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Quando si lede la reputazione?

24 Aprile 2022 | Autore:
Quando si lede la reputazione?

Cosa succede se si offende la considerazione che gli altri hanno di una certa persona? Quando si può sporgere querela per diffamazione?

La legge non tutela solamente i beni materiali. Ad esempio, chi insulta una persona commette un illecito punito con il risarcimento e con una sanzione economica da pagare allo Stato. Le cose sono ancora più gravi quando ad essere offesa è la reputazione di un soggetto. È proprio ciò di cui ci occuperemo con il presente articolo. Quando si lede la reputazione?

Sin da subito bisogna dire che offendere la reputazione altrui è un reato: per la precisione, si tratta di diffamazione. Chi si macchia di questa condotta, quindi, non solo dovrà pagare un risarcimento ma dovrà perfino sottoporsi a un procedimento penale, il quale, in caso di riconoscimento della responsabilità, potrà terminare con una multa o perfino con la reclusione. Quando si lede la reputazione? Scopriamolo insieme.

Reputazione: cos’è?

La reputazione è la considerazione che gli altri hanno di una determinata persona. In altri termini, la reputazione è il giudizio sociale riguardante un soggetto.

Reputazione: quanti tipi?

La reputazione può essere di diversi tipi, a seconda del contesto a cui essa si riferisce. Ad esempio, una cosa è la reputazione in ambito familiare altra è quella in ambito lavorativo. La conseguenza è che offendere l’una non significa necessariamente ledere anche l’altra.

Mettiamo che un avvocato venga screditato da un suo cliente, il quale mette in giro la voce che svolge male il suo lavoro. In questo caso ad essere lesa è la reputazione professionale dell’avvocato, cioè la considerazione che di lui si ha nel contesto lavorativo.

Volendo fare un altro esempio, si pensi al marito che viene accusato alle spalle di avere l’amante e di trascurare i figli: in un caso del genere, a essere lesa è la sua reputazione in ambito familiare, come marito e padre.

Reputazione: quando e come si lede?

La reputazione viene lesa ogni volta che la considerazione della vittima è screditata in maniera significativa agli occhi degli altri. Per fare ciò, non occorre necessariamente una menzogna, potendo anche la verità essere “infamante”.

Ad esempio, pubblicare su Facebook la foto di un noto politico mentre è in evidente stato di ubriachezza può costituire una grave offesa alla reputazione dell’uomo, anche se l’immagine è veritiera e non è accompagnata da alcun commento.

La lesione della reputazione può avvenire in molteplici modi: non solo attraverso pettegolezzi o maldicenze messe abilmente in giro, ma anche mediante una semplice insinuazione oppure tramite disegni, foto, registrazioni o video. Si pensi ad esempio alla caricatura messa in rete in cui si prende pesantemente in giro un professionista, col fine di screditarlo e di diminuirne la clientela.

La lesione della reputazione può avvenire anche attraverso una recensione negativa. È il caso dei feedback lasciati su siti come TripAdvisor. Quando le recensioni sono profondamente irrispettose e vanno ben oltre il commento alla prestazione ricevuta, allora si rischia di ledere la reputazione e di incorrere, come vedremo più avanti, nel reato di diffamazione.

Lesione della reputazione: quando non è punibile?

Secondo la giurisprudenza [1], non c’è lesione della reputazione quando un fatto, seppur capace di screditare una persona, sia raccontato nell’esercizio del proprio diritto di critica.

Per la precisione, non c’è lesione della reputazione se ricorrono le seguenti condizioni:

  • la verità obiettiva dell’informazione (anche solo putativa, perché frutto di un serio e diligente lavoro di ricerca);
  • la continenza delle espressioni utilizzate (requisito della moderatezza);
  • l’interesse pubblico all’informazione (cosiddetta pertinenza).

Ad esempio, se un giornalista pubblica un articolo in cui dice che un noto politico ha preso delle mazzette, la lesione della reputazione non sarà punibile se il pezzo è sostenuto da prove serie, se è stato scritto in maniera non offensiva (cioè, con un linguaggio moderato) e se la notizia è effettivamente d’interesse.

Il diritto di critica vale per tutti, non solo per i giornalisti: chiunque potrebbe commentare e parlare con gli altri di un fatto realmente accaduto, senza perciò commettere una lesione punibile della reputazione. L’importante è che la narrazione sia oggettiva e priva della volontà di fare del male.

Ad esempio, se una persona dice a un’altra di aver visto il figlio del vicino spacciare droga, non si commette alcun illecito se ci si limita a riportare il fatto.

Ugualmente, non ha conseguenze giuridiche la lesione della reputazione molto lieve, percepita come offensiva solamente dalla vittima, particolarmente sensibile a preservare al massimo la propria considerazione sociale.

Ad esempio, parlare con i propri amici e lamentarsi del proprio avvocato che non ha gestito bene la propria pratica non significa ledere la reputazione del difensore, se i fatti raccontati sono veri e non mettono davvero in cattiva luce il professionista.

Insomma: la lesione della reputazione non può essere punita quando è irrilevante, altrimenti verrebbe meno ogni possibilità di potersi lamentare di qualcuno o di poterlo criticare.

Lesione reputazione: che reato è?

Come anticipato in apertura, la lesione della reputazione costituisce il reato di diffamazione [2]. Per essere più precisi, la diffamazione scatta solamente se:

  • è fatta in presenza di almeno due persone, esclusa la vittima;
  • la persona offesa è assente oppure, se fisicamente presente, non è in grado di percepire l’offesa. È il caso della persona che si allontana momentaneamente da un gruppo di amici che, approfittando del fatto che non possa ascoltare, cominciano a sparlare di lui.

Se l’offesa alla reputazione altrui è fatta sui social, in Internet, sui giornali o avvalendosi di qualsiasi altro mezzo di pubblicità, si commette il reato di diffamazione aggravata, punito più severamente (reclusione da sei mesi a tre anni o multa non inferiore a 516 euro).

Offesa alla reputazione: cosa fare?

Se ricorrono le condizioni viste in precedenza, la persona la cui reputazione è stata offesa può sporgere querela presso i carabinieri o la polizia, entro tre mesi da quando è venuto a conoscenza dell’offesa. Nel giudizio penale la persona offesa può costituirsi parte civile per chiedere il risarcimento del danno.

Se, invece, la vittima non intende sporgere querela oppure non può più farlo perché sono oramai trascorsi tre mesi, può comunque citare in giudizio il suo diffamatore per chiedergli solamente il risarcimento dei danni.


La reputazione viene lesa ogni volta che la considerazione della vittima è screditata in maniera significativa agli occhi degli altri. Per fare ciò, non occorre necessariamente una menzogna, potendo anche la verità essere “infamante”.

note

[1] Cass., sent. n. 8132 del 23 aprile 2020.

[2] Art. 595 cod. pen.

Autore immagine: depositphotos.com


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