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Dipendente trasferito non si presenta: quali conseguenze

10 Marzo 2022
Dipendente trasferito non si presenta: quali conseguenze

Posso oppormi al trasferimento senza consenso? Il lavoratore può rifiutare il trasferimento solo se questo è contrario a buona fede: ecco cosa dice la Cassazione. 

Se il dipendente trasferito non si presenta, in quali conseguenze incorre? Un trasferimento di sede lavorativa incide fortemente sulle abitudini del dipendente, pregiudicando a volte l’assetto della sua giornata, la possibilità di svolgere determinate mansioni (ad esempio accompagnare i figli a scuola) o di rientrare a casa entro un orario congruo. Ecco perché la legge stabilisce dei limiti alla possibilità di trasferimento del dipendente da un’unità produttiva all’altra. In particolare, il datore di lavoro può disporre il trasferimento a patto che vi siano «comprovate ragioni tecniche, organizzative e produttive». In tal caso, il trasferimento non richiede il consenso del dipendente, ma tutt’al più un preavviso (secondo i termini dettati dal contratto collettivo nazionale).

Tuttavia, quand’anche il datore di lavoro ecceda tali limiti e disponga un trasferimento illegittimo, il dipendente non può rifiutarsi di presentarsi presso la nuova sede: la reazione e la contestazione potrebbero essere considerate come atti di insubordinazione e dar luogo a un licenziamento per giusta causa. Sarà allora suo onere impugnare prima l’ordine di servizio ritenuto illegittimo e ottenere, dal tribunale, una sentenza che lo annulli. 

Eccezionalmente, però, secondo la giurisprudenza, è possibile opporsi a un trasferimento illegittimo. Vediamo quando e in che modo.

Quando si può trasferire un dipendente?

A norma dell’articolo 2103 del Codice civile il lavoratore non può essere trasferito da un’unità produttiva ad un’altra se non per comprovate ragioni tecniche, organizzative e produttive.

Questo inciso disciplina il trasferimento del lavoratore ad altre unità produttive (cosiddetta mobilità interna). Tale previsione è significativa poiché consente, nei limiti previsti, il potere unilaterale di modificare (anche in via definitiva) il luogo di lavoro a parità di mansioni. 

Il datore di lavoro ha l’onere di provare le comprovate ragioni tecnico-organizzative e di comunicarle al lavoratore interessato, anche se solo su richiesta di questi e non contestualmente al provvedimento di trasferimento. 

Esistono in realtà altre due possibilità di disporre il trasferimento. La prima è il trasferimento come sanzione disciplinare. In tal caso, però, è necessario attivare la procedura prevista dallo Statuto dei lavoratori: contestazione al dipendente per iscritto nell’immediatezza della violazione, termine di cinque giorni per la difesa e successiva comunicazione del provvedimento finale.

Un’ultima forma di trasferimento è quella per incompatibilità ambientale. Si verifica quando il dipendente è in attrito con i colleghi d’ufficio e tale situazione pregiudica la produzione. In tal caso il datore, senza dover necessariamente accertare le rispettive responsabilità e quindi indipendentemente dalla colpa o dalla ragione del lavoratore, può disporne il trasferimento presso altra azienda.

Cosa fare contro un trasferimento illegittimo?

La strada maestra da percorrere contro un trasferimento illegittimo si articola in due momenti diversi. Il primo è quello della contestazione per iscritto al datore di lavoro, contestazione con la quale si chiedono i motivi del trasferimento stesso e le prove delle comprovate ragioni tecnico-organizzative. 

La seconda fase è invece quella del ricorso al giudice: solo il magistrato può annullare il provvedimento aziendale illegittimo.

Il dipendente non può opporsi da solo, come forma di autotutela, al trasferimento ritenuto illegale. Non può cioè rifiutarsi di prendere posto presso la nuova sede, non prima almeno di aver ottenuto una sentenza del giudice che annulli l’ordine illegittimo. Diversamente, il suo comportamento, classificabile come insubordinazione e quindi sanzionabile, è suscettibile di licenziamento per giusta causa, in quanto «assenza ingiustificata sul lavoro».

Quando ci si può opporre a un trasferimento illegittimo

La Cassazione ha detto che solo eccezionalmente il dipendente può rifiutarsi di presentarsi presso la nuova sede. E ciò è possibile solo se, in relazione alle circostanze concrete, il comportamento del datore di lavoro è contrario alla buona fede. Il problema si pone nel comprendere il significato di tale clausola generale. Cosa significa «buona fede»? Di certo, si tratta di tutte quelle ipotesi in cui l’illegittimità del trasferimento è particolarmente evidente e conclamata o quando esso può determinare un grave pregiudizio per il dipendente (si pensi a una lavoratrice incinta che non possa percorrere molti chilometri in auto).

La verifica della violazione della buona fede – afferma la Cassazione – deve essere condotta sulla base delle concrete circostanze che connotano la specifica fattispecie, ossia caso per caso. 

A tal fine bisogna tenere conto, in via esemplificativa e non esaustiva, dei seguenti parametri: 

  • l’entità dell’inadempimento del datore di lavoro in relazione al complessivo assetto di interessi regolato dal contratto: in pratica, si tratta di valutare quanto grave sia l’inadempimento dell’azienda;
  • la concreta incidenza di tale inadempimento su fondamentali esigenze di vita e familiari del lavoratore: si pensi a un lavoratore che usufruisce della legge 104 per badare a un familiare disabile residente vicino alla precedente sede aziendale; 
  • la puntuale, formale esplicitazione delle ragioni tecniche, organizzative e produttive alla base del provvedimento di trasferimento;
  • l’incidenza del comportamento del lavoratore sulla organizzazione dell’azienda; 
  • più in generale, la realizzazione degli interessi aziendali.

note

[1] Cass. sent. n. 7392/22 del 7.03.2022.


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