Diritto e Fisco | Articoli

A chi spetta l’assegno di divorzio?

9 Marzo 2022
A chi spetta l’assegno di divorzio?

Quando il marito deve versare gli alimenti all’ex moglie (e viceversa): in quali casi il giudice può riconoscere il mantenimento. 

Il Parlamento non ha mai approvato una riforma che mettesse ordine alla marea di sentenze che hanno disciplinato, sino ad oggi, l’assegno di mantenimento (quello cioè che viene riconosciuto all’indomani della separazione) e l’assegno di divorzio (quello cioè che, stabilito con la sentenza di divorzio, sostituisce l’assegno di mantenimento). Così, con due importantissime sentenze – la prima del 2017 e la seconda a sezioni unite del 2018 – la Cassazione, prendendo atto del mutato sentimento popolare e dell’innalzamento dell’età lavorativa, ha definito una volta per tutte a chi spetta l’assegno di divorzio. 

La questione potrebbe essere sintetizzata con due parole: l’assegno di divorzio spetta solo a chi se lo merita, a chi cioè non è in grado, non per proprie colpe, di mantenersi da solo. Senonché la prova di tale incapacità deve essere fornita dallo stesso richiedente. Il che complica di molto le cose.

In questa breve guida proveremo a fare la sintesi di tutto l’attuale stato della giurisprudenza, spiegando in modo pratico e semplice a chi spetta l’assegno di divorzio. Non possiamo però farlo senza prima parlare dell’assegno di mantenimento che, seppur molto simile ad esso, presenta comunque qualche differenza. Ma procediamo con ordine.

Differenza tra assegno di mantenimento e assegno di divorzio

Come già detto, l’assegno di mantenimento è quello che viene riconosciuto, con la separazione, al coniuge economicamente più debole. Quindi, in caso di coniugi con un reddito sostanzialmente simile, l’assegno di mantenimento non è dovuto. Così come non è dovuto neanche in caso di “addebito”, ossia al coniuge a cui sia imputata la responsabilità per la fine del matrimonio.

L’assegno di divorzio (anche chiamato «assegno divorzile») scatta con la sentenza di divorzio e quindi si sostituisce all’assegno di mantenimento. Anche in questo caso, l’assegno non è dovuto se il reddito dei due coniugi non presenta disparità o se uno dei due si è macchiato di gravi colpe che integrano la violazione dei doveri del matrimonio (tradimento, abbandono della casa coniugale, ecc.), subendo così il cosiddetto “addebito”.

Le differenze tra le due misure non si limitano solo al nome e al momento in cui queste scattano.

L’assegno di mantenimento ha lo scopo di garantire al coniuge economicamente più debole un cuscinetto per affrontare le difficoltà economiche all’indomani di una separazione che potrebbe anche essere repentina e imprevista, tanto da non consentirgli di riorganizzare la propria vita. Ecco perché, ha detto la giurisprudenza, esso deve mirare a preservare lo stesso tenore di vita che il coniuge più debole aveva con il matrimonio. Il che significa che tra i due “ex” bisognerà raggiungere una parità sostanziale di potere d’acquisto. A conti fatti, in presenza di un coniuge occupato e di uno disoccupato, almeno un terzo del reddito del primo finirà al secondo. Si tratta comunque di una approssimazione: sulla misura dell’assegno di mantenimento pesano una serie di variabili come: l’età del coniuge beneficiario (che, tanto più giovane, tanto più facilmente gli consentirà di trovare un’occupazione), le condizioni di salute (anch’esse funzionali alla ricerca di un lavoro), i trascorsi lavorativi e/o la formazione scolastica, la durata del matrimonio, la disponibilità della casa coniugale qualora il giudice stabilisca che i figli vadano a vivere presso di lui/lei, ecc.

L’assegno di divorzio è invece, almeno sotto questo piano, completamente diverso. Siccome il divorzio recide definitivamente ogni legame tra i coniugi, eccezion fatta dei doveri assistenziali, l’assegno non ha più la funzione di garantire al coniuge beneficiario lo «stesso tenore di vita» che aveva col matrimonio ma solo l’autosufficienza economica, ossia la possibilità di mantenere un tenore di vita decoroso in relazione all’ambiente in cui questi vive. Con la conseguenza che la misura di tale assegno non è più funzionale al reddito del coniuge obbligato: è da escludere quindi che tanto più questi è ricco tanto maggiore sarà l’assegno. Così, ad esempio, un ricco imprenditore che guadagna 100mila euro al mese potrà essere obbligato dal giudice a versare un assegno periodico non più alto di 1.500 euro; così come non sarà tenuto a versare nulla se l’ex moglie già ha uno stipendio di insegnante che, pertanto, la rende autonoma. 

A chi spetta l’assegno di divorzio?

L’assegno di divorzio spetta a chi, non per propria colpa, non è in grado di mantenersi da solo. La categoria quindi si restringe a coloro che, in ragione dell’età, delle condizioni fisiche e di salute, della crisi del mercato occupazionale non sono in grado di rendersi autonomi e non possono lavorare. Quindi, vi rientrano: l’anziano/a, il/la disabile, colui/colei che, pur avendo dato prova di aver cercato un posto, non vi sia riuscito/a. 

Il semplice fatto di essere disoccupati non basta per accampare pretese economiche nei confronti dell’ex. Bisogna anche dimostrare di aver fatto di tutto per occuparsi, ad esempio partecipando a bandi e concorsi, inviando il curriculum alle aziende, chiedendo un colloquio, iscrivendosi alle liste per l’impiego e così via. Il giudice valuta sempre le potenzialità reddituali del coniuge richiedente, non solo quelle in atto. Quindi, verifica se questi ha uno studio professionale, una formazione post-scolastica, esperienze nel mondo del lavoro. Se queste potenzialità possono essere ancora sfruttate, di ciò si tiene conto nel determinare il “se” e il “quanto” dell’assegno di divorzio.

Dall’altro lato, il fatto di vedersi riconosciuto l’assegno dal giudice non basta per mantenere tale diritto vita natural durante. Difatti se il coniuge, ancora in piena capacità lavorativa, non dovesse successivamente attivarsi per rendersi autonomo, cercando un’occupazione, potrebbe un domani perdere l’assegno di divorzio. In altri termini, anche dopo essersi visti riconoscere gli alimenti, bisogna comunque – se si è in grado di farlo – continuare a cercare un lavoro. 

Le prove

A dover dimostrare l’incapacità economica e l’impossibilità di mantenersi non per propria colpa deve essere il coniuge che richiede l’assegno di mantenimento. Su di lui spetta quindi l’onere della prova di un’età avanzata, di uno stato di salute precario, dei tentativi a vuoto di trovare un’occupazione, di essersi dedicato alla famiglia perdendo ogni legame con il mondo lavorativo.

La casalinga

Caso a parte è la casalinga, colei cioè che – d’accordo col marito – abbia rinunciato alla propria carriera lavorativa per dedicarsi alla famiglia e ai figli. Indubbio che il proprio sacrificio abbia contribuito all’arricchimento della famiglia e soprattutto dell’altro coniuge, consentendo a questi di concentrarsi sul proprio lavoro. Ecco perché alla donna che si è prodigata nella casa, anche se con un lavoro part-time, spetta sempre un assegno di divorzio, proprio per renderla partecipe della ricchezza che l’ex ha potuto accumulare grazie a ciò. 



Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non hanno ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema (max 1000 caratteri). Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA

Canale video Questa è La Legge

Segui il nostro direttore su Youtube