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Genitori intervengono nelle liti dei figli: quali conseguenze

11 Marzo 2022 | Autore:
Genitori intervengono nelle liti dei figli: quali conseguenze

Cosa rischiano gli adulti che prendono posizione in un diverbio o in una rissa tra ragazzi: è possibile una condanna penale per diffamazione o altri reati.

Le liti fra ragazzi sono molto frequenti. Possono avvenire a scuola, durante le uscite con la comitiva degli amici, o anche per strada, in modo occasionale e con coetanei fino a quel momento sconosciuti. A volte, il diverbio è solo verbale; in altri casi, si passa alle mani e c’è chi nella colluttazione riporta lesioni fisiche. Quando i genitori dei ragazzi coinvolti vengono informati dell’accaduto, c’è il rischio che il loro intervento peggiori le cose. Se i genitori intervengono nelle liti dei figli, quali conseguenze ci sono?

Un esempio emblematico di cosa può succedere in questi casi arriva da una vicenda recentemente decisa dalla Corte di Cassazione [1]. Un padre aveva protestato contro un ragazzo che aveva rotto un dente a suo figlio; ma lo aveva fatto senza volerlo, buttandosi in piscina e urtandolo. Quel genitore, però, conversando in seguito con altri adulti e commentando l’episodio, aveva additato il ragazzino come colpevole di alcuni danneggiamenti che si erano verificati nel villaggio vacanze. E lo aveva anche definito come un ragazzo «violento». Questo è bastato a farlo condannare per il reato di diffamazione. È stato inutile, per l’adulto querelato e accusato, difendersi sostenendo che le espressioni diffamatorie erano state pronunciate in uno «stato d’ira»: la Suprema Corte ha respinto questa tesi e ha confermato la severa condanna.

Obbligo di educazione e di sorveglianza dei genitori sui figli

L’art. 2048 del Codice civile dispone che il padre e la madre (o il tutore, se le figure genitoriali mancano) sono responsabili del danno cagionato dal fatto illecito dei figli minori. I genitori sono liberati dalla responsabilità risarcitoria soltanto se provano di non aver potuto impedire il fatto illecito.

Questa «prova liberatoria» dipende dalle circostanze dell’accaduto e può consistere anche nella dimostrazione di aver impartito ai figli un’adeguata educazione; ma per discolparsi occorre sempre provare di aver anche esercitato su di loro una vigilanza costante o comunque una sorveglianza opportuna, in base all’età, al carattere e all’indole del minore [2].

L’art. 147 del Codice civile sancisce il dovere inderogabile dei genitori di «mantenere, istruire, educare e assistere moralmente i figli, nel rispetto delle loro capacità, inclinazioni naturali e aspirazioni», e questo vale anche per i figli nati fuori dal matrimonio, che – come prevede l’art. 30 della Costituzione – sono totalmente equiparati ai figli legittimi.

I genitori sono responsabili degli illeciti compiuti dai figli?

In base alle norme del Codice civile che abbiamo esaminato nel paragrafo precedente, i genitori sono civilmente responsabili degli atti illeciti compiuti dai loro figli minorenni. Questo significa che possono essere chiamati a risarcire i danni arrecati a persone o a cose. La norma non pone alcuna differenza tra gli atti non voluti (ad esempio, una pallonata che rompe una vetrina) e quelli volontari (un sasso scagliato contro il parabrezza di un’autovettura). E tutto questo vale anche quando i genitori sono separati e uno di loro non convive con il minore che ha cagionato il danno.

Anche il minore stesso, comunque, può essere chiamato a rispondere in sede civile – sempre insieme ai genitori, o, come si dice in linguaggio giuridico, «in solido» con loro – per i danni che ha provocato, se è capace di intendere e di volere e, ovviamente, se ha un proprio patrimonio, distinto da quello dei genitori [3].

Invece se la condotta dei figli costituisce anche reato, la responsabilità penale è personale e non ricade sui genitori. Fino ai 14 anni di età il minore non è imputabile, perciò non può essere perseguito; dai 14 anni in su, invece, è penalmente responsabile dei reati che commette, secondo le regole attenuate tipiche del processo minorile (che prevede molti casi di esclusione in concreto della punibilità, come la possibilità di ottenere il perdono giudiziale).

Cosa succede se un genitore si intromette nelle liti fra ragazzi?

Fin qui abbiamo visto che i genitori sono sempre responsabili, a livello civile, dei danni cagionati dai figli, ma non possono essere mai processati penalmente al posto loro. Invece, cosa succede se un altro genitore si intromette in una lite tra suo figlio ed altri bambini o ragazzi?

In questo caso, se egli aggredisce un minore additandolo come presunto colpevole, a parole o peggio ancora passando alle vie di fatto (ad esempio dandogli uno schiaffo), diventa direttamente responsabile nei suoi confronti, sia civilmente sia penalmente. In altre parole, quel minore – a prescindere dalle sue eventuali responsabilità nell’episodio pregresso – se viene aggredito, insultato o picchiato diventa parte lesa.

Questo significa che i suoi genitori possono sporgere denuncia o querela per tutti i reati ravvisabili, compiuti in danno del loro figlio: ad esempio, per percosse, lesioni personali, minacce o violenza privata. Inoltre, non è necessario che vi sia una contestualità tra la lite che ha coinvolto i ragazzi e l’intervento degli adulti: questo può anche essere successivo, ma non cambia le cose, come dimostra la sentenza della Corte di Cassazione [1] che abbiamo anticipato all’inizio e che puoi leggere in forma integrale nel box al termine di questo articolo.

In quella vicenda è stato ravvisato il reato di diffamazione commesso in danno di un ragazzino che era stato indicato da un adulto (genitore del ragazzo con il dente rotto), nel corso di una conversazione successiva ai fatti, come autore di pregressi danneggiamenti alle strutture dello stabilimento balneare. L’uomo aveva definito il minore come «irruento e violento» e queste espressioni sono state ritenute offensive della reputazione del ragazzo. Così il “piccolo vandalo” – ed è rimasto indimostrato che fosse veramente tale – dovrà essere risarcito dal genitore dell’amichetto, che lo ha ingiustamente diffamato.


note

[1] Cass. sent. n. 8212 del 09.03.2022.

[2] Cass. sent. n. 24475 del 18.11.2014 e n. 3964 del 19.02.2014.

[3] Cass. S.U. sent. n. 9346/2002.

Cass. pen., sez. V, ud. 11 gennaio 2022 (dep. 9 marzo 2022), n. 8212
Presidente Vessichelli – Relatore Scordamaglia

Ritenuto in fatto

1. Il Tribunale di Livorno, con la sentenza impugnata, ha confermato la decisione del Giudice di pace della stessa città, pronunciata in data 3 settembre 2019, di condanna di B.A. per il delitto di diffamazione, ex art. 595 c.p., commi 1 e 2, commesso il 18 agosto 2013 in danno del minore M.A. , che, nell’ambito di una conversazione intrattenuta con più persone, aveva indicato come l’autore del danneggiamento degli stipetti collocati presso la piscina di Piombino.
2. Il ricorso per cassazione nell’interesse di B. è affidato ad un solo motivo, che denuncia l’erronea applicazione dell’art. 599 c.p. e la manifesta illogicità della motivazione rassegnata a sostegno del diniego di riconoscimento dell’esimente da esso prevista. Al riguardo si eccepisce che il ragionamento con il quale il Tribunale era giunto a ritenere che il comportamento tenuto dal minore vittima del reato – che, tuffandosi in mare senza assicurarsi che lo specchio d’acqua sottostante fosse libero da bagnanti, aveva cagionato al figlio dell’imputato la frattura di un incisivo – e il contegno dei suoi genitori, inosservante degli obblighi di sorveglianza loro imposti dall’art. 2048 c.c., non fossero oggettivamente sussumibili nella categoria concettuale del fatto ingiusto altrui (suscettibile di integrare, ove riconosciutane la ricorrenza nella fattispecie concreta, la causa di non punibilità di cui all’art. 599 c.p., comma 2), essendo stati soltanto opinati come tali dall’imputato, fosse manifestamente contraddittorio rispetto a quanto accertato nel distinto procedimento penale celebrato nei confronti dei genitori del minore – e documentato in atti mediante la produzione della relativa sentenza di condanna – e, comunque, non scandito da un’effettiva considerazione critica di tale decisivo elemento probatorio.
3. Con memoria trasmessa in data 20 dicembre 2021, il Procuratore Generale, in persona del Sostituto Dottor G. L., ha illustrato le ragioni a sostegno della richiesta di declaratoria di inammissibilità del ricorso.
4. Con memoria trasmessa tramite PEC in data 28 dicembre 2021, il difensore del ricorrente ha meglio illustrato le ragioni a sostegno del motivo, chiedendone l’accoglimento.
5. Tramite PEC in data 5 gennaio 2022, il nuovo difensore della parte civile (Avvocato (…)) ha fatto pervenire memoria – con la quale ha chiesto la declaratoria di inammissibilità o di infondatezza del ricorso – e allegata nota spese.

Considerato in diritto

Il ricorso è inammissibile.
1. Il Tribunale ha escluso che l’imputato potesse giovarsi della causa di non punibilità di cui all’art. 599 c.p., comma 2, per avere pronunciato le espressioni diffamatorie ascrittegli sotto l’effetto dell’ira determinata dal comportamento irresponsabile del minore M.A. , avendo ritenuto che non vi fossero elementi oggettivi atti a comprovare che lo scontro, verificatosi in mare tra questi e suo figlio, fosse riconducibile ad una condotta colposa del primo, essendo, piuttosto, verisimilmente che l’occorso fosse imputabile all’esuberanza che accompagna le attività ludiche normalmente praticate dai bambini in uno stabilimento balneare: donde, la qualificazione del fatto come ingiusto costituiva la proiezione dell’opinione soggettiva del deducente e come tale inibiva l’applicazione dell’istituto invocato.
2. A fronte di tale chiara presa di posizione del Tribunale, le articolate censure sono, al contempo, generiche e non consentite in questa sede. Pretendono, infatti, un rinnovato esame del merito senza neppure allegare elementi di prova capaci di smentire l’affermazione, contenuta in sentenza, secondo la quale non vi erano dati oggettivi idonei a ricostruire il comportamento del minore in termini di mancato rispetto delle normali regole di civile convivenza. A ciò, deve aggiungersi che nulla di decisivo è addotto dalla sentenza, versata in atti, di condanna dei genitori del minore parte offesa per il delitto di lesioni colpose, venendo in rilievo non il comportamento del minore stesso, ma quello dei soggetti investiti della sua sorveglianza, in ragione della possibilità che questi, in ragione dell’età, potesse essere coinvolto in attività suscettibili di cagionare un danno ad altri: omissione di sorveglianza che, per quanto è dato evincere dalla sentenza impugnata, non era stata la causa scatenante dell’ira che aveva indotto l’imputato a pronunciare le espressioni diffamatorie ascrittegli, chiaramente rivolte a stigmatizzare: “il modo di fare irruento e violento del minore”.
3. S’impone, pertanto, la declaratoria d’inammissibilità del ricorso, cui consegue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 3.000,00 in favore della Cassa delle ammende, nonché al pagamento delle spese sostenute nel grado dalle parti civili liquidate in complessivi Euro 4000,00 oltre accessori di legge.
In ragione della qualità personale di una delle parti, è d’obbligo disporre – ai sensi del D.Lgs. 30 giugno 2003, n. 196, art. 52 – in caso di diffusione del presente provvedimento, l’oscuramento delle generalità e degli altri dati identificativi delle parti stesse.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 3.000,00 a favore della Cassa delle ammende. Condanna il ricorrente al pagamento delle spese sostenute nel grado dalle parti civili liquidate in complessivi Euro 4000,00 oltre accessori di legge.
Ai sensi del D.Lgs. 30 giugno 2003, n. 196, art. 52, in caso di diffusione del presente provvedimento, va effettuato l’oscuramento delle generalità e degli altri dati identificativi delle parti del processo.


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