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Maltrattamenti in famiglia: si può denunciare dopo la separazione?

7 Marzo 2022
Maltrattamenti in famiglia: si può denunciare dopo la separazione?

Violenza domestica, non perde credibilità la donna se denuncia i fatti solo dopo la separazione dal marito.

La violenza domestica di un coniuge ai danni dell’altro vengono spesso tollerate per il bene dei figli e dell’unità familiare, quando non anche in ricordo dell’amore che un tempo univa la coppia. Ma se, nonostante gli sforzi, non si riesce a dimenticare le prevaricazioni e i soprusi subìti, la separazione con addebito è l’unica chance per tornare a riacquistare dignità, libertà e serenità. In questi casi, cosa rischia il coniuge violento dopo che sono decorsi diversi mesi dai fattacci? In caso di maltrattamenti in famiglia, si può denunciare dopo la separazione? La questione è stata di recente portata all’attenzione della Cassazione [1], la quale si è espressa nei seguenti termini. 

Violenze domestiche: cosa sono i maltrattamenti in famiglia?

Il reato di maltrattamenti contro familiari e conviventi, previsto e punito dall’articolo 572 Codice penale, tutela la dignità personale del soggetto passivo non soltanto nell’ambito di rapporti familiari o di convivenza, ma anche nell’ambito di rapporti di diversa natura, sorti per ragioni di istruzione, educazione, cura, vigilanza, custodia.

Il reato può essere commesso da persone legate al soggetto passivo da rapporti di parentela, di convivenza o altri rapporti sorti per motivi di istruzione, educazione, cura, vigilanza, custodia.

La legge, in particolare, punisce chiunque maltratti persone di famiglia o comunque conviventi, o una persona sottoposta alla sua autorità o a lui affidata per ragioni di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia o per l’esercizio di una professione o un’arte. Consiste, pertanto, nella sottoposizione dei familiari, dei conviventi o degli altri soggetti interessati ad una serie di atti di vessazione continui e tali da cagionare sofferenze, privazioni, umiliazioni [2]. Da ciò deriva che una singola condotta non può rientrare nel reato in commento. Difatti il delitto si consuma con la commissione di una serie ripetuta di maltrattamenti idonea a integrare l’abitualità della condotta (trattasi di reato abituale).

La pena prevista è la reclusione da due a sei anni. La pena è aumentata se il fatto è commesso in danno di persona minore di 14 anni. Se dal fatto deriva una lesione personale grave, la pena è della reclusione da quattro a nove anni; se ne deriva una lesione gravissima, la pena è della reclusione da sette a quindici anni; se ne deriva la morte, è della reclusione da dodici a ventiquattro anni.

Il reato è procedibile d’ufficio: quindi, è sufficiente una denuncia e non una querela. 

Termine per denunciare le violenze domestiche

A seguito dell’approvazione della legge sul cosiddetto «Codice rosso» il reato di maltrattamenti in famiglia può essere denunciato entro 12 mesi dall’ultimo atto di violenza. Leggi Violenze alla moglie: quanto tempo per procedere.

Separazione per violenze domestiche

La vittima di violenze domestiche può non solo abbandonare la casa in qualsiasi momento senza temere l’imputazione di responsabilità per la fine del matrimonio (il cosiddetto “addebito”) ma ha anche diritto al mantenimento, mentre tale diritto lo perde chiaramente il coniuge violento. Come chiarito dalla giurisprudenza, ai fini della separazione con addebito, anche un solo episodio violento risalente nel tempo è sufficiente a giustificare la pronuncia di condanna, trattandosi di un comportamento comunque idoneo «a sconvolgere definitivamente l’equilibrio relazionale della coppia, poiché lesivo della pari dignità di ogni persona», qualora il rapporto matrimoniale, al di là delle apparenze, non sia mai stato realmente recuperato. In buona sostanza, il fatto che la coppia abbia continuato a convivere non significa che ci sia stato un rappacificamento: questo potrebbe risultare solo un tentativo, tuttavia non andato a buon fine. Bisogna quindi dimostrare di non essere riusciti a superare il trauma. 

Denuncia e condanna per maltrattamenti dopo la separazione

Secondo la Cassazione, è possibile condannare per maltrattamenti il marito solo sulle sole dichiarazioni della donna. Pur stante l’impossibilità di verificare ogni singolo dettaglio oggetto delle sue dichiarazioni accusatorie. Nel processo penale infatti la vittima è testimone, mentre il reo non lo è. Quindi, anche in assenza di prove video, di registrazioni o di testimonianze, con la semplice dichiarazione della parte offesa dal reato, la donna, si può arrivare a una condanna penale.  

E a smentire la veridicità del racconto offerto dalla parte offesa non sono affatto sufficienti le testimonianze di persone che – a seguito di una sporadica frequentazione della coppia – affermino di non aver mai assistito a litigi o a comportamenti prevaricatori dell’uomo sulla donna. Il giudice deve solo dimostrare di averle considerate per svalutarle in termini di rilevanza.

Secondo la Suprema Corte, affermazioni di tale tipo non sono idonee a smentire la sussistenza di un reato che per sua natura è normalmente commesso al riparo da occhi estranei, cioè all’interno delle mura domestiche. I maltrattamenti sono spesso commessi per vessare, frustrare e isolare la vittima dal resto del contesto sociale. L’essere non visto spesso costituisce la molla che consente al marito padrone di esercitare il suo violento desiderio di potere assoluto originato dall’impulso delirante della gelosia. 

Nel caso di specie, un uomo, accusato di maltrattamenti, aveva tentato di scalfire la credibilità della moglie solo perché questa lo aveva accusato diversi anni dopo gli episodi, quando i due si erano già separati.  

La Cassazione ha ritenuto plausibile che la donna, solo dopo la separazione, possa trovare la forza di reagire e denunciare, forza che potrebbe non avere quando ancora convive con chi la tiene in stato di soggezione.


note

[1] Cass. sent. n. 7885/2022.

[2] Cass. 3.3.2010, n. 8592; Cass. 31.10.2007, n. 40340; Cass. 22.10.2007, n. 38962; cass. 19.2.2004, n. 7192; Cass. 24.11.1999, n. 3398

Autore immagine: depositphotos.com


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