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Reato sottrazione beni al fisco

13 Marzo 2022
Reato sottrazione beni al fisco

Sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte: quando si rischia il penale per chi vende o intesta i beni a familiari o altre persone. 

Non c’è persona che, sommersa dai debiti, non pensi a mettere al riparo i propri beni da eventuali pignoramenti. Ma se questo comportamento, quando commesso ai danni dei creditori privati (finanche le banche), non configura alcun illecito penale, quando la controparte è il fisco le cose si fanno serie. Questo perché, in determinate condizioni, è possibile essere denunciato per il reato di sottrazione di beni al fisco.

Scopo di questa breve guida è spiegare quali possono essere le conseguenze per chi vende, dona, dà in usufrutto o comunque svolge altre manovre elusive per non far aggredire i propri beni – di solito gli immobili e i conti correnti – dall’Agenzia delle Entrate. 

Cosa succede se si vende o si intesta un immobile a un’altra persona?

Ciascuno è chiaramente libero di fare ciò che vuole dei propri beni: di tenerli per sé, di venderli, di donarli ad altri. Ma se lo scopo è evitare che possa intervenire un pignoramento, allora c’è il rischio di quella che gli avvocati chiamano «azione revocatoria»: entro cinque anni dal compimento dell’atto (o, per gli immobili, dalla sua trascrizione nei pubblici registri), il creditore può agire per rendere inefficace l’atto stesso e pignorare così il bene che prima era uscito dal patrimonio del debitore. 

Tale azione è subordinata chiaramente a una serie di condizioni. La prima, appena detta, è il rispetto del termine di decadenza: bisogna agire entro cinque anni, dopo i quali l’atto diventa definitivo e non più impugnabile.

La seconda: bisogna dare dimostrazione del fatto che il patrimonio del debitore, a seguito di tale atto, sia divenuto “incapiente”, non sia cioè sufficiente a soddisfare, tramite l’aggressione di altri beni, le pretese dei creditori. Così, ad esempio, chi ha un debito di 100mila euro e un patrimonio di 500mila euro, può ben vendere o donare un immobile che ne vale solo 200mila avendo a disposizione altri 300mila euro. Chi invece si spoglia dell’unico bene che ha, può subire l’azione revocatoria.

Esiste una terza condizione che vale però solo per chi vende il bene e non per chi lo dona: bisogna dimostrare che l’acquirente poteva conoscere lo stato di difficoltà economica del debitore, ossia l’intento che lo muoveva. Una prova quasi impossibile quando l’acquirente è un terzo estraneo, ma molto più facile quando si tratta di un familiare, specie se convivente. Ciò fa sì che chi vende il bene piuttosto che donarlo è meno esposto al rischio di un’azione revocatoria dei creditori. 

Quando la donazione è definitiva?

Abbiamo appena detto che l’azione revocatoria è più facilmente esperibile contro le donazioni che non contro le vendite (per le quali bisogna infatti dimostrare, se non la malafede, quantomeno la conoscibilità, da parte dell’acquirente, del pregiudizio arrecato alle ragioni dei creditori).

C’è un’altra motivazione che rende la donazione meno consigliabile. Difatti, nel primo anno da quando questa è stata posta, il creditore può pignorare il bene intestato al donatario anche senza bisogno di svolgere l’azione revocatoria. Gli basta dimostrare di aver trascritto il pignoramento, nei registri immobiliari, entro 12 mesi da quando la donazione è stata compiuta. Ciò fa sì che, nel primo anno, la donazione è estremamente fragile; nei successivi quattro è esposta all’azione revocatoria (con tutte le sue condizioni) e, dopo il quinto anno, è definitiva e ormai consolidata: ossia non più impugnabile e revocabile.

Resta comunque fermo – ma questo è un altro discorso che trascende il tema di questo articolo – che se la donazione ha violato le quote di legittima degli eredi legittimari, questi ultimi, entro dieci anni dalla morte del donante, possono agire per impugnare la donazione. 

Esiste il reato di sottrazione beni al fisco?

Se, come appena detto, la sottrazione dei beni ai creditori privati non implica alcuna conseguenza penale, se non l’azione revocatoria (che è un’azione civile), da cui deriva solo l’inefficacia dell’atto e quindi la pignorabilità del bene, quando il creditore è l’Agenzia delle Entrate sorgono ulteriori implicazioni.

La legge prevede che, tutte le volte in cui si cede un bene (indipendentemente dal fatto che lo si venda o lo si doni) per sottrarsi al pagamento dell’Iva o delle imposte sui redditi scatta il reato di sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte. 

Il reato però scatta solo quando il debito con lo Stato, per singolo periodo d’imposta, è superiore a 50.000 euro. In tal caso, la pena consiste nella reclusione da sei mesi a quattro anni. Se l’ammontare delle imposte è invece superiore ad 200.000 euro, la reclusione va da un anno a sei anni.

Il termine di prescrizione del delitto di sottrazione fraudolenta al pagamento di imposte è di 6 anni.

Da quanto appena visto si intuiscono una serie di conseguenze:

  • chi vende o intesta una casa o sposta i soldi sul conto corrente in presenza di cartelle esattoriali per imposte diverse da Iva e Irpef non rischia alcuna denuncia penale, ma solo l’azione revocatoria;
  • la denuncia per sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte non può mai essere presentata dal Comune o dalla Regione, visto che l’Iva e le imposte sui redditi sono di competenza dello Stato. Quindi, non c’è alcun rischio per chi, ad esempio, non paga l’Imu, la Tari o qualsiasi altra imposta. Il reato scatta invece solo per Iva, Irpef, Ires;
  • la denuncia può scattare solo dopo che il contribuente ha ricevuto la cartella esattoriale: è in questo momento infatti che può iniziare l’azione esecutiva dell’Agente della Riscossione e non prima;
  • poiché il termine di prescrizione è di sei anni, chi vuol evitare la condanna dovrebbe agire molto tempo prima che il fisco si attivi per il recupero coattivo delle imposte;
  • il reato non esclude la possibilità per il fisco di avviare l’azione revocatoria così come tutti gli altri creditori;
  • la denuncia scatta solo se il contribuente, a seguito della vendita o della donazione, rimane privo di beni utilmente pignorabili dal fisco;
  • per la condanna non è sufficiente la notifica di una cartella esattoriale, ma è necessario un processo penale, nel corso del quale il contribuente può sempre difendersi con un avvocato. 

Che succede se si cede la nuda proprietà del bene e si mantiene l’usufrutto?

Cedere l’usufrutto sul bene non toglie il rischio di un’azione revocatoria visto che la nuda proprietà ugualmente pignorabile. 

Cedere invece la nuda proprietà e mantenere l’usufrutto può invece comportare la denuncia. E questo perché, anche se l’usufrutto può sempre essere pignorabile, la sua appetibilità (come del resto il relativo valore economico) in una eventuale asta giudiziaria è sicuramente inferiore rispetto alla piena proprietà. Leggi Come evitare pignoramento usufrutto.

 



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