Diritto e Fisco | Articoli

Esiste in Italia il precedente vincolante?

13 Marzo 2022
Esiste in Italia il precedente vincolante?

Quanto valgono i precedenti delle sentenze della Cassazione e delle Sezioni Unite? Come funziona il sistema giudiziario italiano. 

Quando esce una sentenza particolarmente innovativa c’è chi immancabilmente subito si adopera per moderare gli entusiasmi: «È pur sempre una sentenza…» si dice «e pertanto ha valore solo tra le parti. Non è insomma una legge». Ragionamento che non fa una piega. Ma c’è sentenza e sentenza, o meglio c’è “tribunale” e “tribunale”. Perché, se anche in Italia le sentenze non sono vincolanti, in alcuni casi “fanno precedente”. E questo vuol dire che, seppur ciascun giudice è libero di decidere per come meglio intende interpretare il diritto, è pur vero che, se disattende un orientamento stabile, su cui la Cassazione o, ancor di più, le Sezioni Unite hanno messo la firma, dovrà dare una congrua motivazione. Se questa motivazione manca o è insufficiente la sentenza è appellabile. 

Ecco che allora è bene chiedersi: esiste in Italia il precedente vincolante? Cerchiamo di fare il punto della situazione.

Come funziona la giustizia in Italia?

In generale, esistono due tipi di sistemi giudiziari: quelli di civil law, ossia basati sulle norme generali e astratte, di regola contenute nei codici (ma ormai sparse un po’ ovunque); e quelli di common law, ossia basati sulle decisioni dei giudici che, se appartenenti ad alte Corti, sono vincolanti. 

L’Italia fa parte del primo sistema. 

La nostra Costituzione, in particolare, stabilisce che i giudici sono soggetti solo alla legge, con ciò volendo significare che nessun magistrato è vincolato alla decisione di un proprio collega, neanche se questo si chiama “Cassazione” (salva solo la Corte Costituzionale, le cui sentenze però – queste sì – hanno la stessa forza della legge e quindi vanno rispettate da tutti). 

Questo apre le porte a svariate interpretazioni, potenzialmente una diversa per ogni giudice, il che potenzialmente potrebbe apparire una discriminazione. Ma è anche una garanzia di libertà per la magistratura. 

Leggi Quanto vale il precedente in Italia?

A cosa serve la Cassazione?

Attenzione però a questo passaggio: la Cassazione non è solo l’ultimo grado di giudizio ma anche il giudice che stabilisce come va interpretata la legge. E quindi svolge una funzione cosiddetta “nomofilattica”, ossia rivolta a spiegare agli altri giudici quale sia il corretto senso di ogni norma. I suoi però non sono comandi, perché – come abbiamo detto – i magistrati non sono tenuti a condividere le istruzioni della Suprema Corte. Ma di certo la sua autorevolezza serve quantomeno a orientare gran parte delle pronunce. E così succede: il più delle volte, i tribunali accettano di buon grado gli insegnamenti della Cassazione. E se ciò non dovesse avvenire, il cittadino ben sa che, ricorrendo alla Suprema Corte, otterrà giustizia secondo il pensiero da questa già espresso in passato (a meno che non cambi interpretazione o la singola sezione sia di parere opposto ad un’altra, cosa che purtroppo può anche succedere). 

Certezza insomma non c’è.

Esiste in Italia il precedente vincolante?

Come detto, in Italia non esiste il precedente vincolante ma esiste l’obbligo di motivare le ragioni della sentenza. E questa motivazione dovrà essere tanto più precisa e articolata quanto più il giudice ritiene di doversi distaccare da un orientamento stabile o sancito dalla Cassazione. 

In particolare, viene attribuito massimo valore alle pronunce delle Sezioni Unite della Cassazione, le quali servono proprio a dirimere ogni contrasto in seno alla giurisprudenza e dovrebbero appunto indirizzare, in un unico senso, l’attività interpretativa dei giudici. 

Le singole sezioni semplici della Corte di Cassazione hanno il dovere di rimettere alle Sezioni Unite la questione loro demandata ogni qualvolta non condividano un principio di diritto precedentemente enunciato dalle stesse Sezioni Unite. Ed ecco che, in questo caso, il precedente è davvero vincolante. Perché impedisce di prendere una decisione difforme, se a decidere è la Cassazione. Insomma, almeno in ambito penale [1], le sezioni che vogliano decidere diversamente dal precedente delle Sezioni Unite devono rimettere a queste ultime l’ultima parola. Tale chiarimento è stato affermato di recente proprio dalla stessa Cassazione [2].

Non esiste quindi un vero e proprio vincolo interpretativo per le singole sezioni semplici, «le quali – si legge nella sentenza in commento – prima di essere chiamate a manifestare la propria opinione dissenziente, rimettendo nuovamente la decisione della questione, con ordinanza, alle Sezioni Unite, conservano alternativamente, il potere-dovere di valutare che la questione non rientri nell’ambito di operatività di un principio di diritto vincolante affermato dalle Sezioni Unite o di  decidere il ricorso sulla base della cosiddetta “ragione più liquida”.

Lo stesso legislatore, in passato, nella relazione al progetto preliminare del codice, ha dato atto dell’importanza della funzione della Cassazione di uniformare l’interpretazione del diritto, affermando come «venga meno l’effettiva uguaglianza davanti alla legge se nella sede giudiziaria situazioni uguali ricevono trattamenti diversi. Il contrasto tra le decisioni della Corte elude inoltre la richiesta di certezza, che in materia penale è ancor più pressante e si ricollega al principio di stretta legalità, con il suo corollario di tassatività, che non consente di ritenere di volta in volta penalmente lecito o illecito lo stesso fatto o di ravvisare in esso reati diversi di ineguale gravità».

Medesimo principio è stato ribadito dalla giurisprudenza della Corte Costituzionale, con sentenza n. 364/1988, e che, sulla scorta dell’interpretazione dei principi di uguaglianza e di giusto processo ha ribadito e riconosciuto come divergenze profonde e persistenti nella giurisprudenza di una corte suprema circa l’interpretazione di una norma possano potenzialmente violare il diritto all’equo processo.

Ancora, sotto un profilo strettamente collegato al dolo, evidenziando che «un gravemente caotico atteggiamento interpretativo degli organi giudiziari» possa rendere inevitabile l’errore sull’esistenza del divieto e quindi escludere la colpevolezza incidendo sulla concreta possibilità di conoscenza della legge penale da parte di ogni consociato.


note

[1] Art. 618 co. 1-bis cod. proc. pen.

[2] Cass. sent. n. 8327/2021.

Autore immagine: depositphotos.com


Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non hanno ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

Lascia un commento

Usa il form per discutere sul tema (max 1000 caratteri). Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.

 


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA

Canale video Questa è La Legge

Segui il nostro direttore su Youtube