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Si può cambiare un preventivo se aumentano i prezzi?

7 Marzo 2022
Si può cambiare un preventivo se aumentano i prezzi?

Modifica del prezzo causa guerra e altri imprevisti gravi: quali effetti sui contratti in corso e sugli anticipi già versati?

L’esponenziale incremento del prezzo del petrolio (e quindi della benzina), del gas e di numerose materie prime causato dalla guerra in Ucraina, le sanzioni economiche imposte dalla Ue alla Russia e i timori per una escalation militare hanno portato con sé un inatteso e repentino balzo dell’inflazione. Chi però ha stipulato un contratto prima di tali eventi (ad esempio un appalto o la fornitura di servizi) si è trovato a ragionare con costi completamente differenti; ed ora c’è chi pretende un aggiornamento dei preventivi. Ma non tutti sono disposti ad accettare un incremento di anche un terzo del corrispettivo inizialmente concordato. Non manca chi di tale situazione tenta di approfittarsi celando, sotto questa scusa, il tentativo di massimizzare il proprio lucro. Di qui il dubbio: si può cambiare un preventivo se aumentano i prezzi della benzina e delle materie prime? 

Le norme del Codice civile già prevedono un’ipotesi di questo tipo; pertanto, in esse, c’è la risposta a tutte le domande che ci si può fare, in tempo di guerra o di pace, quando l’inflazione porta una svalutazione della moneta. Cerchiamo di fare il punto della situazione tenendo conto che quanto diremo a breve può essere agevolmente applicato a qualsiasi tipo di contratto. Si pensi al caso di chi abbia concordato dei lavori di ristrutturazione in casa; o a chi abbia affidato un mandato a un professionista il quale, per i costi del trasporto, è costretto ora a spendere di più e ad aggiornare la parcella inizialmente formulata al cliente. 

Ma procediamo con ordine e vediamo se è legale cambiare il preventivo se aumentano i prezzi delle materie prime, del carburante, del petrolio e di altri elementi fondamentali per la produzione. Queste difficoltà quasi sempre hanno un impatto a catena su altri contratti, quelli con i terzi, magari in Brasile o Stati Uniti, a cui sono destinate merci o servizi. Quali rimedi giuridici possono venire in rilievo? 

Le clausole del contratto possono prevedere la revisione del preventivo?

La prima cosa da fare è leggere attentamente il contratto. In molti casi vengono inserite delle apposite clausole che stabiliscono, già a livello pattizio, quali conseguenze può determinare l’aumento improvviso e inaspettato dei prezzi. In quel caso, sarà il contratto stesso a stabilire la disciplina per le parti e, quindi, l’eventuale diritto del committente o dell’appaltatore di risolvere il contratto se l’aggiornamento del prezzo dovesse superare una certa percentuale prestabilita. Tali clausole possono essere presenti non solo in un contratto di compravendita, di fornitura di servizi o di appalto, ma anche nei contratti con terze parti, per esempio assicuratori o garanti, che potrebbero prevedere specifiche esclusioni di responsabilità nel caso in cui l’inadempimento dell’assicurato o garantito sia conseguenza della crisi attuale. 

Impossibilità di adempiere il contratto: cosa dice la legge?

Potrebbe però succedere che il contratto non preveda nulla a riguardo. A questo punto, bisognerà colmare la lacuna attraverso l’applicazione delle generali norme di legge che regolano il contratto. E, a tal proposito, bisognerà innanzitutto verificare quale legge si applica al contratto stesso. Ad esempio, un contratto soggetto alla legge inglese o francese (perché stipulati in tali luoghi o perché così previsto dalla stessa scrittura privata) non potrà far riferimento al nostro Codice civile. 

Semmai dovessimo essere in presenza di un contratto a cui si applica la legge italiana, vengono in soccorso una serie di previsioni normative per regolare l’eventuale e inatteso aumento dei prezzi delle materie prime. 

Innanzitutto, c’è l’articolo 1256 del Codice civile a norma del quale, se la prestazione diventa impossibile per una causa non imputabile al debitore (ossia a colui che dovrebbe compiere la prestazione stessa), il contratto si estingue. Quindi, andrà restituito il prezzo incassato e il creditore non potrà rivendicare alcun risarcimento per l’inadempimento. Si pensi al fornitore che attendeva materiale dalla Russia ma che ora non può riceverlo a causa del blocco dell’import/export. 

Nella cosiddetta «causa non imputabile al debitore» vanno certamente ricondotti la «causa di forza maggiore», come ad esempio un conflitto bellico o «l’ordine o il divieto imposto da un’autorità» come appunto le sanzioni economiche nei confronti di uno Stato estero. 

Questo significa che, qualora l’esecuzione della prestazione contrattuale diventi impossibile per causa della guerra, il contratto si scioglie. Si pensi all’impossibilità di ottenere delle forniture provenienti dall’Ucraina o dalla Russia. 

Se l’impossibilità sopravvenuta dovesse essere solo «temporanea», il debitore non è responsabile del ritardo. Tuttavia, il contratto si estingue non appena il creditore non ha più interesse a ricevere quella determinata prestazione.  

In linea generale, quasi tutte le obbligazioni sono solo temporaneamente impossibili, tuttavia è verosimile che, in una situazione di criticità come quella in corso, il prolungato stato di impossibilità potrebbe far venir meno l’interesse alla prestazione e, conseguentemente, portare all’estinzione dell’obbligazione.

Incremento dei prezzi e aumento del preventivo: cosa dice la legge?

Diversa è l’ipotesi in cui, pur essendo astrattamente possibile eseguire la prestazione, questa diventi più costosa per il fornitore. In tal caso, si applicheranno le norme sulla cosiddetta eccessiva onerosità sopravvenuta. Si pensi al rincaro del prezzo del grano, dell’acciaio proveniente dall’Ucraina, o del carburante dei mezzi di trasporto. 

A questo proposito entrano in ballo alcune importanti norme. La prima è l’articolo 1664 del Codice civile in materia di appalti (si pensi all’esecuzione di lavori di ristrutturazione edilizia). Tale norma stabilisce che «Qualora per effetto di circostanze imprevedibili si siano verificati aumenti o diminuzioni nel costo dei materiali o della mano d’opera, tali da determinare un aumento o una diminuzione superiori al decimo del prezzo complessivo convenuto, l’appaltatore o il committente possono chiedere una revisione del prezzo medesimo. La revisione può esser accordata solo per quella differenza che eccede il decimo».

Dunque, da ciò si evince che l’aumento del prezzo dell’appalto può verificarsi se, per circostanze imprevedibili e non imputabili ai contraenti, vi è un aumento del costo dei materiali da impiegare nei lavori. Sul costo dei materiali può incidere anche l’aumento del costo del trasporto degli stessi o l’aumento delle imposte fiscali applicate.

In questi casi, l’impresa avrà diritto alla revisione dei prezzi ma solo se vi sia stato un aumento dei costi in misura superiore al 10% del prezzo convenuto. 

La revisione del prezzo si calcolerà aumentando il corrispettivo pattuito di quella parte eccedente la misura del decimo.

L’appaltatore può richiedere l’aumento del prezzo a patto però che nel contratto non sia posto un espresso limite alla revisione del prezzo stesso. 

La richiesta della revisione del prezzo però può essere contrastata dal committente che potrebbe anche decidere di recedere dal contratto e pagare solo quanto sino ad allora eseguito. 

Un’altra previsione contenuta nel Codice civile per il caso dell’aumento dei prezzi è quella per i contratti a esecuzione continuativa o periodica (come ad esempio le forniture del gas, dell’elettricità, ecc.). In questi casi, ai sensi dell’art. 1467 Cod. civ., la parte può sempre recedere dal contratto quando la prestazione è divenuta eccessivamente onerosa per il verificarsi di avvenimenti straordinari e imprevedibili. 

A fronte di eventi oggettivamente imprevedibili che alterano l’equilibrio contrattuale appare ragionevole ritenere che sempre più emerga una sorta di diritto a chiedere una rinegoziazione sostanziale di un contratto, che può sempre comunque occorrere per la volontà delle parti ma che potrebbe diventare un principio condiviso dai tribunali chiamati a valutare le conseguenze di un inadempimento. 



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