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Fino a quando il figlio deve essere mantenuto dai genitori?

13 Marzo 2022
Fino a quando il figlio deve essere mantenuto dai genitori?

Un ragazzo è obbligato ad accettare un lavoro che non gli piace? Dopo i trent’anni, i genitori possono mandare via di casa il giovane e il padre può interrompere il versamento dell’assegno di mantenimento.

Fino a quando il figlio deve essere mantenuto dai genitori? Per la Cassazione è diventata un’esigenza impellente e conforme al mutato assetto della società moderna quella di rendere i figli indipendenti dai genitori il più presto possibile. Il che significa che, se anche fino a 18 anni il giovane non può essere sbattuto fuori di casa e ha diritto ad essere mantenuto dai genitori, una volta raggiunta la maggiore età le cose devono cambiare. A quel punto, infatti, il figlio è chiamato a prendere una decisione: o continua a studiare e a formarsi, ma con un rendimento apprezzabile (non essendogli concesso di gongolare per i corridoi universitari senza fare esami), oppure cerca un lavoro. Un lavoro che non deve essere per forza in linea con le sue ambizioni. Anche le più nobili aspirazioni vanno ridimensionate laddove non ci sia possibilità di collocamento o di sbocchi. 

Ecco: questo è il sunto del pensiero di recente manifestato dalla Cassazione [1] che, così facendo, reinterpreta ancora una volta la nostra legge in materia di obbligo dei genitori di mantenimento dei figli: un’interpretazione evolutiva, che tiene cioè conto della crisi del mercato occupazionale e delle difficoltà che sussistono nella ricerca di un posto. E il senso della pronuncia non è quello di spostare la coperta dal lato dei figli, protraendo cioè nel tempo i doveri dei genitori, ma dal lato di questi ultimi, esonerandoli dall’obbligo degli alimenti in presenza di figli trentenni che stanno ancora a casa e non hanno trovato un proprio percorso di vita. 

In sintesi, secondo la nuova giurisprudenza, d’ora in poi i ragazzi, una volta terminati gli studi, dovranno cercare subito un impiego e, se necessario, ridimensionare le proprie aspirazioni e ambizioni. 

La Cassazione, in questo modo, lancia un monito ai giovani d’oggi: non cercate scuse, andate a lavorare, uscite da casa e crescete. Perché è esplicito nell’articolo 4 della Costituzione il fatto che tutti abbiano, non solo il diritto, ma anche il dovere di lavorare e di contribuire al progresso materiale e spirituale della società. Un dovere a cui nessuno, neanche chi è “di famiglia agiata”, si può sottrarre. Perché a quel punto, i genitori che continuano a sovvenzionare le spese del figlio, possono anche chiudere i rubinetti senza che questi possa denunciarli.

Denuncia: è proprio questa la parola chiave che spinge i padri a versare gli alimenti ai figli, specie all’indomani di una separazione o un divorzio. E difatti la legge prevede un apposito reato per chi si sottrae ai doveri di assistenza familiare. Un reato in cui incorre anche il disoccupato: non basta il fatto di non avere un lavoro per giustificare il padre che non mantiene il figlio ancora piccolo e incapace di rendersi autonomo. E questa situazione permane, come anticipato, fino a quando quest’ultimo non compie diciotto anni. Fino a tale momento, infatti, lo stato di bisogno del giovane è presunto e la condanna è scontata. A meno che il genitore non fornisca la prova di un’oggettiva e assoluta incapacità di procurarsi il denaro per la prole. Il che significa dimostrare di aver cercato un lavoro e di non esservi riusciti, di non avere beni immobili da vendere, altre fonti di entrata, neanche un’apprezzabile capacità lavorativa. Perché in passato la Cassazione ha detto che il padre deve fare di tutto per mantenere i figli piccoli: finanche lavare i vetri. 

Ma il rigore di questo principio si tempera man mano che il figlio cresce. Perché anche per lui vale la stessa regola: bisogna lavorare o quantomeno darsi da fare per cercare un lavoro. E siccome – aggiunge la Cassazione – una volta raggiunti i trent’anni è presumibile ritenere che almeno un’occasione di impiego sia giunta, allora è lecito pensare che lo stato di disoccupazione del figlio sia «colpevole», determinato cioè dalla sua riluttanza ad accettare offerte lavorative “scomode” o poco gradite. E questo purtroppo, specie al giorno d’oggi, non se lo può permettere nessuno. 

I Supremi giudici hanno in prima battuta chiarito che «il figlio di genitori divorziati, che abbia ampiamente superato la maggiore età, e non abbia reperito, pur spendendo il conseguito titolo professionale sul mercato del lavoro, una occupazione lavorativa stabile o che, comunque, lo remuneri in misura tale da renderlo economicamente autosufficiente, non può soddisfare l’esigenza a una vita dignitosa (alla cui realizzazione comunque ogni giovane adulto ha diritto ad aspirare) ricorrendo al mantenimento del genitore». Egli può ben ricorrere ai diversi strumenti di ausilio, ormai di dimensione sociale, che sono garantiti dallo Stato (ad esempio il reddito di cittadinanza), ma deve comunque staccarsi dal padre e dalla madre per non gravare su di loro “a tempo indeterminato”.

Insomma, l’obbligo del genitore non convivente di contribuire al mantenimento del figlio maggiorenne «non può essere protratto oltre ragionevoli limiti di tempo e di misura, poiché il diritto del figlio si giustifica nei limiti del perseguimento di un progetto educativo e di un percorso di formazione, nel rispetto delle sue capacità, inclinazioni e (purché compatibili con le condizioni economiche dei genitori) aspirazioni». 

La sentenza in commento segna una netta presa di posizione nei confronti dei “bamboccioni”. Per la Cassazione, infatti, «il figlio divenuto maggiorenne ha diritto al mantenimento a carico dei genitori soltanto se, ultimato il prescelto percorso formativo scolastico, sia dimostrato (dal figlio, ove agisca il medesimo in giudizio, o dal genitore interessato) che il medesimo si sia adoperato effettivamente per rendersi autonomo economicamente, impegnandosi attivamente per trovare un’occupazione in base alle opportunità reali offerte dal mercato del lavoro, se del caso ridimensionando le proprie aspirazioni, senza indugiare nell’attesa di una opportunità lavorativa consona alle proprie ambizioni».


note

[1] Cass. ord. n. 8049 dell’11.03.2022.

Autore immagine: depositphotos.com


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