Diritto e Fisco | Editoriale

Farmaci, prezzi e concorrenza: un mercato per niente libero

7 Settembre 2014
Farmaci, prezzi e concorrenza: un mercato per niente libero

Una cura a base di determinate medicine può costare a una famiglia diverse decine di migliaia di euro: il prezzo dei farmaci però non può essere arbitrario e dettato solo da una logica di profitto, come invece è per qualsiasi altro prodotto di consumo: è in ballo la salute dell’uomo.

Un cellulare marchiato Apple può costare 900 euro. È un prezzo “giusto”? Non è una domanda che si fanno i consumatori quando, in fila dalle 5 di mattina, attendono l’apertura degli Store per acquistare la nuova versione del melafonino. Chi va a indagare quali sono stati i costi di produzione, il prezzo della materia prima e della mano d’opera? Insomma, a pochissimi interessa se la Apple fa profitto grazie a un bene di largo consumo con una politica di branding e di prezzi imposti. Tanto più perché chi non vuole spendere 900 euro può sempre accontentarsi di un cellulare Samsung, di un Nokia o di un altro a prezzi più abbordabili. Oppure potrebbe anche non avere il cellulare, perché tanto – come si suol dire – “non gliel’ha prescritto il medico”.

Ma cosa succederebbe se, invece, il dottore prescrivesse per davvero un farmaco da mille euro? E se questo farmaco fosse un “salva vita”? In questi casi, il malato – per esempio – di setticemia non potrebbe scegliere di assumere un’aspirina piuttosto che l’amoxicillina.

A differenza del mercato dei cellulari, in quello delle farmaceutica sono sempre più i casi di malattie, rare o meno rare, nelle quali la medicina davvero efficace è una sola che, guarda caso, per 10 o 20 anni è protetta dal brevetto e, quindi, da esclusività. Insomma, non è una novità che il “mercato della salute” sia sempre stato estraneo ai principi del libero mercato: principi la cui violazione, di norma, comporta sempre istruttorie rigorose e multe salatissime da parte della Comunità Europea o delle varie Autorità dell’Antitrust di tutti i Paesi occidentali. Ma chi ha visto mai una sanzione contro una casa farmaceutica?

Ciò che procura ancor più sconcerto è la “strana” dicotomia tra malattie comuni, i cui farmaci costano relativamente poco (e che, peraltro, garantiscono scelte piuttosto ampie, fino alla possibilità di acquistare l’equivalente non di marca con il solo “principio attivo”) e malattie rare, i cui medicinali, invece, costano moltissimo (fino a 330mila euro all’anno per una malattia che dura molti anni). Tra queste ultime si pensi all’Epatite C: ve ne sono circa 2,7 milioni di casi negli Usa, e circa un milione in Italia. La medicina che cura questa malattia si chiama sofosbuvir e costa fino a 1.000 dollari: si pensi, poi, che un ciclo di cura (che non sempre basta) ne richiede 84 (per 84mila dollari).

In questi giorni, sembra che qualcosa si stia muovendo: il Senato degli Stati Uniti starebbe avviando un’istruttoria contro determinate case farmaceutiche (e, in particolare, proprio contro la produttrice del sofosbuvir) per contrastare il monopolio e una politica dei prezzi da puro business.

Nello stesso tempo, in Gran Bretagna il sofosbuvir viene venduto con uno sconto del 33% mentre in Egitto con uno sconto del 995 (costa ora 11 dollari anziché 1000).

Cosa cambia allora tra Regno Unito, Egitto e, invece, Stati Uniti? Sembrerebbe che lì dove si vuole, il prezzo può essere abbassato – cosa che non sarebbe possibile se i costi della produzione non lo consentissero – e, invece, nei Paesi dove regna una politica “assistenzialistica” verso le case farmaceutiche non viene fatto alcuno sforzo per venire incontro ai malati.

Il punto centrale è che il prezzo di un farmaco non può più essere arbitrario, ma andrebbe giustificato dalle spese effettivamente sostenute, pur concedendo un ragionevole margine di profitto.

Sebbene in Europa, l’Aifa (Agenzia italiana farmaci) e l’Ema (European Medicine Agency) abbiano lavorato bene per imporre norme più stringenti sull’uso dei farmaci (cercando di calmierare il mercato), resta una anomalia: Ema può approvare i nuovi farmaci per tutta l’Europa, ma non ha da questa il mandato di negoziare i prezzi. Per correggere questa anomalia non occorre attendere gli Stati Uniti d’Europa (che alcuni di noi auspicano): si tratta di una decisione politico-economica che si potrebbe prendere subito, e che farebbe dell’Europa il più grosso cliente del mondo per qualunque farmaco.



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