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Lavori usuranti: quando c’è il risarcimento?

8 Marzo 2022 | Autore:
Lavori usuranti: quando c’è il risarcimento?

Cosa deve dimostrare il dipendente per ottenere un risarcimento del danno? E quali sono i doveri del datore?

È possibile chiedere al datore di lavoro un risarcimento per ciò che la propria attività professionale ha comportato in termini di deterioramento della salute? Non si parla di un infortunio isolato, di un incidente provocato dal mancato rispetto delle misure di sicurezza, di un episodio causato dalla disattenzione di chi doveva controllare il modo di operare di un dipendente. Qui si parla di un processo lungo e lento, di anni e anni a fare una certa attività che nel tempo può creare dei disturbi anche importanti. Si pensi a chi lavora in una cava o a chi passa le sue giornate con un martello pneumatico in un cantiere: senza mascherine e cuffie di protezione, tra il rumore e ciò che si respira si rischierebbe un danno serio alla salute. È possibile, prima o poi, chiederne conto al datore? Per chi fa dei lavori usuranti, quando c’è il risarcimento?

Secondo una recente sentenza della Cassazione [1], a priori non è negata questa possibilità. A patto, però, che il dipendente sia in grado di provare il nesso di causalità tra la mansione che ha svolto e la nocività dell’ambiente. Dal canto suo, e per non essere costretto a riconoscere il risarcimento, il datore deve provare di avere messo a disposizione dei dipendenti tutte le necessarie misure antinfortunio. Vediamo.

Lavori usuranti: quali sono?

Bisogna, innanzitutto, stabilire quali sono i lavori usuranti che, a lungo andare, possono causare dei problemi di salute a chi li svolge. Vengono considerati addetti a mansioni usuranti, secondo la legge [2], i dipendenti che hanno svolto, almeno per metà della propria vita lavorativa o per almeno sette anni nell’ultimo decennio prima della pensione, una di queste attività:

  • lavori in galleria, cava o miniera: sono comprese anche le mansioni svolte prevalentemente e continuativamente in ambienti sotterranei;
  • lavori in cassoni ad aria compressa;
  • lavori prestati dai palombari;
  • lavori ad alte temperature;
  • lavorazione del vetro cavo;
  • conciatura di pelli e pellicce;
  • lavoro nelle ferrovie;
  • guida di mezzi pesanti e camion;
  • lavori di asportazione dell’amianto;
  • lavori nelle professioni sanitarie infermieristiche ed ostetriche ospedaliere organizzato in turni;
  • addetti all’assistenza personale di persone in condizioni di non autosufficienza;
  • insegnanti della scuola dell’infanzia ed educatori degli asili nido;
  • facchini e addetti allo spostamento merci;
  • lavori effettuati prevalentemente e continuativamente in spazi ristretti: la legge si riferisce, in particolare, ad attività di costruzione, riparazione e manutenzione navale; per spazi ristretti, si intendono intercapedini, pozzetti, doppi fondi, blocchi e affini;
  • conducenti di veicoli adibiti a servizio pubblico di trasporto collettivo, con capienza superiore a 9 posti;
  • lavori a catena o in serie, cosiddetta linea catena: rientrano in quest’ultima ipotesi i lavoratori vincolati all’osservanza di un determinato ritmo produttivo, o la cui prestazione sia valutata in base alle tempistiche di lavorazione;
  • personale non qualificato addetto ai servizi di pulizia, operatori ecologici e altri raccoglitori e separatori di rifiuti;
  • operai agricoli;
  • marittimi;
  • pescatori;
  • operai siderurgici di seconda fusione.

Vengono, in qualche modo, riconosciuti come lavori usuranti anche quelli che risultano particolarmente logoranti a causa dell’orario di lavoro notturno. Si parla, quindi, dei dipendenti:

  • che hanno svolto turni di notte per almeno sei ore consecutive, comprendenti l’intervallo tra la mezzanotte e le cinque del mattino, per un numero pari o superiore a 78 notti all’anno;
  • che hanno fatto dei turni di notte per almeno sei ore consecutive comprendenti l’intervallo tra la mezzanotte e le cinque del mattino, tra le 72 e le 77 notti all’anno;
  • che hanno lavorato di notte per almeno sei ore consecutive comprendenti l’intervallo tra la mezzanotte e le cinque del mattino, tra le 64 e le 71 notti all’anno;
  • che sono stati adibiti a turni di notte per almeno tre ore consecutive comprendenti l’intervallo tra la mezzanotte e le cinque del mattino e per l’intero anno.

Lavori usuranti e diritto al risarcimento

Se, ad un certo punto o alla fine della vita lavorativa, un dipendente ritiene di avere subìto un danno alla salute per colpa di un lavoro usurante, può agire per chiedere il risarcimento ma è tenuto a dimostrare che c’è un legame tra l’attività che ha svolto e la nocività dell’ambiente.

Come si desume dalla sentenza in commento, fare una determinata mansione non comporta automaticamente lo stesso danno se viene svolta in un ambiente piuttosto che in un altro.

Ad esempio, muovere un mezzo pesante all’aria aperta non è come farlo all’interno di una galleria dove si sta scavando e dove la concentrazione di polvere può creare più facilmente un pericolo per la salute, specialmente se non vengono rispettate le misure antinfortunistiche. Ed è proprio su queste misure che deve concentrarsi il datore di lavoro per difendersi dalla richiesta di risarcimento. Nel caso in cui il suo dipendente riesca a provare che la mansione svolta ha un nesso causale con la nocività dell’ambiente, la palla passerà al datore, il quale sarà tenuto a dimostrare di avere adottato tutti gli strumenti necessari a garantire la tutela della salute dei lavoratori.


note

[1] Cass. sent. n. 7058/2022.

[2] Decreto Min. Lavoro del 05.02.2018.


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