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Articolo 96 Costituzione: spiegazione e commento

9 Marzo 2022
Articolo 96 Costituzione: spiegazione e commento

Cosa dice e cosa significa l’art. 96 sulla responsabilità penale del presidente del Consiglio e dei ministri e sulla necessità di autorizzazione a procedere.

Il presidente del Consiglio dei ministri ed i ministri, anche se cessati dalla carica, sono sottoposti, per i reati commessi nell’esercizio delle loro funzioni, alla giurisdizione ordinaria, previa autorizzazione del Senato della Repubblica o della Camera dei deputati, secondo le norme stabilite con legge costituzionale.

La responsabilità penale del Governo

Se è vero che il potere porta l’essere umano a subire la tentazione di approfittarsene, si rende necessario un meccanismo per punire chi si lascia affascinare da una posizione privilegiata e, anziché lavorare nell’interesse di tutti, si dà spudoratamente da fare per trarne beneficio per sé o per la propria cerchia di parenti e amici. Ovviamente, più il ruolo di amministratore pubblico è alto e più è forte la tentazione di mettere le mani dove non si deve.

Tutti sono bravi finché non si dimostra il contrario ma, quando succede, chi giudica un capo di Governo o un ministro? Ci sono dei tribunali speciali? Vale anche per loro la prassi di bussare alla loro porta alle cinque del mattino per un arresto a sorpresa?

L’articolo 96 della Costituzione stabilisce qual è la procedura per intervenire nel caso in cui il presidente del Consiglio o un ministro commettano un reato nell’esercizio delle loro funzioni e qual è l’autorità giudiziaria competente in materia. La norma sancisce delle regole chiare e offre degli spunti interessanti.

Innanzitutto, si parla di «reati commessi nell’esercizio delle loro funzioni». E questa frase apre una doppia strada. Un ministro, ad esempio, può essere giudicato per avere preso una tangente in cambio di un decreto che favorisce una determinata categoria. Questo sarebbe un reato commesso nell’esercizio delle sue funzioni. Se, però, finita una riunione del Governo, si ferma a un bar vicino a Palazzo Chigi, si beve una bottiglia di vino a tavola, torna a casa al volante della sua macchina e investe e uccide una persona sulle strisce pedonali, dovrà rispondere di omicidio stradale e guida in stato di ebbrezza. Nulla hanno a che fare questi due reati con l’esercizio delle sue funzioni.

Stando a quanto stabilisce l’articolo 96 della Costituzione, solo nel primo caso scatterà la procedura prevista per i reati compiuti «da ministro», mentre nel secondo caso si dovrebbe seguire l’iter previsto per qualsiasi automobilista.

Il secondo spunto importante è che, secondo l’articolo 96, eventuali reati commessi dal presidente del Consiglio o da un ministro nell’esercizio delle loro funzioni possono essere giudicati anche quando i diretti interessati non sono più in carica. Significa che se un premier ha operato in modo illecito e poi si dimette, può essere chiamato in causa anche a distanza di tempo per rispondere di ciò che ha fatto. A distanza di quanto tempo? Questo l’articolo 96 della Costituzione non lo dice.

La richiesta di autorizzazione a procedere

E qual è quella procedura prevista dalla Costituzione? Ci vuole, innanzitutto, l’autorizzazione a procedere del Senato o della Camera dei deputati affinché i membri del Governo possano finire davanti al Tribunale dei ministri, istituito nel capoluogo del distretto della Corte d’appello. Si tratta di un tribunale ordinario (la norma in commento, infatti, rimette la competenza in materia alla giurisdizione ordinaria) che ha, però, dei poteri particolari visto il ruolo ricoperto dagli imputati.

Spetta solitamente al Senato concedere o negare l’autorizzazione a procedere, anche se la Camera può intervenire nel caso in cui il ministro interessato fosse stato eletto deputato. Viene richiesta quando un giudice ha già valutato la fondatezza della notizia di reato, cioè ha riscontrato degli elementi su cui si possono reggere le accuse rivolte al presidente del Consiglio o al ministro.

Nel gennaio del 1989 è stata approvata una legge costituzionale che ha riformato la procedura da seguire in caso di reato commesso dal premier o da un ministro nell’esercizio delle loro funzioni. Come primo passaggio, la Procura della Repubblica dovrà trasmettere la notizia di reato ad un collegio formato da tre giudici ordinari ed istituito, come detto, presso il tribunale del capoluogo del distretto di Corte d’appello competente per territorio.

Tale collegio ha due scelte da fare: chiedere l’archiviazione della vicenda oppure trasmettere una relazione motivata al Procuratore della Repubblica affinché sia possibile chiedere al Parlamento l’autorizzazione a procedere. Non è, dunque, un singolo magistrato a decidere di bussare alla porta di Camera e Senato per sollecitare il permesso di giudicare un ministro: c’è un giudice che comunica la notizia di reato a un collegio formato da altri tre giudici, i quali prendono una decisione in merito e la comunicano al Procuratore della Repubblica.

Della richiesta arrivata in Parlamento si occupa la Giunta per le autorizzazioni, la quale ha la possibilità di:

  • negare l’autorizzazione a maggioranza dei suoi membri nel caso in cui ritenga, in maniera insindacabile, che la persona interessata abbia agito nell’interesse dello Stato per un preminente interesse pubblico;
  • concedere l’autorizzazione a procedere. In questo caso, il processo si svolge presso il Tribunale dei Ministri.


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