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Articolo 101 Costituzione: spiegazione e commento

11 Marzo 2022
Articolo 101 Costituzione: spiegazione e commento

Cosa dice e cosa significa l’art. 101 sull’esercizio della funzione giurisdizionale, l’amministrazione della giustizia e l’indipendenza della magistratura.

La giustizia è amministrata in nome del popolo.

I giudici sono soggetti soltanto alla legge.

La legge per tutti e di tutti

No, non si tratta di un titolo autoreferenziale. È, piuttosto, lo spirito che anima il titolo IV della Costituzione, dedicato alla magistratura. O, per meglio dire, uno dei princìpi ispiratori, forse il più importante, di un intero capitolo che raccoglie le regole della funzione giurisdizionale affidata ai giudici.

«La legge per tutti», «la legge è per tutti e di tutti», «la legge arriva da tutti» perché la giustizia deve essere esercitata ed amministrata in nome del popolo. Così inizia l’articolo 101 della Costituzione, che apre la prima sezione della parte riservata alla magistratura.

Questo articolo interpreta il termine «giustizia» come «funzione giurisdizionale» affidata ai magistrati, i quali devono esercitarla in nome e per conto di tutti i cittadini, titolari esclusivi della sovranità. Così si mette nelle mani del Parlamento la funzione legislativa ed in quelle del Governo la funzione esecutiva, dunque, ai giudici spetta la parte giurisdizionale, quella che consiste nell’amministrare la giustizia. Non è un caso, infatti, che le sentenze inizino con la formula «in nome del popolo italiano».

Da questo punto di vista, l’articolo 101 della Costituzione rappresenta una svolta, si potrebbe anche dire una rivoluzione rispetto al passato. Prima che nascesse la Repubblica e che, quindi, venisse scritta la Costituzione, nello Stato monarchico il principio era diverso. Recitava lo Statuto albertino: «La Giustizia emana dal Re ed è amministrata in suo nome dai giudici che Egli istituisce». In sostanza, dal Re derivava la giustizia e in nome del Re veniva amministrata, peraltro dai giudici scelti da lui. Tutto si concentrava, dunque, sulla figura del monarca.

L’articolo 101 della Costituzione ha dato inizio a una nuova era: «La giustizia è amministrata in nome del popolo» da giudici indipendenti da ogni altro potere o, come stabilisce la norma costituzionale in commento, «soggetti soltanto alla legge».

L’amministrazione della giustizia

L’ordinamento giurisdizionale viene diviso in tre tipologie: civile, penale e amministrativo. Comprende, inoltre, due diverse categorie di magistrati, vale a dire il pubblico ministero e il giudice.

Il pubblico ministero interviene nei processi penali con il compito di svolgere la funzione requirente, cioè di condurre con l’aiuto della polizia giudiziaria le indagini per l’accertamento dei reati quando ritiene che siano stati commessi dei delitti. Nei processi civili, invece, il pm (il pubblico ministero, appunto) rappresenta lo Stato nelle vicende di diritto privato che hanno una particolare rilevanza sociale. Si parla, ad esempio, di una causa di divorzio o di adozione.

Il giudice, invece, è il titolare della funzione giudicante. Significa che deve accertare il fatto che gli è stato sottoposto e decidere con ordinanza o sentenza la norma da applicare.

L’indipendenza della magistratura

Oltre a rendere il popolo sovrano titolare della funzione giurisdizionale esercitata dai giudici civili, penali e amministrativi, l’articolo 101 della Costituzione sancisce un altro principio di estrema importanza: l’indipendenza della magistratura.

La norma stabilisce che i magistrati «sono soggetti soltanto alla legge». E, come in altri passaggi della Carta costituzionale, anche in questo le parole non vengono scelte a caso.

C’è quell’avverbio «soltanto» che ha un peso essenziale, perché significa che i giudici dipendono esclusivamente dalla legge e non dagli altri poteri. In sostanza, li rende indipendenti dalla funzione legislativa, esercitata dal Parlamento, e da quella esecutiva che spetta al Governo.

Occorre leggere questa parte della norma costituzionale in un doppio senso. Da una parte, come un obbligo in capo ai magistrati di applicare la legge anche quando non ne condivide il contenuto. Un giudice può essere d’accordo o meno con il testo approvato nelle Camere o dal Governo ma non per questo può emettere una sentenza difforme. In altre parole, non può disapplicare la legge. Quello che, eventualmente, può fare è sottoporla alla Corte costituzionale affinché questa verifichi la sua legittimità, il che, ovviamente, comporta l’interruzione del procedimento in corso fino alla decisione della Consulta.

La seconda chiave di lettura riguarda il fatto che i giudici non possono subire dei condizionamenti esterni, cioè da partiti politici, da parlamentari, da cittadini comuni, da gruppi di potere e nemmeno da altri giudici. È l’unico modo, secondo la Costituzione, per rendere la magistratura veramente autonoma e indipendente, nonostante ancora oggi non manchino certe pressioni attorno ai tribunali.

Mettendo insieme questi due concetti, l’obbligo di applicare la legge e il divieto di cedere a pressioni da terzi, si ha la consapevolezza che per due o più situazioni considerate uguali dalla legge si dovrà avere lo stesso giudizio, al di là del magistrato che ha scritto la sentenza. È il noto principio secondo cui «la legge è uguale per tutti».



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