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Le difficoltà a dimostrare il tradimento in chat

10 Marzo 2022
Le difficoltà a dimostrare il tradimento in chat

Infedeltà: le prove del tradimento in un cellulare non possono sempre essere utilizzate nella causa di separazione per ottenere l’addebito.

Che il tradimento sia un illecito contro il matrimonio è un fatto scontato. Così com’è scontato che chi tradisce, sebbene non venga condannato al risarcimento, perde la possibilità di chiedere l’assegno di mantenimento o di rivendicare diritti successori.

Quando si parla di tradimento si intende non solo il rapporto fisico o il bacio con un’altra persona, ma anche la conversazione virtuale, quella cioè tramite un social o una chat. Ragion per cui, il coniuge che scopre i messaggini sul cellulare dell’altro, può ben chiedere la separazione con “addebito”, anche senza avere le prove che tra i due amanti vi sia stato un contatto carnale. Ma ciò che non tutti sanno è che, in tali casi, non è affatto facile fornire la prova di una relazione extraconiugale, seppur platonica.

Le difficoltà a dimostrare il tradimento in chat derivano dalla normativa sulla privacy che, da un lato, vieta di spiare nell’altrui corrispondenza e, dall’altro, impedisce di utilizzare in processo le prove acquisite in modo illecito. Se una persona spia nelle email di un’altra e, nel testo, trova la conferma ai propri sospetti di un comportamento illecito, non può utilizzare tali file per trascinare il responsabile in tribunale. E ciò proprio perché anche l’acquisizione delle prove deve rispettare le regole di legge.

Si dice che in guerra e in amore tutto è permesso. Ciò non vale in tribunale: qui non è consentito violare le regole sulla riservatezza.

La difficoltà a dimostrare il tradimento in chat deriva proprio da questo: se anche, in astratto, uno screenshot può essere utilizzato come prova in un processo, qualora l’acquisizione dello stesso avvenga in modo illegale, lo screenshot perde qualsiasi valenza. E anzi, chi lo esegue può essere denunciato per violazione della privacy.

È questa, in estrema sintesi, la mezza-beffa che subisce chi scopre un tradimento in una chat sul cellulare del coniuge. Se è vero che, secondo la giurisprudenza, i messaggi trovati sul cellulare possono essere una valida prova del tradimento, anche se non è dimostrata l’esistenza di un rapporto sessuale, impossessarsi dell’altrui smartphone senza autorizzazione costituisce un illecito contro la privacy e quindi è fonte di responsabilità penale. E allo stesso modo non è possibile fotografare la chat perché equivarrebbe ad ammettere di aver frugato nell’altrui corrispondenza che, come noto, è tutelata dalla Costituzione.

Dimostrare l’esistenza di certe conversazioni, quindi, potrebbe non essere così semplice. Sarà quindi meglio ottenere una confessione del coniuge ed eventualmente registrarla per poi riprodurre il file audio in giudizio. Ecco: il sistema migliore è dotarsi sempre di un registratore.

Un’altra soluzione potrebbe essere quella dell’investigatore privato, nel momento in cui si sospetta che il proprio coniuge possa avere un appuntamento segreto.

C’è poi un ulteriore avvertimento fornito dalla giurisprudenza: sottrarre con forza lo smartphone a una persona vale una condanna per rapina. E ciò vale anche se la vittima è il proprio coniuge.

Nel caso di specie, a finire sotto processo è stato un uomo, accusato, tra l’altro, di avere sottratto con forza il telefono cellulare alla moglie, sospettoso di trovare delle chat tra lei e l’amante. Secondo i magistrati, la condotta tenuta dall’uomo – «consistita nel costringere la persona offesa in un angolo e nel minacciarla al fine di farsi consegnare il cellulare» – integra un illecito penale.

Sacrosanto perciò attribuire all’uomo il reato di rapina, poiché «il profitto può concretarsi in ogni utilità, anche solo morale, nonché in qualsiasi soddisfazione o godimento che ci si riprometta di ritrarre, anche non immediatamente, dalla propria azione, purché questa sia attuata impossessandosi con violenza o minaccia della cosa mobile altrui, sottraendola a chi la detiene».


note

[1] Cass. sent. n. 8138/2021 del 2.12.2021, dep. 7.03.2022.

Cass. pen., sez. II, ud. 2 dicembre 2021 (dep. 7 marzo 2022), n. 8138

Presidente Cammino – Relatore Monaco

Ritenuto in fatto

La Corte d’appello di Bologna, con sentenza del 14/5/2020, ha confermato la sentenza di condanna pronunciata dal Tribunale di Rimini in data 16/11/2018 nei confronti di C.C.S. per i reati di cui agli artt. 572,612 bis, 628 e 610 c.p.

  1. Avverso la sentenza ha proposto ricorso l’imputato che, a mezzo del difensore, ha dedotto i seguenti motivi.

1.1. Vizio di motivazione in relazione alla dichiarazione di responsabilità per il reato di rapina.

1.2. Violazione di legge e vizio di motivazione in relazione al mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche e agli artt. 163 e 164 c.p.

  1. In data 15 novembre 2021 sono pervenute in cancelleria le conclusioni scritte nelle quali il Procuratore Generale, Sost. Dott. (omissis), chiede che il ricorso sia dichiarato inammissibile.

Considerato in diritto

Il ricorso è inammissibile.

  1. Nel primo motivo la difesa deduce il vizio di motivazione in relazione alla dichiarazione di responsabilità per il reato di rapina rilevando che, in assenza di un profitto di natura patrimoniale, la conclusione della corte territoriale circa la sussistenza degli elementi costituivi del reato di cui all’art. 628 c.p. sarebbe logicamente viziata. Ciò in quanto la Corte territoriale non avrebbe tenuto adeguato conto della specifica deduzione contenuta nell’atto di appello con il quale si chiedeva di qualificare i fatti ai sensi dell’art. 610 c.p.

La doglianza, reiterativa di quanto già dedotto nei motivi di appello, è manifestamente infondata.

La Corte territoriale, infatti, facendo riferimento alle modalità della condotta, consistita nel costringere la persona offesa in un angolo e minacciandola al fine di farsi consegnare il cellulare, ha correttamente qualificato in fatti dando conto di avere applicato la pacifica e costante giurisprudenza di legittimità sul punto secondo la quale “nel delitto di rapina il profitto può concretarsi in ogni utilità, anche solo morale, nonché in qualsiasi soddisfazione o godimento che l’agente si riprometta di ritrarre, anche non immediatamente, dalla propria azione, purché questa sia attuata impossessandosi con violenza o minaccia della cosa mobile altrui, sottraendola a chi la detiene” (Sez. 2, n. 23177 del 16/04/2019, Gelik, Rv. 276104; Sez. 2, n. 11467 del 10/03/2015, Carbone, Rv. 263163)

  1. Nel secondo motivo la difesa deduce la violazione di legge e il vizio di motivazione in relazione al mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche e agli artt. 163 e 164 c.p. evidenziando che nella sentenza impugnata non si sarebbe dato adeguato rilievo alla giovane età del ricorrente nei confronti del quale la pena, correttamente quantificata riconoscendo le circostanze attenuanti di cui all’art. 62 bis c.p., avrebbe potuto essere sospesa.

La doglianza è manifestamente infondata.

La sentenza impugnata, con riferimento alla misura della pena inflitta all’imputato, infatti, ha fatto buon governo della legge penale e ha dato conto delle ragioni che hanno guidato, nel rispetto del principio di proporzionalità, l’esercizio del potere discrezionale ex artt. 132 e 133 c.p. della Corte di merito, e ciò anche in relazione al diniego delle circostanze attenuanti generiche, tenuto conto, quanto a quest’ultimo aspetto, dell’assenza di elementi positivi di valutazione (tale non potendo essere la sola giovane età), del comportamento processuale tenuto e della personalità dell’imputato, gravato da un precedente penale per un delitto con violenza e minaccia a un pubblico ufficiale. Le censure mosse a tale percorso argomentativo, assolutamente lineare, sono meramente assertive, inconsistenti e, in parte, orientate anche a sollecitare, in questa sede, una nuova e non consentita valutazione della congruità della pena (Sez. Un. 12602 del 17/12/2015, dep. 2016, Rv. 266818).

La sussistenza di circostanze attenuanti rilevanti ai sensi dell’art. 62 bis c.p., d’altro canto, è oggetto di un giudizio di fatto e può essere esclusa dal giudice con motivazione fondata sulle sole ragioni preponderanti della propria decisione, di talché la stessa motivazione, purché congrua e non contraddittoria, non può essere sindacata in cassazione neppure quando difetti di uno specifico apprezzamento per ciascuno dei pretesi fattori attenuanti indicati nell’interesse dell’imputato (Sez. 3, n. 28535 del 19/03/2014, Lule, RV. 259899; Sez. 6, n. 34364 del 16/06/2010, Giovane, RV. 248244; n. 42688 del 24/09/ 2008, Caridi, RV 242419).

Il giudice, nell’esercizio del suo potere discrezionale, deve quindi motivare nei soli limiti atti a far emergere in misura sufficiente la sua valutazione circa l’adeguamento della pena concreta alla gravità effettiva del reato ed alla personalità del reo. Pertanto, il diniego delle circostanze attenuanti generiche può essere legittimamente fondato anche sull’apprezzamento di un solo dato negativo, oggettivo o soggettivo, che sia ritenuto prevalente rispetto ad altri, disattesi o superati da tale valutazione.

In tale corretto contesto interpretativo è perciò sufficiente il diniego anche soltanto in base ai precedenti penali dell’imputato, perché in tal modo viene formulato comunque, sia pure implicitamente, un giudizio di disvalore sulla sua personalità (Sez. 2, n. 3896 del 20/01/2016, De Cotiis, RV. 265826; n. 3609 del 18/01/2011, Sermone, RV. 249163; Sez. 6, n. 41365 del 28/10/2010, Straface, RV. 248737).

  1. L’inammissibilità del ricorso impone la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali nonché, ai sensi dell’art. 616 c.p.p., valutati i profili di colpa nella determinazione della causa di inammissibilità emergenti dal ricorso (Corte Cost. 13 giugno 2000, n. 186), al versamento della somma, che si ritiene equa, di Euro tremila in favore della Cassa delle Ammende.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro tremila in favore della Cassa delle Ammende. In caso di diffusione del presente provvedimento omettere le generalità e gli altri dati identificativi, a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52 in quanto imposto dalla legge.


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