della continenza non può ritenersi superato per il solo fatto dell’utilizzo di termini che, pur avendo accezioni indubitabilmente offensive, hanno però anche significati di mero giudizio critico negativo del quale occorre tenere conto anche alla luce del contesto complessivo e del profilo soggettivo del dichiarante».

Insomma, la Corte ha ritenuto che la critica fosse pertinente e continente, che non attribuisse fatti falsi ma esprimesse semplicemente una valutazione soggettiva sul prezzo applicato.

In sintesi, una recensione critica che lede la reputazione può essere diffamatoria. Tuttavia, se la recensione è pertinente, rispetta il criterio della continenza e non attribuisce fatti determinati falsi e denigratori, sussiste il diritto di critica.

Nel caso esposto nel quesito nessuno mette in dubbio la veridicità dei fatti narrati; tuttavia, potrebbe difettare l’elemento della continenza che è richiesto per un corretto esercizio del diritto di critica. Il riferimento è soprattutto all’appellativo “cafone”, ripetuto due volte. Nel caso di specie, dunque, lo scrivente non sente di poter escludere con totale certezza che non possa trattarsi di diffamazione, almeno con riferimento al titolare dell’agenzia, cioè al soggetto cui ci si riferisce nella recensione, configurando così quell’ “aggressione ad hominem” di cui parla la Cassazione.

Peraltro, va anche ricordato che la veridicità dei fatti non è idonea, di per sé, a escludere la diffamazione, quando tali fatti sono accompagnati da commenti denigratori.

In alte parole, raccontare la verità (seppur negativa) su un fatto riguardante un soggetto senza l’aggiunta di alcun commento denigratorio, non configura diffamazione. Ciò significa che, se il feedback si fosse limitato ad esporre i fatti nudi e crudi (magari anche narrando dell’abusivismo di alcuni immobili), non si sarebbe commesso alcun tipo di reato.

Va anche detto che, in genere, alla pronta rimozione del commento non segue quasi mai un’azione giudiziaria, sia civile che penale, in quanto l’interesse principale della persona offesa è di evitare la diffusione del post potenzialmente diffamatorio.

Nella peggiore delle ipotesi, qualora fosse sporta querela e la Procura ritenesse di procedere (e, quindi, di non archiviare la notizia di reato), è sempre possibile convincere la vittima a rimettere la querela, magari offrendo una somma di danaro a titolo di risarcimento.

Inoltre, per fatti di lieve entità come quello in oggetto, è possibile ricorrere all’istituto della non punibilità per particolare tenuità del fatto (art. 131-bis c.p.): sia il Procuratore che il giudice potrebbero ritenere il fatto sussistere ma non meritevole di essere sanzionato.

Tirando le fila di quanto detto sinora, a sommesso parere dello scrivente si potrebbe profilare una responsabilità diffamatoria, anche se la qualificazione (penalmente rilevante o meno) del fatto è spesso rimessa alla sensibilità del magistrato che si occupa del caso.

Allo stesso tempo, però, bisogna aggiungere che la pronta rimozione (su richiesta dell’agenzia stessa) fa pensare alla volontà di non proseguire nelle sedi legali; inoltre, anche qualora la vicenda dovesse avere degli strascichi penali, sarebbe possibile evitare la condanna o addirittura il procedimento, come detto sopra.

Qualora si intendesse sapere se è stata sporta una querela contro di sé, è possibile fare istanza ex art. 335 c.p.p. alla Procura della Repubblica territorialmente competente, chiedendo se il proprio nominativo è iscritto nel registro delle notizie di reato.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avvocato Mariano Acquaviva



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