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Musulmano può imporre alla moglie il velo islamico?

10 Marzo 2022
Musulmano può imporre alla moglie il velo islamico?

Maltrattamenti in famiglia: il reato non può essere giustificato dalla differente cultura da cui proviene l’immigrato.

C’è un detto: «si cambia più facilmente religione che il caffè». Evidentemente chi lo ha scritto non immaginava quanto siano ferme alcune convinzioni, specie negli islamici. Proprio a riguardo di questi ultimi si è posto di recente un dubbio, finito peraltro nelle aule di tribunale: il marito musulmano può imporre alla moglie il velo islamico? Può cioè costringerla, così come avrebbe potuto fare nel proprio Paese di provenienza?

Volendo parafrasare un altro famoso detto si può dire «Paese che vai, legge che trovi». E la legge non può essere disapplicata a chi viene dall’estero ed è abituato ad altri costumi. Anche quando si tratta di costumi religiosi. Insomma, il credo non è una giustificazione per violare le nostre leggi.

Ecco che allora, dinanzi alla condotta del marito che maltratta la moglie solo perché non vuol rispettare i precetti del Corano, può scattare una condanna penale. Almeno se il reato viene commesso sul suolo del nostro Paese. La coppia di immigrati deve infatti rispettare l’ordinamento italiano che vieta le violenze domestiche. Insomma, anche per gli stranieri vale la regola – e questa volta non è un semplice detto popolare – secondo cui «la legge non ammette ignoranza».

A finire sul tavolo degli imputati è stato un uomo marocchino, poi condannato a cinque anni di reclusione e a un risarcimento di 50 mila euro in favore della moglie, una ragazza italiana di origini maghrebine. Si sospettava che l’uomo avesse messo incinta la ventenne soltanto per poi sposarla in modo da ottenere la cittadinanza italiana ed evitare l’espulsione. Fatto sta che la picchiava, tanto che lei era finita al pronto soccorso con una minaccia d’aborto. La ragione? Motivi religiosi. «Moglie e buoi dei paesi tuoi», dicevano sempre gli antichi, a dispetto dell’integrazione e dell’inclusione. Ma in questo specifico caso avrebbero avuto ragione. E ciò perché – come chiarito dalla giurisprudenza più volte – non può essere giustificato il reato commesso da chi si ancora agli usi e consuetudini della propria gente, se queste sono contrarie alla legge italiana.

Risultato: è maltrattamento imporre alla moglie il velo islamico. E ciò a maggior ragione se si tratta di una giovane sposa immigrata di seconda generazione, dunque nata e cresciuta in un Paese democratico come l’Italia. Il delitto ex articolo 572 Cod. pen. rappresenta un reato abituale: lo straniero non può invocare differenze culturali e religiose per scriminare condotte incompatibili con il diritto interno perché ha scelto di vivere in uno Stato dove è centrale il rispetto della persona umana. E l’illecito penale non può essere escluso soltanto perché il reo è musulmano e rivendica «particolari potestà» come capofamiglia.

Chi si trasferisce in uno Stato estero con pretese di cittadinanza deve sapere che dovrà rispettare la legge locale e non può pensare di comportarsi secondo tutti gli usi e le consuetudini del Paese di origine. Tantomeno per ragioni religiose, anche se la nostra Costituzione riconosce la libertà di culto.

Il nostro Codice penale condanna ogni condotta di predominio violento, fisico e morale sulla propria moglie, «persona libera ed eguale nel diritto italiano». E ciò costituisce reato al di là del credo personale o religioso del marito e delle forme di “patriarcato” che vigono in patria.


note

[1] Trib. Lecce, sent. n. 531/22.


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